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mercoledì 20 aprile 2011

Sassocorvaro – La grande tartaruga del Montefeltro


Con la sua inconsueta sagoma che ricorda in pianta la forma di una tartaruga, la rocca di Sassocorvaro, opera di Francesco di Giorgio Martini, è un autentico capolavoro dell’architettura militare rinascimentale.


LA ROCCA DEGLI UBALDINI – Nella seconda metà del Quattrocento Federico da Montefeltro aveva affidato Sassocorvaro, lungamente contesa ai Malatesta, a Ottaviano Ubaldini: fu lui a iniziare la costruzione della rocca nel 1474, sfruttando la posizione di una precedente fortificazione malatestiana, che aveva a sua volta sostituito un castello medievale. Sia la pianta sia l’alzato mostrano un accentuato andamento curvilineo: un accorgimento spesso utilizzato dagli architetti militari dell’epoca, nella speranza di rendere le murature più resistenti ai colpi delle nascenti artiglierie, ma qui impiegato con una coerenza e un’abilità esemplari.


PALAZZO E CASTELLO – Il nucleo interno della rocca è formato da un piccolo palazzo dalle belle linee rinascimentali, articolato intorno a un cortile porticato: una presenza anomala in una rocca quattrocentesca, solitamente riservata solo a funzioni militari.
Le pareti esterne del palazzo sono a loro volta racchiuse da un poderoso rivestimento in mattoni, di forte spessore, che disegna sul terreno due grossi torrioni tondi nella parte anteriore e un’unica, colossale parete tondeggiante nella parte posteriore. Quest’ultima è interrotta, proprio al centro, da un torrioncino cilindrico (la “coda” della tartaruga).
I due torrioni anteriori sono invece collegati da uno sperone a becco che si protende in avanti.


“FUGGIRE” DI FRONTE AI COLPI – Le murature non sono curvate solo in pianta, ma anche in altezza, mediante una serie di scarpature e di aggetti che movimentano le pareti verticali. Questo impianto fa sì che l’intera fortificazione non presenti mai al nemico una superficie rettilinea, così che i colpi di cannone degli attaccanti trovino sempre di fronte a loro una sagoma sfuggente. Nessuna fortificazione, all’epoca, era così avanzata sul piano della difesa passiva. Per contro manca quasi totalmente uno studio di difesa attiva, cioè di uso delle artiglierie da parte dei difensori per proteggere la propria posizione. Le uniche aperture, da cui i cannoni della rocca possono sparare, sono delle piccole feritoie bombardiere nella parte alta: cioè nella posizione meno adatta a causare danni agli assalitori.


UN ARCHITETTO “DI TRANSIZIONE” – Tra gli architetti militari del Rinascimento, il senese Francesco di Giorgio Martini (1439 – 1502) merita un posto a parte. Le sue fortificazioni risalgono a un periodo di transazione delicatissimo, in cui erano cadute tutte le certezze accumulate in millenni di esperienza bellica, ma non si erano ancora elaborati criteri alternativi. Esse sono un’eccellente sintesi di teoria e di soluzioni pratiche suggerite dall’esperienza: fortificazioni funzionali, ma che al tempo stesso sono vere opere architettoniche, esteticamente di primo piano.


LA FORZA DELLA FORMA – Nella seconda metà del Quattrocento, la comparsa sui campi di battaglia di bocche da fuoco relativamente efficienti mise gli architetti militari di fronte al grave problema di adeguare le fortificazioni alle caratteristiche delle nuove, dirompenti, armi. La prima, ovvia, risposta fu l’aumento dello spessore delle murature, in modo da potere resistere alla maggiore energia dei proiettili sparati dai cannoni. Ma ben presto ci si rese conto che si trattava di una strada troppo dispendiosa e scarsamente efficace. Si cercarono allora forme in grado di offrire una maggiore resistenza in virtù della loro geometria. Si cominciarono ad abolire o diminuire le pareti rettilinee, dove l’energia cinetica dei proiettili si scaricava per intero, in favore di forme curve, sfuggenti, sulle quali l’energia dei colpi si scaricasse solo parzialmente (salvo il fatto che il proiettile colpisse la parete proprio in direzione diametrale). Leonardo da Vinci prefigurò forti a forma di anello; altri architetti, tra cui Francesco di Giorgio Martini, sperimentarono costruzioni dalla pianta articolata, in grado di “deflettere” i colpi. Finché, nel Cinquecento, si capì che la soluzione migliore era quella di incassare le fortificazioni nel terreno.


UNA LEZIONE UNICA DEL RINASCIMENTO – In pochi altri luoghi come a Sassocorvaro è possibile apprezzare il Rinascimento, con la sua capacità di rinnovare ogni concezione architettonica, dandone interpretazioni nuove e geniali. La rocca è un formidabile strumento di guerra, ma anche uno splendido esempio di architettura: dal palazzo interno all’abilissimo inserimento della costruzione nel circostante paesaggio marchigiano.


Salendo attraverso l’abitato si giunge nel punto dominante in cui è situata la rocca, da qui si gode uno splendido panorama sul paesaggio circostante e si riesce ad avere un’eccellente visione della fortificazione, con le sue pareti curve che cambiano continuamente la prospettiva sotto cui la si osserva.
Il poderoso basamento scarpato in pietra contrasta con la parte superiore dell’edificio, costruito in mattoni.
Lungo il cammino di ronda si aprono le uniche finestre esistenti nel complesso e una serie di feritoie bombardiere, le sole probabilità di difesa da parte degli occupanti la fortificazione.
L’interno presenta un classico cortile rinascimentale, con portico su un lato e loggia pensile al piano superiore.


