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martedì 27 settembre 2011

Duomo di Firenze - Basilica di S. Maria del Fiore


L’importante mole del Duomo offre al primo ed emozionante colpo d’occhio un’immagine appartenente unitaria, mentre in realtà è il risultato di numerosi interventi susseguitisi nel corso dei secoli. Quarta chiesa della cristianità per dimensioni (153 m di lunghezza, 39 di larghezza alle navate e 90 al transetto) dopo la Basilica di S. Pietro a Roma, la Cattedrale londinese di St. Paul e il Duomo di Milano, la basilica fu commissionata ad Arnolfo di Cambio “affinché l’industria e la potenza degli uomini non inventino, né possano mai intraprendere qualcosa di più grande e di più bello”.


Sul progetto di Arnolfo, avviato nel 1296 per sostituire la precedente Cattedrale di S. Reparata, intervennero via via Giotto, Andrea Pisano e l’architetto fiorentino Francesco Talenti. Solo nel 1421 fu completata la parte absidale, con il tamburo predisposto a sostenere la cupola, che Filippo Brunelleschi avrebbe terminato 15 anni più tardi. Fu necessario un ulteriore decennio per vedere ultimata la lanterna, che il Verrocchio coronò con la grande sfera sormontata da una croce di bronzo nel 1468, a 172 anni dall’apertura della fabbrica.

ESTERNO DI S. MARIA DEL FIORE – La facciata, realizzata in parte da Arnolfo di Cambio, fu abbattuta nel 1587 perché ritenuta sorpassata, il prospetto attuale risale alla fine dell’800. Sul fianco destro spicca, prima della tribuna, la tardo-trecentesca porta dei Canonici, in stile gotico fiorito.

La parte posteriore si presenta come un movimentato insieme di absidi e absidiole, coperte da semicupole e contraffortate  da archi rampanti: la vista migliore, davvero indimenticabile, si ha dall’angolo tra le vie del Proconsolo e dell’Oriuolo. L’alto tamburo ottagonale è in parte coronato da un ballatoio la cui costruzione fu interrotta su suggerimento di Michelangelo, che l’aveva definita “gabbia da grilli”.

La grande cupola ottagonale di Brunelleschi, la più ardua e audace impresa architettonica del ‘400, si slancia nel cielo a completare la costruzione. La particolare difficoltà dell’impalcatura, conseguente alle dimensioni della cupola (circa 42 m di diametro), fu genialmente risolta con l’introduzione da parte dell’architetto di una tecnica maturata studiando le cupole d’epoca romana, che non prevedevano il ricorso alle armature di legno.  

Sul fianco sinistro si apre per prima l’incantevole porta della Mandorla, detta così per l’elemento contenuto nella cuspide gotica con l’altorilievo dell’Assunta, opera di Nanni di Banco (1414-21). Nella lunetta compare un mosaico (Annunciazione) realizzato intorno al 1491 da un cartone di Domenico e Davide Ghirlandaio.

OPERE D’ARTE IN S. MARIA DEL FIORE – L’interno della basilica, a croce latina, è diviso in tre lunghe navate scandite da poderosi pilastri, che trasmettono un effetto di austera grandiosità.

 Il Duomo di Firenze è la chiesa italiana più ricca di vetrate antiche: se ne contano 44 su 55 finestre. Nella lunetta del portale centrale, il trecentesco mosaico dell’Incoronazione della Vergine è attribuito a Gaddo Gaddi.

 Sulla destra, la tomba di Antonio Orso, vescovo di Firenze, si deve a Tino di Camaino (inizi XIV secolo).

Sopra la crociera, la spettacolare cupola è interamente ricoperta dall’affresco del Giudizio universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari (1572-79), in basso sono poste otto statue cinquecentesche di apostoli. Il recinto ottagonale del coro, in marmo circonda l’altare maggiore di Baccio Bandinelli, sovrastato da un Crocifisso di Benedetto da Maiano (1497).

Attorno alla corciera si aprono le tre tribune del transetto e del presbiterio. Fra la tribuna destra e quella centrale, la porta della sagrestia vecchia reca un’Ascensione di Luca della Robbia (1450 circa).

