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venerdì 3 dicembre 2010

Le sepolture megalitiche in Bretagna e Irlanda


Il termine “megalito”, coniato da Algernon Herbert nel 1849, deriva dal greco “mégas” (grande) e “lithos” (pietra) e si riferisce alle straordinarie strutture diffuse in varie regioni del mondo; sulla scorta del gran numero di tali manufatti attestati sul territorio, pare certo che il “megalitismo” si fosse sviluppato eminentemente in Francia attorno al 5000 a. C. circa, da dove si sarebbe irradiato in Portogallo (3900 a. C.), in Spagna (3600 a. C.) e nelle isole britanniche.

                             

Non è dato sapere se il fenomeno megalitico abbia avuto un’origine autoctona nell’arcipelago maltese (4100 a. C. – 2500 a. C.) dove, accanto alle strutture ipogeiche, comparvero quelle templari, le quali costituiscono un “unicum” poiché sono presenti soltanto in queste piccole isole del Mediterraneo. Il ruolo giocato dagli imponenti complessi megalitici è più facile comprensibile se si considera la valenza simbolica assunta dalla pietra in epoca preistorica, allorché i materiali litici, difficilmente deteriorabili, costituirono un simbolo di eternità e, spesso, di fecondità. Le principali strutture megalitiche sono i “menhir”, gli allineamenti, i “cromlech” e i “dolmen” diffusi prevalentemente in Francia e databili per lo più al Neolitico, i menhir si riscontrano in diverse regioni dell’Europa occidentale; l’etimologia del termine deriva dal bretone “men” (pietra) e “hir” (luogo).



Si tratta di pietre infisse nel terreno, le cui dimensioni variano da uno a 12 metri di altezza; costituisce un’eccezione l’imponente menhir di Locmariaquer (Morbihan) in Francia, alto in origine 23 metri e mezzo, pesante circa 300 tonnellate, che attualmente giace al suolo spezzato in quattro.
È difficile comprendere la reale funzione dei menhir. Alcuni erano forse simboli fallici poiché, penetrando nelle viscere della Madre Terra, esprimevano l’azione fecondatrice; in altri casi, la loro presenza in prossimità di monumenti sepolcrali oppure di complessi cultuali indicava verosimilmente la sacralità del luogo.



 Il fatto che su alcuni monoliti siano scolpite figure antropomorfe lascia pensare che tali menhir (p, meglio, statue – menhir) fossero ritenuti la sede incorruttibile dell’anima del defunto e ne garantissero l’immortalità. I menhir disposti in linee parallele costituiscono i cosiddetti “allineamenti”: l’esempio più suggestivo è quello di Carnai (in Bretagna, Francia), formato in origine da circa 3000 menhir che si snodano per un’estensione di 3 chilometri su 10 file parallele. Non è  dato sapere quale fosse la destinazione di tali allineamenti, benché gli studiosi abbiano proposto diverse ipotesi: alcuni hanno individuato nel complesso una funzione di osservatorio astronomico, altri una connessione con il culto del sole (elemento generatore di ogni forma di vita) e quello dei morti, avallato dalla presenza di dolmen e tombe a camera nelle vicinanze.



La disposizione dei menhir in forma di cerchi o semicerchi costituisce i “cromlech”: l’etimologia del termine è ancora una volta riconducibile al bretone “crom” (cerchio) e “lech” (luogo). Il loro diametro variava notevolmente: i più piccoli, gli esemplari sardi di Li Muri-Arzachena, misuravano dai 5 agli 8 metri di diametro, mentre il più grande, quello di Avebury, in Inghilterra, aveva un diametro di 427 metri. La funzione dei circoli megalitici, per lo più concentrati nelle isole britanniche, era di tipo funerario e cultuale, sebbene alcuni di essi fossero inequivocabilmente degli osservatori astronomici.



I “dolmen”, termine che deriva dalle parole bretoni “dol” (tavola) e “men” (pietra), sono infine monumenti sepolcrali costituiti da una o più lastre orizzontali poggianti su pietre verticali (ortostati). Talora queste strutture erano caratterizzate da una camera preceduta da un corridoio di ingresso; altre erano coperte da un tumulo di terra. Proprio questi due tipi costruttivi costituiscono le più cospicue inumazioni neolitiche e rappresentano anzi le radici dello sviluppo architettonico dei complessi monumenti funerari diffusi soprattutto in Francia (Bretagna) e in Irlanda.



Nell’Europa occidentale non era diffuso l’uso, comune in altre zone, di approntare le sepolture utilizzando anfratti naturali: tuttavia, il fatto che la maggior parte delle tombe megalitiche erette in superficie fosse coperta da enormi tumuli di terra, induce a ipotizzare che gli uomini del Neolitico, in Europa, cercassero di riprodurre le caratteristiche degli ambienti ipogei, atti a rappresentare quel modo sotterraneo che ben si addiceva ad accogliere i defunti. Questo tipo di sepolture – note come “tombe a camera” – è suddiviso tipologicamente in “tombe a galleria” e in “tombe a corridoio”; mentre le prime erano formate da un ambiente lungo e stretto coperto da lastre di pietra, nel quale erano deposti i defunti, le seconde erano costituite da un corridoio megalitico con tetto di lastre, che immetteva in una grande camera sepolcrale coperta da un grosso lastrone oppure da una “thòlos”, ossia con una falsa cupola formata disponendo le pietre in cerchi via via aggettanti.



