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giovedì 31 marzo 2011

Palazzo Ducale di Venezia – Il simbolo di Serenissima


Per il viaggiatore che, come Thomas Mann, giunge a San Marco dal mare, la visione di un sogno orientaleggiante sembra sorgere dalla laguna, nel paramento bianco – rosato del palazzo Ducale. Simbolo dello Stato veneziano, replicato in diversi palazzi comunali delle città soggette, il palazzo nacque dalla volontà di autorappresentazione dell’oligarchia patrizia. Dopo la “serata” che nel 1297 aveva chiuso l’accesso al governo alla nuova nobilità, si era infatti ampliato il potere dei rappresentanti delle famiglie più antiche e triplicato il loro numero.


Per essi venne perciò creato l’immensa sala del Maggior Consiglio, incredibilmente sospesa su un doppio loggiato a innalzarli simbolicamente verso il cielo. Attorno a essa crebbe l’interno palazzo, le cui facciate vennero subito prese a modello dai principali palazzi gotici veneziani. 



Dopo il rovinoso incendio del 1577, Palladio propose di ricostruirle in forme classicheggianti, ma, in omaggio alla tradizione, esse vennero invece conservate. Il loro aspetto leggiadro, idealmente aperto alla città dai trafori gotici, sta ancora oggi a simboleggiare il consenso di cui sempre godette il governo della Serenissima.


DAL CASTELLO AL PALAZZO – Quando, nell’810, il ducato veneziano si trasferì da Malamoco, insediandosi in città, la ricca residenza del doge Particiaco ebbe l’aspetto di un palazzo fortificato, difeso tutt’intorno da un canale, con torri angolari e corte interna. Nella parziale riedificazione promossa dal doge Sebastiano Ziani tra il 1172 e il 1178, il palazzo venne suddiviso ricavandovi la residenza del doge, il palazzo di giustizia e il palazzo comunale, riservato all’assemblea dei nobili maggiorenni detta Maggior Consiglio.



Il palazzo Ducale mantenne queste stesse funzioni anche nelle successive ricostruzioni. La prima fu decisa nel dicembre 1340 per creare, verso il molo, una più vasta sala consiliare. Da questo primo nucleo si estesero le due ali che si congiunsero alla basilica, fino a formare l’attuale struttura quadrilatera aperta sul vasto cortile interno. La prima, prospiciente la piazzetta, venne conclusa nel 1438 e fu arricchita da un monumentale ingresso, la porta della Carta, ampliata nella profondità dall’arco Foscari.



La seconda, l’ala sul Rio, venne avviata in seguito a un incendio del 1483 e si rispecchiò l’aggiornato linguaggio lombardesco. Verso il 1559 il palazzo era compiuto, ma negli anni Settanta del Cinquecento due rovinosi incendi imposero la ricostruzione in forme manieriste delle principiali sale assembleari.



LA SALA SUL VUOTO – Delle due facciate principali, quella a sud è la più antica e venne eretta tra il 1341 e il 1355 a sostenere la sala del Maggior Consiglio. Illuminano la grande sala le prime cinque finestre acute da sinistra, che comprendono il balcone, simile a un arco trionfale, affiancato dalle statue delle Virtù, e coronato dalla Carità. Contravvenendo alle leggi della statica, la sala è sostenuta da due ordini di colonne. Al progressivo diminuire dei vuoti corrisponde quello dei virtuosismi architettonici, attuati per meglio ripartire il peso del paramento a losanghe, con il moltiplicarsi delle curve nei quadrilobi e nei profili flessi degli archi della loggia, dalla tipica forma di chiglia rovesciata.



Tutto l’esterno un tempo era rivestito da una vivace policromia, che ne esaltava la straordinaria fioritura di decorazioni architettoniche e scultoree. Ogni profilo rettilineo vi appare annullato, dai cordoli sugli spigoli o dai merli traforati nello stile detto fiammeggiante,stemperando la massa dell’edificio contro il cielo.