Sotto l’altare della tribuna centrale si trova l’arca di S. Zanobi, capolavoro di Lorenzo Ghiberti (1442). Nella lunetta della sagrestia delle Messe si ammira un’altra terracotta (Risurrezione, 1444) di Luca della Robbia, cui si deve anche la splendida porta in bronzo (1445-69):

la mattina del 26 aprile 1478 trovò qui scampo Lorenzo il Magnifico, mentre il fratello Giuliano cadeva ucciso nell’agguato teso loro dai Pazzi.

Nella 4° campata della navata sinistra si trova la famosa tavola di Domenico di Michelino (1465) raffigurante Dante e i suoi mondi.

Nella 3° e nella 2° campata giganteggiano i cosiddetti monumenti equestri dedicati a Giovanni Acuto e a Niccolò da Tolentino, condottieri dell’esercito fiorentino, affrescati rispettivamente da Paolo Uccello (1436) e da Andrea del Castagno (1456).

Si scende quindi, dalla 2° campata della navata destra, ai resti (IV-V secolo) della Cattedrale di S. Reparata, impropriamente indicati come “cripta”. Le rovine furono riportate alla luce durante gli scavi iniziati nel 1966, che rivelarono anche interessanti reperti romani e paleocristiani.

Da una porticina in fondo alla navata sinistra, 463 gradini salgono alla cupola: dopo una sosta sul ballatoio del tamburo, con suggestivi scorci sull’interno del tempio, inizia la parte più impegnativa dell’ascesa, che termina al ballatoio sommitale: dai suoi 91 m d’altezza si può ammirare un magnifico panorama di Firenze.

CAMPANILE DI GIOTTO – Così chiamato perché da lui progettato, innalza alla destra del Duomo i suoi 84 m di altezza, progressivamente alleggeriti da bifore e trifore e rivestiti di marmi policromi. La base, quadrata (m 14.45 per lato), è rafforzata agli angoli da contrafforti ottagonali. Giotto avviò la costruzione della torre nel 1334, ma tre anni dopo, alla sua morte, ne era stato realizzato solamente il basamento. La direzione dei lavori passò ad Andrea Pisano, cui si devono il piano con le feritoie e le nicchie per le statue, quindi a Francesco Talenti, che portò a compimento l’opera nel 1359.

Parti integranti della struttura, e non semplici elementi decorativi, vanno considerati sculture, rilievi e statue, i cui originali sono conservati nel Museo dell’Opera di S. Maria del Fiore. Nelle formelle del basamento sono illustrate, nella prima fascia le attività umane (originali di Andrea Pisano e di Luca della Robbia), nella seconda i Pianeti, le Virtù, le Arti liberali e i Sacramenti (secolo XIV).

Salendo i 414 gradini di una scala a spirale si raggiunge la terrazza posta sulla sommità del campanile, con straordinaria visione ravvicinata dalla cupola brunellaschiana e grandiosa vista dell’intera città.

UNA CONGIURA DA “PAZZI” – Se la tradizione storica l’ha tramandata come congiura, i mezzi d’informazione d’oggi parlerebbero di tentato golpe: l’intento della famiglia Pazzi, appoggiata dall’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati e da Gerolamo Riario, potente nipote di papa Sisto IV, era infatti di porre fine alla signoria dei Medici. Il piano scattò la mattina del 26 aprile 1478, domenica di Pasqua, durante la celebrazione della messa in S. Maria del Fiore: nel mirino dei congiurati erano Lorenzo de’ Medici e il fratello Giuliano. Questi cadde sotto i fendenti dei sicari, ma il magnifico riuscì a trovare scampo nella sagrestia. La notizia dell’attentato, avvenuto davanti a una folla strabocchevole di fedeli, corse di bocca in bocca per tutta la città, i cui abitanti si schierarono senza esitazioni a favore dei Medici, propiziando la cattura dei congiurati e la loro condanna all’impiccagione. Diametralmente opposta fu la reazione del pontefice, che scomunicò Lorenzo e tutte le magistrature cittadine, scagliando il proprio interdetto su Firenze. Tali provvedimenti scatenarono una dura presa di posizione da parte del sinodo dei vescovi e dei prelati della Signoria medicea.