Affascinanti nella loro scabra nudità sono le strutture a volta delle parti inferiore della rocca, oggi usate per incontri, esposizioni, mostre.
All’interno della rocca, aperto tutto l’anno, vengono organizzati concerti, convegni e manifestazioni.

sabato 9 aprile 2011

Fontanellato – La rocca del Sanvitale


È una presenza affascinante, un castello-isola al centro di un abitato che ha conservato volumi, colori e ritmo dei tempi passati. Ma è anche il testimone di una lunga storia dinastica: quella dei Sanvitale, che per 550 anni vi fissarono la loro residenza.


UN PICCOLO CAPOLAVORO – L’origine del castello è molto dubbia e probabilmente lontana nei tempi, forse da far risalire ai secoli dell’alto medioevo. Certamente esisteva sul luogo un castello, testimoniato dai documenti, già nel Duecento. Ma la rocca attuale è una costruzione sostanzialmente quattrocentesca, allorché il luogo assunse il ruolo di sede principale della famiglia Sancitale. Fu concepita e iniziata verso la metà del secolo da Giberto II Sanvitale e portata a termine dai suoi successori nei decenni successivi. Da allora appartenne alla dinastia fino al 1948, quando il Comune di Fontanellato la acquistò dall’ultimo degli eredi della famiglia.


L’edificio pur non avendo una grande estensione risulta molto complesso architettonicamente. È costruito da due recinti successivi: uno basso, difeso da torrioncini tondi, e uno più alto, la rocca, protetto da torri quadrate. Le due cerchie si collegano in corrispondenza dell’unico ingresso, dove due poderose torri, di differente altezza, si protendono in avanti dalla rocca e arrivano a toccare il recinto esterno. Un ampio fossato, un tempo scavato da un ponte levatoio oggi trasformato in struttura fissa, cingeva il tutto. Al di là del fossato si estende la grande piazza del borgo, di cui il castello costituisce il perno centrale.


L’insieme, considerando l’epoca e la regione in cui fu costruito, risulta singolarmente superato: dal punto di vista militare riprende moduli del secolo precedente.


Ciò è facilmente spiegabile se si pensa che, nonostante tutto, il castello, con tutto l’apparato bellico, venne costruito principalmente come luogo di residenza, come la piccola, raffinata reggia di principi rinascimentali.


MAGIA OTTICA NELLA TORRE – I signori dominavano sul territorio intorno al castello. Ma a Fontanellato potevano anche vedere i loro “sottoposti” senza essere visti. Una “camera ottica” posta in uno dei torrioncini della fortificazione, grazie a un complesso sistema di specchi, consentiva di avere una completa panoramica di tutta la piazza circostante: l’antenato, notevolmente efficiente, delle moderne telecamere di sorveglianza.


MATRIMONI INVECE DI GUERRE – “Quelli di San Vitale” erano in origine una grande famiglia assai ramificata, che aveva la propria origine e residenza principale presso la chiesa di San Vitale a Parma da cui deriva il proprio nome nobiliare. Divenuti signori di Fontanellato, i Sanvitale dovettero usare le armi della politica per garantire stabilità al loro territorio, relativamente piccolo, “incuneato” tra signorie più grandi.


Dapprima si appoggiarono ai Visconti, duchi di Milano, che li nominarano ufficialmente conti; poi si legarono tramite matrimoni al Gonzaga di Mantova. Infine, dopo che il papa Paolo III nel 1545 aveva conferito al figlio naturale (in seguito legittimato) Pier Luigi Farnese il ducato di Parma, strinsero un’alleanza anche con quella famiglia.


La politica di aleeanze matrimoniali durò fino all’Ottocento, inserendo i Sancitale nell’alta aristocrazia europea: nel 1833 Luigi Sanvitale sposò Albertina di Montenovo, figlia illegittima della duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, figlia dell’imperatore austriaco, Francesco I, e seconda moglie dell’ex imperatore francese Napoleone I.
Dalla famiglia Sanvitale provengono inoltre uomini illustri, come il poeta Jacopo Antonio (1699 – 1780) e il compositore Stefano (1838 – 1914).


TESORI D’ARTE DENTRO LE MURA DEL CASTELLO – Dall’esterno non sembra, ma la rocca di Fontanellato è anche un importantissimo “contenitore d’arte”. Racchiude, infatti, capolavori pittorici, pregevoli mobili in prevalenza barocchi, antichi soffitti di legno, splendidi affreschi.


Pezzo forte delle collezioni artistiche del castello è il cosiddetto Boudoir, in realtà un vano adibito forse a studiolo, forse a camera per discussioni e incontri di tipo esoterico, fatto dipingere verso il 1524 da Paola Gonzaga, moglie di Gaelazzo Sanvitale. L’incarico venne affidato al celebre Parmigianino (al secolo Girolamo Francesco Mazzola, 1503 – 1540), che realizzò una serie di magnifici affreschi entrati nella storia dell’arte come capisaldi del manierismo, oltre che come capolavori assoluti della pittura italiana. Vi viene raffigurato il mito classico del cacciatore Atteone, che per aver spiato la dea della caccia Diana mentre faceva il bagno nuda fu trasformato in cervo e quindi sbranato dai suoi stessi cani.


Nelle sale dell’edificio si trovano ancora ben conservati affreschi decorativi quasi certamente opera di Cesare Baglioni (1550 – 1615).


Nelle bellissime sala del Biliardo e sala del Pranzo sono appesi quadri di Felice Borselli (1650 – 1732).
Numerosi oggetti esposti si riferiscono alla storia della famiglia e alle sue relazioni con l’alta nobiltà europea. Una galleria di quadri mostra i principali esponenti dei Sanvitale lungo i secoli.
      

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