L’ENCICLOPEDIA SCOLPITA: LE SCULTURE ESTERNE – Tutti i capitelli esterni sono decorati con complesse allegorie. Centinaia di figure creano un vasto sistema simbolico, un’enciclopedia che allude all’importanza del sapere. Come ricorda a tutti il cartiglio in mano all’arcangelo Michele, scolpito sullo spigolo verso le due colonne del molo, la sapienza è l’ispiratrice di giustizia e conduce alla salvezza. Sotto di lui stanno le naturalistiche statue di Adamo ed Eva, a rappresentare l’ignoranza e la colpa originarie da riscattare, in un simbolico rinnovamento che si sviluppa a partire dal capitello d’angolo, dove pianeti e simboli astrologici fanno da corona al Sole.



Anche le statue sugli altri spigoli sviluppano simbolicamente il medesimo tema: così alla giustizia, nel Giudizio di Salomone verso la basilica, si lega di nuovo la salvezza nell’Ebbrezzo di Noè verso il rio. Se Noè prefigura Cristo e il vino l’Eucarestia, la deviazione dei suoi figli sarà quindi anche quella dei devoti veneziani.
All’altezza dell’ottava colonna del portico, dove venne interrotta la prima fase dei lavori, un quadrilobo sulla loggia è chiuso da un rilievo del 1355. Vi è rappresentata, quale allegoria del buon governo in forma di Giustizia, Venezia su un trono dai rilievi leonini evocanti quelli di Salomone.



LA PORTA DELLA CARTA – Non è certo se il suo nome derivi da un archivio in qualche locale adiacente, o dagli scrivani che vi offrivano i loro servizi. Commissionato nel 1438 a Bartolomeo Bon, che la eresse tra il 1442 e il 1457, la porta della Carta concluse la costruzione dell’ala est del palazzo, iniziata nel 1422. Capolavoro tardogotico, un tempo splendente di dorature, i suoi motivi vegetali ornano una cornice mistilinea, tipica di quello stile. Sotto la splendida trifora vi è celebrato il doge Francesco Foscari, inginocchiato davanti al leone alato, simbolo di San Marco.



 Un atto di sottomissione del tutto consono allo spirito del governo veneziano, per il quale il doga non era un sovrano, ma doveva uniformarsi alle volontà dell’assemblea dei nobili. Simbolo di questo bene comune è, alla sommità del coronamento, la Giustizia, che veniva amministrata in questa parte del palazzo, idealmente sorretta dalle altre Virtù cardinali poste sulle nicchie dei pilieri laterali.



SALIRE VERSO LA GLORIA, TRA MARTE E NETTUNO: LA SCALA DEI GIGANTI – Fu lo scenario dove venne acclamato ogni doge appena eletto e anche ne venne ignominiosamente decapitato uno, Marin Faliero, reo di cospirare contro la Repubblica.



La Scala dei Giganti, realizzata da Antonio Rizzo tra il 1485 e il 1496, prese nome dalle colossali statue di Marte e Nettuno, dovute alla bottega del Sansovino e poste nel 1565 a esaltare la potenza guerriera di Venezia. Con i suoi minuti bassorilievi di trofei d’armi sui fianchi e di Vittorie alate sulla terrazza la scala si pose tra i primi, compiuti esempi di classicismo nella scultura veneziana e costituì un laico e paganeggiante contraltare ai temi sacri delle antistanti sculture dell’arco Foscari, del quale, se inquadrata dalla piazzetta, costituì il fondale scenografico.


 Immettendo al loggiato orientale, al scala era anche idealmente congiunta alla vicina Scala d’Oro, progettata dal Sansovino nel 1556 e decorata con squisiti stucchi dorati da Alessandro Vittoria, primo capolavoro dello stile manierista nel palazzo.



TRA FUNZIONALITA’ E RAPPRESENTANZA, LE SALE DI GOVERNO – La Scala d’Oro conduce al secondo piano, dove si trovano le vaste sale di governo, riprogettate dopo il rovinoso incendio nel 1574 dai “proti” o architetti ducali Andrea Palladio e Antonio Rusconi.



Il loro vasto atrio è la sala delle Quattro Porte. Le allegorie dei rilievi sulla scala vengono riecheggiate nelle statue poste sui timpani delle porte, simboli delle virtù civili che dovevano ispirare le attività negli ambienti contigui, il Collegio e il Senato.