BATTISTERO DI S. GIOVANNI – Esprime l’ideale del romanico fiorentino, al quale guardarono tutti i grandi innovatori dell’architettura cittadina, da Arnolfo di Cambio a Brunelleschi e a Michelangelo. Pur non derivando da un tempio pagano, come voleva tradizione medievale, il Battistero è uno tra i più antichi edifici religiosi di Firenze, eretto tra l’XI e il XIII secolo su costruzioni di epoca romana. Fino all’800 ospitava l’unico fonte battesimale della città: “il fonte del mio battesimo”, come ricordava Dante ma poteva dire ogni fiorentino. L’edificio a pianta ottagonale con rivestimento esterno a motivi geometrici in marmo bianco e verde, ha una trabeazione continua che divide il piano inferiore, scandito da lesene e colonne, da quello superiore, a semicolonne ottagonali che sostengono tre archi a tutto sesto. Un terzo ordine, di epoca posteriore, nasconde la cupola. L’abside, rettangolare, risale al 1202.

LE PORTE E L’INTERNO DEL BATTISTERO – La porta sud, di Andrea Pisano, è la più antica delle tre (1330), è suddivisa in 28 formelle: nelle 20 superiori sono raffigurati episodi della vita del Battista, patrono del capoluogo toscano, in quelle inferiori l’Umiltà e le Virtù cardinali e teologali. La porta nord, opera di Lorenzo Ghiberti (1403-24), reca nelle formelle superiori scene del Nuovo Testamento, nelle otto inferiori gli Evangelisti e i Padri della Chiesa: lo stile, ancora tardogotico, evidenzia un notevole realismo delle fisionomie. La porta est, chiamata da Michelangelo del Paradiso, è una coppia dell’originale, in mostra presso il Museo dell’Opera di S. Maria del Fiore. Commissionata al GHiberti nel 1425, rivala nelle dieci formelle con scene del Vecchio Testamento la maestria e la personalità raggiunte dall’eclettico artista fiorentino, apprezzato sia come scultore e architetto, sia nella veste di pittore.

La pianta ottagonale e la disposizione delle colonne all’interno ricordano il Pantheon di Roma. In mezzo all’ottagono centrale si trovava l’antico fonte battesimale, rimosso nel 1576 e sostiuito con un esemplare decorato da sei bassorilievi di scuola pisana (1371), collocato lungo la parete.

 A destra dell’abside è il sepolcro di Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, mirabile opera di Donatello eseguita in collaborazione con Michelozzo. Completano il palinsesto decorativo le splendide tessere dorate dei mosaici (secolo XIII) dell’abside e della cupola, influenza bizantina.

mercoledì 13 aprile 2011

Palazzo Medici - Riccardi – L’espressione d’una famiglia influente


I Medici furono originariamente banchieri di successo che, attraverso il crescente potere economico, concentrarono su di sé l’egemonia politica sulla Firenze del XV e del XVI  secolo. I Medici furono anche grandi mecenati e promossero le arti con ogni mezzo, tanto da “rimodellare” Firenze e renderla quel gioiello artistico che è ancora oggi. Palazzo Medici – Riccardi fu la prima residenza e la sede delle attività finanziarie della famiglia, diventando poi l’archetipo per molti altri edifici signorili costruiti successivamente nella città.


I grandi palazzi di Firenze, una volta persa la funzione meramente difensiva, vennero trasformati  in residenze che dovevano costituire l’espressione della condizione privilegiata delle famiglie influenti, nonché il momento della massima autocelebrazione. Ma con l’avvento dell’Umanesimo, si inaugurò una nuova concezione legata al significato dell’edificio signorile: l’artista concepiva una struttura che doveva incarnare l’ideale dell’armonia e della proporzione, in cui rispecchiava la sua stessa concezione del mondo. Il palazzo divenne quindi manifestazione di un ideale e testimonianza dell’abilità dell’architetto.


Michelozzo di Bartolomeo (1396 – 1472), che progettò Palazzo Medici – Riccardi, fu tra i primi a tradurre in pratica questa nuova sensibilità. La struttura massiccia e squadrata, che occupa un intero isolato, ebbe l’influenza duratura sullo stile architettonico dei successivi palazzi fiorentini.


Nel 1349 la famiglia Medici, da poco insediatasi a Firenze, acquistò un “palagio […] con corte e pozzo” e poi nel 1361 un blocco di abitazioni prospiciente via Larga (attuale via Cavour). Con queste acquisizioni i Medici si stabilirono nella zona su cui sorgerà, verso la metà del Quattrocento, il palazzo progettato da Michelozzo per Cosimo de’ Medici.


