lunedì 17 gennaio 2011

La tomba di Filippo II di Macedonia a Vergìna (parte II)



Un programma di ricerche paleoantropologiche e paleopatologiche fu, allora, condotto sullo scheletro maschile da un gruppo di specialisti inglesi: i risultati furono di eccezionale importanza per dirimere la questione. Le fonti storiche dell’età di Filippo II, infatti, raccontano che il re aveva perso l’occhio destro e aveva avuto il volto deturpato da una freccia scagliatagli contro da un arciere durante l’assedio di Methòne, nella Calcifica (354 a. C.).


Prag, Musgrave e Neave condussero una serie di prove sulle percentuali di riduzione del tessuto osseo umano a temperature e per tempi certo superiori a quelli utilizzati in antico, ricavandone che il fuoco non poteva essere stato la causa principale delle asimmetrie e delle particolarità anatomiche riscontrate sui resti dello scheletro analizzato.


Le osservazioni dirette sul cranio rivelarono tracce di rigenerazione del tessuto osseo dell’arcata orbitale superiore destra: l’area aveva, dunque, subito una grave lesione traumatica, ma la vittima era sopravvissuta diversi anni. Una conferma della lesione giunse dalla presenza di deformazioni e di tracce di fratture sulle ossa dello zigomo e della mascella destri, con prove di un avvenuto riassetto spontaneo della mandibola ai fini della masticazione.


A questo punto, Prag e i colleghi, rifiutandosi di prendere in alcun modo visione dei ritratti antichi di Filippo II, così da non rimanere in alcun modo condizionati nel corso della ricerca, partirono dai frammenti del cranio per elaborarne una ricostruzione in gesso. Con poca sorpresa, il cranio del defunto apparve deturpato e parzialmente deformato da una devastante ferita prodotta all’occhio destro e alla regione circostante dalla violenta penetrazione di un corpo contundente. Un’accurata ricostruzione del volto sulla base del calco craniale riuscì a riprodurre l’aspetto più probabile dell’uomo negli ultimi anni della sua esistenza: come evidenzia una fotografia pubblicata sul Journal of Hellenic Studies del 1984, un’orrenda cicatrice doveva correre attraverso l’occhio perduto, coinvolgendo buona parte della regione orbitale e dello zigomo. La determinazione della sagoma del naso e l’aggiunta di una capigliatura e di una barba congruenti con quelle dei sovrani macedoni precedenti l’imberbe Alessandro Magno, portarono a un ritratto straordinariamente affine a tutte le immagini di Filippo II conservatoci da statue, monete e medaglioni. Lo scheletro di Vergina, dunque, è realmente quello di Filippo II di Macedonia e reca le prove della grave ferita che nel 354 a. C. gli causò la perdita dell’occhio destro e la deturpazione del tratto di volto circostante.



Furono dunque, le ossa di Filippo II a essere poste nella splendida “làrnax” parallelepipeda in lamina d’oro. Sul coperchio dell’urna risplende, a sbalzo, il simbolo del Regno Macedone, la stella a sedici raggi, mentre i lati sono impreziositi da file di rosette in granuli d’oro e pasta vitrea azzurrina, incorniciate da morbidi fregi vegetali con boccioli di loto, girali d’acanto, palmette, a sbalzo e granulazione. Rosette più piccole sono sui sostegni, sagomati a zampa leonina.



La Tomba III di Vergina, detta “del Principe”, fu invece dotata di una facciata più semplice, ma restituì un ricco corredo regale nel quale era un’hydrìa d’argento contenente i resti di un adolescente maschio di circa 14 anni, avvolti in un tessuto purpureo. Sul collo del vaso, una corona aurea indicava che doveva trattarsi di un sovrano: ancora una volta, M. Andronìkos, sulla scorta della cronologia dei pezzi di corredo e dell’età del defunto, ha proposto di attribuirne l’appartenenza ad Alessandro IV, il figlio di Alessandro Magno e di Rossana, assassinato con la madre nel 310 a. C. per mano di Cassandro. Resta, infine, un enigma l’identificazione del defunto sepolto nella Tomba IV, ugualmente caratterizzata da un prospetto dorico.


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