Preceduta dalla scala dell’Anticollegio, lussuosa anticamera dotata di una ricca volta ornata di stucchi, la sala del Collegio era destinata al comitato ristretto deputato all’elaborazione legislativa e alle udienze degli ambasciatori stranieri, mentre l’adiacente e vasta sala del Senato era adibita a dibattere sia le questioni amministrative e politiche dei domini veneti, sia la politica estera. In entrambe, ornate da dipinti votivi di diversi dogi e da soffitti intagliati  e dorati posti a incorniciare allegorie del potere veneziano, troneggiano il tribunale ligneo destinato al doge e alle più alte cariche, e significativamente, gli orologi destinati a scandire in modo ferreo la durata delle orazioni.



AL CENTRO DEL POTERE: IL MAGGIOR CONSIGLIO – Gran parte dell’ala meridionale è occupata dall’immensa sala del Maggior Consiglio, cuore politico e scenografico del palazzo. Capace di ospitare assemblee fino a millecinquecento membri, fu il più vasto ambiente coperto al mondo privo di sostegni interni fino all’avvento del calcestruzzo armato. Il pavimento e il soffitto, come ogni altra sala a Venezia, sono infatti sostenuti da lunghe ed elastiche travi di larice.



Tradisce in parte questa struttura il telaio principale del magnifico soffitto intagliato e dorato, ideato da Cristoforo Sorte dopo l’incendio del 1577, quando venne devastata anche la vicina sala dello Scrutinio, adibita alle operazioni di voto. La sala venne progressivamente rivestita da grandi teleri, celebrativi della storia e della potenza di Venezia, affidati ai più celebri pittori locali. La decorazione del soffitto venne terminata nel 1584, mentre i dipinti alle pareti furono eseguiti tra il 1590 e l’inizio del secolo successivo.



IL PALAZZO E LA GIUSTIZIA – Nel sottotetto furono ricavate le prigioni vecchie, dette Piombi dal materiale del rivestimento esterno. Insieme alla tetra Camera del Tormento, a sala di tortura, esse stanno a ricordare che il palazzo era anche la sede dell’amministrazione giudiziaria. Vi operavano, oltre ai tribunali civili, gli Inquisitori di Stato e il Consiglio dei Dieci, che perseguivano i crimini politici. Nel 1581 Antonio da Ponte iniziò le antistanti Prigioni Nuove, uno dei primi carceri europei, che venne concluso nel 1610. organizzate autonomamente come un blocco compatto attorno al cortile, il loro prospetto si impone sul molo con l’alto porticato in bugnato rustico, che sostiene gli ambienti riservati al tribunale per i reati penali. Dal 1600 i condannati le raggiunsero attraversando il Rio di Palazzo sul ponte dei Sospiri, edificato da Antonio Contin con eleganti curve barocche, quasi a suggerire la poppa di un vascello.



martedì 1 marzo 2011

Mantova Palazzo Ducale – L’arte come strumento della politica


Nel 1490 Isabella d’Este sposò Francesco II Gonzaga, signore di Mantova. Ben presto trasformò la corte in una fucina artistica, lasciando la propria impronta decisiva nella sistemazione del palazzo e nello sviluppo della cultura rinascimentale.


IL PALAZZO DI ISABELLA D’ESTE – Il  Palazzo Ducale di Mantova, sorto intorno al castello della dinastia, posto a ridosso di due dei tre laghi che circondano la città, crebbe nel corso dei secoli fino a diventare un complesso gigantesco di ben 34 000 metri quadrati di superficie. Si tratta di una vera e propria “città in forma di palazzo”, come è stato detto, composta da molti edifici distinti per stile, struttura, caratteristiche ed epoca, con oltre 550 camere, piazze interne, giardini, porticati collegati da corridoi, passaggi e disimpegni di tutti i generi. Ed è anche, per così dire, un immenso, spettacolare contenitore artistico.