I caratteri particolari del palazzo, in origine quasi cubico, si riallacciano alla tradizione dei palazzi “borghesi” cittadini, ma la sua apparente semplicità, l’inconsueta dimensione, la disposizione degli ambienti regolare e funzionale costituiscono un modello che sarà riproposto, con lievi varianti e non solo a Firenze, fino agli inizi del XVI secolo.


Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio (1389 – 1464), intorno al 1440 decise di farsi costruire un palazzo nelle vicinanze della chiesa di San Lorenzo, sulla strada, allora detta via Larga, che collega piazza del Duomo con il convento di San Marco. Il primo progetto del palazzo fu affidato a Filippo Brunelleschi, ma il progetto fu rifiutato, come narra il Vasari, più per “fuggire l’invidia che la spesa”. Cosimo, quindi, si rivolse a Michelozzo che nel 1444 iniziò la costruzione del palazzo, il primo che nel Quattrocento, secondo le dichiarazioni di Vasari, “fusse stato fatto con ordine moderno e che avesse in sé uno spargimento di stanze utile e bellissimo”.



Antiche incisioni e descrizioni hanno tramandato la forma originaria dell’edificio che ha subito nel corso dei secoli diversi interventi, il più importante dei quali risale alla seconda metà del XVII secolo con ampliamento voluto dai Riccardi, nuovi proprietari del palazzo dal 1659. secondo il progetto originale il prospetto, collocato su via Larga, era composto da dieci assi di finestre bifore a tutto sesto e tre portali.


La facciata presenta una triplice ripartizione orizzontale evidenziata dalle cornici marcapiano e da un paramento murario a bugnato, con una lavorazione molto aggettante e rustica a piano terra e sempre più liscia e sottile verso l’alto. Al pianterreno, lungo i lati  dell’edificio è sistemata la “panca di via” alla quale corrisponde in alto un monumentale cornicione – evidente rimando all’antichità, utilizzato per la prima volta a Firenze nel XV secolo – che delimita la mole dell’edificio e nasconde la struttura del tetto. Sull’angolo formato da via dei Gori con via Larga, si aprivano le arcate del Canto de’ Medici, dapprima aperte a loggia, poi  chiuse nel 1517 da Michelangelo con le celebri finestre “inginocchiate”.



L’impianto assiale dell’edificio è nuovo: dall’ingresso a botte si accede al cortile quadrato e al giardino, chiuso da alte mura con al centro una fontana, decorata in origine con il gruppo bronzeo di Giuditta e Oloferne di Donatello. Il cortile porticato è decorato con una fascia a graffito eseguita da Maso di Bartolomeo nel 1452. Si tratta della più antica decorazione a graffito realizzata a Firenze sulle pareti di un edificio privato civile.



Dal porticato si accedeva, a sinistra, alla scala (distrutta, oggi si sale dal lato opposto) che conduceva al primo piano, con la grande sala verso l’angolo, la cappella e gli appartamenti privati, composti ognuno da sala, camera, anticamera e scrittoio. Delle meravigliose opere d’arte contenute nel palazzo nel XV secolo purtroppo è pervenuta solo la cappella – costruita da Michelozzo, autore anche dei disegni del soffitto a cassettoni, del pavimento intarsiato e degli stalli – con le pareti dipinte da Benozzo Gozzoli nel 1459 con l’Andata dei Magi a Betlemme, dove l’artista celebra i Medici in stile gotico.



Il palazzo fu utilizzato dalla famiglia Medici fino al 1540, quando Cosimo I, ormai divenuto duca e signore di Firenze, preferì trasferire la propria residenza a Palazzo Vecchio. Nella seconda metà del XVII secolo il palazzo, appartenuto ai Medici per oltre due secoli, fu venduto dal granduca Ferdinando II de’ Medici (perché non era più adatto a rappresentare il loro nuovo status), a Riccardi, ai quali si devono le modifiche interne e l’ampliamento dell’edificio su via Larga e su via dei Ginori.


