lunedì 4 aprile 2011

Castel Sismondo - Il Castello di Rimini


Il capolavoro dell’architettura militare malatestiana è costituito dal castello di Rimini, fatto costruire da Sigismondo a partire dal 1437 e terminato, stando alle epigrafi che lo decorano, nel 1446. Queste epigrafi, dal dettato solenne e dalle forme epigrafiche antiche, ci fanno sapere che il signore aveva voluto chiamare l’edificio, che dichiarava al solito di avere costruito a fundamentis, con il suo stesso nome: Castel Sismondo. 


 La costruzione sfruttò molte parti delle preesistenti case malatestiane duecentesche, e anche le fortificazioni che il predecessore di Sigismondo (suo fratello Galeotto Roberto, detto il beato) aveva fatto costruire.



Per Sigismondo questo castello era ben più del suo palazzo, della sua “reggia”: doveva rappresentare visivamente il suo potere, secondo un concetto ancora del tutto tradizionale; e lo fece infatti realizzare in forme tradizionali, cioè più espressionisticamente pittoresche che razionalmente armoniche, come dimostrava la mutevole prospettiva delle torri, la compattezza delle cortine merlate, l’uso costante di archi acuti e di inserti lapidei e ceramici, lo sfarzo delle dorature e degli intonaci colorati in verde e rosso (i colori araldici malatestiani) documentati dagli scrittori contemporanei; e anche la tortuosità dei percorsi interni, l’irrazionalità con cui erano disposti alcuni vani e forse la scarsezza di grandi sale di rappresentanza.



Per avere un’idea della forma originaria del castello oggi occorre fare ricorso alle medaglie fuse da Matteo de’ Pasti per celebrarne la costruzione e ad un particolare dell’affresco dipinto da Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano, che ne riproducono esattamente il progetto; e inoltre a una pagina del De Re Militari di Roberto Valturio dedicata alla descrizione e all’esaltazione di quest’opera e di Sigismondo. Il suo nucleo interno era caratterizzato da cinque torri che circondavano un alto cassero (il palatium); l’ampio fossato che delimitava il suo circuito esterno si estendeva sull’attuale piazza Malatesta fino alla parte posteriore del teatro ottocentesco.



Ancora colpiscono specialmente la grande mole, l’aspetto poderoso e la conformazione irregolare dell’edificio, concepito come una serie di recinti fortificati attorno ad un nucleo abitativo.



Alcune delle irregolarità si possono spiegare con la necessità o la convenienza di sfruttare strutture preesistenti, ma non tutte: per esempio la disposizione delle torri non può dipendere che in parte da ciò, e sarà da interpretare piuttosto come un tentativo - precoce e quindi un po’ incerto - di creare un sistema difensivo con punti di tiro e di osservazione che si dovevano fiancheggiare e sostenere vicendevolmente; una necessità particolarmente sentita da quando era entrata in uso l’artiglieria.



Un inventario redatto subito dopo la morte di Sigismondo ci dà una qualche idea dell’arredo della parte residenziale del grande edificio: tavoli, panche e cofani, letti e armadi, arazzi e drappi furono annotati ed enumerati dal notaio che il 13 ottobre 1468 attraversò ed inventariò diligentemente piccoli e grandi ambienti, dai nomi pittoreschi in parte derivati da caratteristiche decorazioni murali (camera delle grillande, del geneviere, della morte, del crocifisso). Nelle casse e negli armadi erano conservati libri e scritture, gioielli e indumenti di strane fogge e a volte di tessuti preziosi, coperte e biancheria. Nei magazzini erano conservate armi, bandiere, tende da campo e stendardi, finimenti per cavalli e collari per cani, strumenti per la caccia tradizionale (archi e frecce) e per la guerra moderna (spingarde e bombarde).



Tutto è andato perduto. L’unico autentico mobile malatestiano superstite è una piccola cassa in legno di cipresso databile intorno alla metà del secolo, riccamente intagliata con lo stemma di Sigismondo fra motivi decorativi; è conservata nel Museo della Città, e proviene dal castello di Montegridolfo.



Con la caduta dei Malatesti, alla fine del Quattrocento, Castel Sismondo perse il suo carattere di residenza principesca e fu adibito unicamente a scopi militari; con il tempo naturalmente le sue strutture dovettero essere adeguate alle necessità di difesa soprattutto dalle armi da fuoco, che nel giro di pochi decenni avevano fatto enormi progressi.


Nel Seicento, dopo un radicale restauro e l’aggiunta di altre cannoniere, assunse in onore del papa regnante (Urbano VIII) il nome di Castel Urbano. Fu in seguito adibito a caserma e a magazzino, e infine a prigione.



È destinato a centro culturale, e da anni vi opera un cantiere di restauro che ha permesso di individuare varie preesistenze; particolarmente rilevante è il ritrovamento di resti delle mura urbiche romane con una porta, inglobata proprio nelle fondazioni del Castello: si tratta probabilmente di una porta “montanara” tardoromana che in epoca medievale fu sostituita nello stesso punto, ma ad un livello più alto, dalla porta detta “del gattolo”, appartenuta al Vescovado fino a tutto il Duecento, cioè fino a quando cadde in mano ai Malatesti, che lì vicino avevano le loro case.


4 commenti:

tiziana ha detto...

Non pensavo di trovare un castello così imponente e ben conservato.

Mariabei ha detto...

Molto interessante la storia di questo castello! Chissà che emozione visitarlo...
Un enorme bacio!

McGlen ha detto...

Bellissimo come al solito. Devo confessarti che ho sempre associato Rimini alla "bolgia estiva" e non mi sono mai soffermato a pensare a tutto quello che c'è di bello non legato al "divertimentificio"!

viaggiatrice trivago ha detto...

Un Castello davvero imponente e molto ben conservato che ho visto con molto interesse durante il mio soggiorno riminese due anni fa.

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