MANTOVA E I GONZAGA – Nel 1328 Luigi Gonzaga riuscì a scalzare dal potere la famiglia Bonacolsi, fino a quel momento signora della città di Mantova. Un anno dopo l’imperatore Ludovico IV il Bavaro lo nominò vicario imperiale nella città, dando così una veste legale alle ambizioni di dominio della dinastia. Luigi usava, come sede del governo, il palazzo duecentesco in cui già avevano risieduto i Bonacolsi, comprendente il “palazzo del Capitano del Popolo” e la cosiddetta “Magna Domus”. Quando Mantova, alla fine del Trecento, fu elevata a contea, i Gonzaga disposero nuovi lavori di ampliamento e aggiunsero agli edifici esistenti il “castello di San Giorgio”, preziosa costruzione fortificata realizzata da Bartolino da Novara. Nel 1433 Gianfrancesco Gonzaga guadagnò per se e per i suoi eredi la dignità di marchese di Mantova.



 Per onorare il nuovo titolo diede inizio ad altre opere di abbellimento del palazzo, iniziando la politica mecenatesca che sotto Francesco II e Isabella d’Este ne fece un centro di primo piano del Rinascimento. Nel 1530 i Gonzaga diventarono duchi: e ancora una volata la loro residenza – da quel momento indicata con il nome di Palazzo Ducale – si riempì di architetti, artisti, letterati, motivo di vanto per la corte. Nel 1627, quando l’ultimo duca morì, senza lasciare eredi maschi, il palazzo era ormai diventato una delle più grandi e complesse regge europee. Per la successione si scatenò una guerra europea: Mantova, rivendicata sia dai Asburgo che dai francesi, passò per un certo periodo al ramo francese dei Gonzaga – Nevers; poi, nel 1708, all’Austria, cui rimase, esclusa la parentesi napoleonica, fino all’Unità d’Italia.



LA REGGIA LABIRINTO – Benché sia conosciuto come palazzo, il complesso mantovano è in realtà un intrico di palazzi, gallerie, scaloni, scalette, passaggi, corridoi. Comprende persino un grande castello, una quindicina di piazze, giardini, cortili interni e una grande chiesa.



La realizzazione cominciò nel Duecento, con due edifici costruiti dai Bonacolsi, il palazzo del Capitano del Popolo e la Domus Magna, in cui si installarono nel 1328 i Gonzaga. Nel Trecento Francesco I fece innalzare il castello di San Giorgio, sulla riva del lago. Tra i palazzi e il castello sorsero poi, con massimo sviluppo nell’epoca rinascimentale, altre costruzioni. Il complesso forma due blocchi principali: uno meridionale, che si stende da piazza Bordello fino al giardino del Padiglione, e uno settentrionale che dal giardino del Padiglione si stende fino al castello di San Giorgio. A cerniera tra i due blocchi la basilica palatina di Santa Barbara. All’interno le varie sale sono raggruppate in appartamenti.



DA RE ARTU’ AL RINASCIMENTO – Gianfrancesco (1394 – 1444), primo marchese della famiglia Gonzaga, incaricò Antonio Pisano, detto Pisanello, di affrescare una sala del palazzo con il ciclo del leggendario re Artù; nutriva l’ambizione di passare alla storia grazie a quelle fulgide saghe medievali.



Mezzo secolo dopo la giovane marchesa Isabella d’Este promosse un ampio rinnovamento in senso rinascimentale del già vasto complesso. Le nuove forme, derivate dall’antichità classica,contribuivano a rompere con il pensiero medievale e a mettere nuovamente l’uomo al centro dell’attività artistica: un programma di cui Isabella era ben cosciente, come è facile desumere dalle sue lettere, che costituiscono uno specchio fedele delle concezioni dell’epoca.



L’immenso palazzo è ricco di realizzazioni sorprendenti e di curiosità. Un atra le più inconsuete è costituita dall’appartamento “dei Nani”, cioè dalle stanze in cui vivevano i nani della corte. Si tratta di una serie di ambienti adattati, nelle dimensioni e negli effetti scenici, alla statura dei occupanti. Contrariamente alla credenza comune, i nani non venivano affatto disprezzati o derisi: al contrario, godevano di notevole considerazione e di una non secondaria posizione sociale, e svolgevano i compiti di servitori di fiducia, ma anche di musicisti o artisti. E talvolta le loro minuscole camerette venivano utilizzate come sede sicura per gli incontri amorosi dei sovrani o dei cortigiani.