I lavori durarono circa sessant’anni e furono affidati a Ferdinando Tacca, Pier Maria Baldi e Giovanni Battista Foggini. L’ala del palazzo con l’ingresso su via dei Ginori, divenne famosa in tutta Europa per eccezionale decorazione delle sale situate al primo piano dove si trova la Libreria Riccardiana e la Galleria. I due vasti ambienti furono affrescati dopo il 1683 dal pittore napoletano Luca Giordano che raffigurò nella biblioteca l’Allegoria della divina Sapienza, e nella Galleria, ideata per contenere in appositi armadi le preciose collezioni dei Riccardi, l’Apoteosi della dinastia dei Medici.


Nel 1688 il marchese Francesco Riccardi fece costruire da Giovanni Battista Foggini lo scalone che ha modificato la struttura michelozziana del palazzo, compresa la cappella affrescata da Benozzo Gozzoli. Anche l’assetto del giardino fu cambiato e la semplicità del cortile venne alterata con l’inserimento, sulle pareti sotto le volte, di sculture, frammenti, bassorilievi e iscrizioni antiche. I lavori furono conclusi nel 1715 con l’ampliamento della facciata condotto a imitazione dell’originale ideato da Michelozzo: alle dieci finestre originali ne furono aggiunte altre sette al primo e secondo piano, mentre al pianterreno furono inclusi due nuovi portoni. L’intervento si percepisce solo guardando attentamente i tondi posti a decorazione delle nuove bifore, dove le chiavi dei Riccardi sostituiscono le palle medicee. Gli ampliamenti settecenteschi hanno fatto assumere all’edificio uno sviluppo orizzontale, che altera profondamente l’idea di Michelozzo. L’architetto aveva concepito, infatti, un palazzo di forma quasi cubica con uno sviluppo verticale fortemente accentuato dall’obbligata visuale d’angolo del palazzo, suggestione che oggi possiamo cogliere osservando il più tardo palazzo Strozzi.



venerdì 25 febbraio 2011

Palazzo Vecchio – Simbolo del Comune di Firenze


Palazzo Vecchio è stato per secoli il simbolo del Comune fiorentino, una delle grandi potenze medievali europee. Reggia cittadina dei granduchi di Toscana, è ora la sede del Municipio di Firenze. Nelle sue mura è racchiusa la storia toscana, e buona parte di quella italiana: un concentrato d’arte e di testimonianze politiche.



UN PALAZZO PER IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA FIORENTINA – L’edificio fu eretto tra il 1299 e il 1314, su progetto del celebre architetto Arnolfo di Cambio, come palazzo dei Priori, i sei capi delle corporazioni che assieme ai gonfalonieri di giustizia, i magistrati a tutela dei diritti del popolo, amministravano la Repubblica fiorentina. Essi restavano in carica solo due mesi, durante i quali dovevano fermarsi giorno e notte nel palazzo, sotto la sorveglianza di soldati armati, in modo che nessuno potesse influenzarne le decisioni, corrompendoli o esercitando violenza o minacce. Successivamente il governo cittadino, e quindi anche la sua sede, prese il nome di Signoria. Assunse il nome di Palazzo Vecchio quando i Medici si trasferirono a palazzo Pitti. Lo schema è quello tipico degli edifici pubblici dell’Italia centrale, con una struttura a blocco sovrastata da una snella torre (ben 94 metri di altezza), in questo caso curiosamente a sbalzo sulle merlature del palazzo. Ma eccezionale, e unica, è l’armonia d’insieme.



SAVONAROLA E MACHIAVELLI – Nel 1495 il predicatore Savonarola trasformò per breve tempo la Repubblica fiorentina, da decenni governata dai Medici: sia pur mantenendo formalmente intatte le strutture repubblicane, ne fece uno stato ‘integralista’, permeato da profonde istanze religiose e morali. Per il neoeletto parlamento egli fece costruire da Antonio da Sangallo il gigantesco “salone dei Cinquecento”. Ma la sua creazione politica ebbe vita effimera. Tre anni più tardi, nel 1498, il frate fu infatti impiccato e bruciato davanti a Palazzo Vecchio.



Negli anni successivi fu segretario della Repubblica fiorentina un uomo destinato a imperitura fama, Niccolò Machiavelli (1469 – 1527). Fu l’autore del controverso libro “Il principe”, considerato, a torto, come un elogio della politica senza scrupoli. L’opera era, in realtà, sia una fredda presa d’atto dell’autonomia morale della politica, sia una accorata opera di fede nei valori fondanti dello Stato.