IL PALAZZO DELLE MERAVIGLIE – La vastità e complessità del palazzo impediscono una visita totale. Da aprile a giugno è possibile accedere individualmente a una parte del castello di San Giorgo, iniziando da piazza Castello. È invece consentito per tutto l’anno l’ingresso con partenza da piazza Pallone, alle stanze del duca Vincenzo I (1562 – 1612) e alla galleria di quadri che comprende, fra l’altro, “La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità” (1605) di Pietre Paul Rubens.



Chi vuole ammirare gli interni del Palazzo Ducale deve aggregarsi a una visita guidata, che lo conduce attraverso il labirintico complesso. Il percorso, di un’ora circa, procede da piazza Bordello e si snoda lungo una quarantina di sale, fra cui le principali della “Corte Vecchia” e della “Corte Nuova”, capolavoro tardorinascimentale di Giulio Romano, nonché quelle del castello di San Giorgio.
Tra giugno e settembre viene anche proposto un giro delle corti, che iniziando da piazza Paccagnini tocca numerosi cortili e giardini interni, compresi quelli pensili – davvero suggestivi – opera di Pompeo Pedemonte.
Molto interessante è anche la visita serale che ha luogo da giugno ad agosto nei giorni di giovedì, venerdì e sabato fra le 20.30 e le 23.30.
Altre visite a parti “minori” del palazzo vengono organizzate fra giugno e febbraio.


venerdì 25 febbraio 2011

Palazzo Vecchio – Simbolo del Comune di Firenze


Palazzo Vecchio è stato per secoli il simbolo del Comune fiorentino, una delle grandi potenze medievali europee. Reggia cittadina dei granduchi di Toscana, è ora la sede del Municipio di Firenze. Nelle sue mura è racchiusa la storia toscana, e buona parte di quella italiana: un concentrato d’arte e di testimonianze politiche.



UN PALAZZO PER IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA FIORENTINA – L’edificio fu eretto tra il 1299 e il 1314, su progetto del celebre architetto Arnolfo di Cambio, come palazzo dei Priori, i sei capi delle corporazioni che assieme ai gonfalonieri di giustizia, i magistrati a tutela dei diritti del popolo, amministravano la Repubblica fiorentina. Essi restavano in carica solo due mesi, durante i quali dovevano fermarsi giorno e notte nel palazzo, sotto la sorveglianza di soldati armati, in modo che nessuno potesse influenzarne le decisioni, corrompendoli o esercitando violenza o minacce. Successivamente il governo cittadino, e quindi anche la sua sede, prese il nome di Signoria. Assunse il nome di Palazzo Vecchio quando i Medici si trasferirono a palazzo Pitti. Lo schema è quello tipico degli edifici pubblici dell’Italia centrale, con una struttura a blocco sovrastata da una snella torre (ben 94 metri di altezza), in questo caso curiosamente a sbalzo sulle merlature del palazzo. Ma eccezionale, e unica, è l’armonia d’insieme.



SAVONAROLA E MACHIAVELLI – Nel 1495 il predicatore Savonarola trasformò per breve tempo la Repubblica fiorentina, da decenni governata dai Medici: sia pur mantenendo formalmente intatte le strutture repubblicane, ne fece uno stato ‘integralista’, permeato da profonde istanze religiose e morali. Per il neoeletto parlamento egli fece costruire da Antonio da Sangallo il gigantesco “salone dei Cinquecento”. Ma la sua creazione politica ebbe vita effimera. Tre anni più tardi, nel 1498, il frate fu infatti impiccato e bruciato davanti a Palazzo Vecchio.



Negli anni successivi fu segretario della Repubblica fiorentina un uomo destinato a imperitura fama, Niccolò Machiavelli (1469 – 1527). Fu l’autore del controverso libro “Il principe”, considerato, a torto, come un elogio della politica senza scrupoli. L’opera era, in realtà, sia una fredda presa d’atto dell’autonomia morale della politica, sia una accorata opera di fede nei valori fondanti dello Stato.



PALAZZO DUCALE – All’inizio del Cinquecento l’imperatore Carlo V pose fine con la forza all’esperimento della Repubblica fiorentina. E nel 1531 tornarono i Medici, legittimati del nuovo titolo granducale ottenuto dall’imperatore. Da quel momento il palazzo dei Priori si chiamò Ducale e il salone dei Cinquecento accolse su una tribuna sopraelevata il trono del duca, Cosimo I, prima che la dimora dei Medici si trasferisse a palazzo Pitti, nel 1565. Dopo aver ospitato le sedute del parlamento italiano fra il 1865 e il 1872, il palazzo fu ceduto alla città di Firenze come sede del Municipio fiorentino, funzione che svolge tuttora.


UN CASTELLO REPUBBLICANO – I nobili avevano i loro castelli nelle campagne. Più tardi i signori cittadini costruirono imponenti edifici a cavallo delle mura urbiche. Il popolo, durante l’epoca comunale ebbe il palazzo pubblico: il castello delle istituzioni repubblicane. E proprio come un castello era concepito, con coronamento merlato, una torre di difesa e di controllo sull’abitato, ampie sale al primo piano per ricevere i visitatori importanti, riunire gli organi di governo, raccogliere le opere d’arte che davano prestigio al Comune. I palazzi pubblici dell’Italia settentrionale avevano di solito il pianterreno aperto, così da consentire la riunione dei cittadini anche in caso di cattivo tempo. Quelli dell’Italia centrale preferivano invece i palazzi chiusi.



 LA FAMIGLIA MEDICI – All’inizio del Quattrocento i Medici, banchieri fiorentini da generazioni, avevano messo da parte enormi ricchezze come amministratori delle finanze papali. Partendo da questa base, e dal favore popolare che li circondava, si impegnarono sempre più nella lotta politica. Giovanni de’ Medici ricoprì la carica di gonfaloniere, e suo figlio Cosimo il Vecchio arrivò, di fatto, a governare in modo assoluto la repubblica. I Medici furono tra i massimi esponenti del mecenatismo come strumento politico, e investirono in opere d’arte molte delle ricchezze accumulate. Divennero una delle famiglie più potenti d’Europa: il figlio di Lorenzo, Giovanni, e suo nipote Giulio furono eletti papi, con i nomi di Leone X e Clemente VII. La pronipote di Lorenzo, Caterina, sposò il re di Francia Enrico II e fu madre di tre sovrani. Cacciati da Firenze durante la repubblica di Savonarola, vi ritornarono trionfalmente nel 1531 nominati duchi di Toscana. Cosimo I, mostrò ancora una volta tutto il splendore della dinastia. A questo periodo risalgono molti lavori e cambiamenti del palazzo.


BELLEZZA IN MOSTRA – In piazza della Signoria sono collocati, all’aperto o sotto la loggia dei Lanzi, alcuni dei più grandi capolavori scultorei rinascimentali, dal “David” di Michelangelo al “Perseo” di Benvenuto Cellini, al “Ratto delle Sabine” del Giambologna, al “Marzocco” (il leone con scudo gigliato, tra i simboli di Firenze) di Donatello. Alcune statue sono copie, ma l’eccezionale insieme testimonia l’amore per la bellezza tipico della cultura fiorentina.




Nel 1574 il cortile interno del palazzo fu completamente ridecorato per il matrimonio di Francesco I de’ Medici con Giovanna d’Austria.


Il “salone dei Cinquecento” fu costruito nel 1495 per il nuovo parlamento repubblicano e poi rimaneggiato sotto Cosimo I. sia gli affreschi che la scalinata del palazzo si devono a Giorgio Vasari (1511 – 1574).



Lo “studiolo di Francesco I”, privo di finestre, era nato come laboratorio per esperimenti cimici.



Di particolare effetto, al secondo piano, la “sala dei Gigli”, con un bel soffitto a cassettoni del Quattrocento decorato a gigli d’oro su fondo azzurro.
Le stanze di Eleonora da Toledo, prima moglie di Cosimo I, sono riccamente ornate con dipinti.



Una lapide infissa nell’impianto della piazza della Signoria segna tuttora il luogo preciso del rogo su cui fu bruciato Girolamo Savonarola. Nelle immediate vicinanze si trova, per ironico e forse non voluto contrappasso, anche la statua equestre di Cosimo I.


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