PALAZZO DUCALE – All’inizio del Cinquecento l’imperatore Carlo V pose fine con la forza all’esperimento della Repubblica fiorentina. E nel 1531 tornarono i Medici, legittimati del nuovo titolo granducale ottenuto dall’imperatore. Da quel momento il palazzo dei Priori si chiamò Ducale e il salone dei Cinquecento accolse su una tribuna sopraelevata il trono del duca, Cosimo I, prima che la dimora dei Medici si trasferisse a palazzo Pitti, nel 1565. Dopo aver ospitato le sedute del parlamento italiano fra il 1865 e il 1872, il palazzo fu ceduto alla città di Firenze come sede del Municipio fiorentino, funzione che svolge tuttora.


UN CASTELLO REPUBBLICANO – I nobili avevano i loro castelli nelle campagne. Più tardi i signori cittadini costruirono imponenti edifici a cavallo delle mura urbiche. Il popolo, durante l’epoca comunale ebbe il palazzo pubblico: il castello delle istituzioni repubblicane. E proprio come un castello era concepito, con coronamento merlato, una torre di difesa e di controllo sull’abitato, ampie sale al primo piano per ricevere i visitatori importanti, riunire gli organi di governo, raccogliere le opere d’arte che davano prestigio al Comune. I palazzi pubblici dell’Italia settentrionale avevano di solito il pianterreno aperto, così da consentire la riunione dei cittadini anche in caso di cattivo tempo. Quelli dell’Italia centrale preferivano invece i palazzi chiusi.



 LA FAMIGLIA MEDICI – All’inizio del Quattrocento i Medici, banchieri fiorentini da generazioni, avevano messo da parte enormi ricchezze come amministratori delle finanze papali. Partendo da questa base, e dal favore popolare che li circondava, si impegnarono sempre più nella lotta politica. Giovanni de’ Medici ricoprì la carica di gonfaloniere, e suo figlio Cosimo il Vecchio arrivò, di fatto, a governare in modo assoluto la repubblica. I Medici furono tra i massimi esponenti del mecenatismo come strumento politico, e investirono in opere d’arte molte delle ricchezze accumulate. Divennero una delle famiglie più potenti d’Europa: il figlio di Lorenzo, Giovanni, e suo nipote Giulio furono eletti papi, con i nomi di Leone X e Clemente VII. La pronipote di Lorenzo, Caterina, sposò il re di Francia Enrico II e fu madre di tre sovrani. Cacciati da Firenze durante la repubblica di Savonarola, vi ritornarono trionfalmente nel 1531 nominati duchi di Toscana. Cosimo I, mostrò ancora una volta tutto il splendore della dinastia. A questo periodo risalgono molti lavori e cambiamenti del palazzo.


BELLEZZA IN MOSTRA – In piazza della Signoria sono collocati, all’aperto o sotto la loggia dei Lanzi, alcuni dei più grandi capolavori scultorei rinascimentali, dal “David” di Michelangelo al “Perseo” di Benvenuto Cellini, al “Ratto delle Sabine” del Giambologna, al “Marzocco” (il leone con scudo gigliato, tra i simboli di Firenze) di Donatello. Alcune statue sono copie, ma l’eccezionale insieme testimonia l’amore per la bellezza tipico della cultura fiorentina.




Nel 1574 il cortile interno del palazzo fu completamente ridecorato per il matrimonio di Francesco I de’ Medici con Giovanna d’Austria.


Il “salone dei Cinquecento” fu costruito nel 1495 per il nuovo parlamento repubblicano e poi rimaneggiato sotto Cosimo I. sia gli affreschi che la scalinata del palazzo si devono a Giorgio Vasari (1511 – 1574).



Lo “studiolo di Francesco I”, privo di finestre, era nato come laboratorio per esperimenti cimici.



Di particolare effetto, al secondo piano, la “sala dei Gigli”, con un bel soffitto a cassettoni del Quattrocento decorato a gigli d’oro su fondo azzurro.
Le stanze di Eleonora da Toledo, prima moglie di Cosimo I, sono riccamente ornate con dipinti.



Una lapide infissa nell’impianto della piazza della Signoria segna tuttora il luogo preciso del rogo su cui fu bruciato Girolamo Savonarola. Nelle immediate vicinanze si trova, per ironico e forse non voluto contrappasso, anche la statua equestre di Cosimo I.


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