Quest’ultimo, peculiare metodo costruttivo si riscontra in tutto bacino mediterraneo, con invariata continuità, fino all’epoca della civiltà etrusca. Le suddette tombe megalitiche erano prevalentemente collettive ed erano caratterizzate da ricchissimi corredi funebri, costituiti da oggetti domestici, agricoli, ornamentali; pare che i defunti fossero provvisti di tutto ciò che sarebbe stato loro utile per affrontare il cammino fino al mondo ultraterreno. Talvolta, le pareti delle tombe erano ornate con motivi incisi raffiguranti per lo più la Dea madre, massima divinità protettrice; quest’ultima era ritratta anche in statuette dalle forme assai stilizzate. Tale presenza conferma la connessione esistente tra il culto dei morti e quello della fertilità, tipica del Neolitico; probabilmente si riteneva che i defunti, deposti nel grembo della terra, acquisissero le energie vitali indispensabili al rinnovamento dei cicli stagionali.   



Fonte: Meraviglie dell'antichità - Dimore eterne

venerdì 26 novembre 2010

The importance of being Oscar (L'importanza di chiamarsi Oscar)



Sottotitolo: L'istigazione alla lettura

Il conosciuto detto inglese dice: “Tutti i buoni scrittori inglesi sono o irlandesi o omosessuali”. Oscar Wilde a quanto sembra è l’unico che soddisfa tutte due condizioni. Il cerchio della sua vita comincia a Dublino, nell’anno 1854, ed è finito nel 1900 in un misero albergo Alsace a Parigi, dove si era rifugiato nel1897 dopo aver scontato due anni in carcere con il lavoro forzato. Nel periodo del suo parigino tramonto aveva conosciuto il giovane Andre Gide, al quale una volta aveva confidato: “Ho investito la mia genialità nella mia vita, e nella mia opera soltanto il talento.” Che cosa si può aspettare altrimenti di un uomo che si riteneva uno dei pochi fortunati, “the happy few”, e chi aveva scritto una diecina d’anni prima: “Vivere, questo è la cosa più rara al mondo. Il maggior numero delle persone esiste soltanto.”
Wilde aveva frequentato le miglior scuole: per prima il Trinity College (dove alcuni decenni più tardi James Joyce convocherà il suo “alter ego” – Stephan Dedalus) e poi andrà ad Oxford.
   Il suo primo grande amore fu Florance Balcombe, ma lei rifiuta il giovane “dandy” e sceglie un certo Bram Stoker, quello stesso che venti anni più tardi introdurrà nella letteratura la famosa figura del conte Dracula. (A quanto sembra, era molto brava musa questa Florence!) Deluso da queste (usiamo le parole di Shakespeare) “pene d’amor perdute”, Wilde lascia l’Irlanda e si trasferisce a Londra. Nell’ anno 1881. pubblica il primo libro: la raccolta di poesie. L’anno seguente va ad insegnare in America e in quell’occasione alla dogana pronuncia quella famosa frase. “Avete da dichiarare qualche cosa?” aveva chiesto il doganiere. Wilde rispose saccente: “Niente, tranne la mia genialità.”
   L’anno 1884 si sposa con Costance Lloyd. Nei prossimi dieci anni (in apparenza) Wilde vive la vita di una favola. Diventa  padre, si afferma come lo scrittore, diventa il beniamino dei mondani aristocratici saloni vittoriani… Per i suoi figli scrive alcuni racconti per i ragazzi, le fiabe moderne ( “Il principe felice”, e “La casa dei melograni”). Pubblica la raccolta di racconti “Il delitto di lord Arthur Savile”. L’anno 1891. pubblica il suo unico romanzo “Il ritratto di Dorian Grey”, il romanzo che alcuni avevano etichettato l’elaborazione del racconto di Stevens  “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” , il romanzo che era entrato anche in quello stretto cerchio di artefatti conosciuti anche a quelli che non amavano di leggere. Un anno più tardi comincia la sua carriera di scrittore drammatico. Il suo primo dramma era “Il ventaglio di Lady Windermere”, un anno più tardi arriva “Una donna senza importanza”, e nell’ anno 1895  “Un marito ideale” e “L’importanza di chiamarsi Ernesto”. Il suo ultimo dramma “Salome” è stato scritto nella lingua francese, è stato vietato a Londra, ed è stato rappresentato a Parigi (giovane Bechett spesso è stato paragonato con Wilde, perché anche lui era un irlandese che scriveva in lingua francese). Dal libretto basato su questo dramma Richard Strass scrisse l’opera. Lord Alfred Douglas l’aveva tradotto in lingua inglese. Alfred Douglas (conosciuto meglio come Bosie) era il suo amico intimo e l’amante e cosi, indirettamente è stato colpevole per il suo arresto. Durante il suo soggiorno in prigione Wilde scrive a Bosie, e queste lettere sono state pubblicate dopo la sua morte (1905.) con il nome “De profundis”. Esce di prigione come un uomo povero e distrutto. Si trasferisce in Francia e prende il nome Sebastian Melmoth. Muore a Parigi.
   Le commedie di Oscar Wilde sono le più belle e le più reali illustrazioni della società vittoriana. I sociologi può darsi le chiamerebbero le parodie, però Wilde era consapevole che anche lui apparteneva a questa società. Se in esse c’è l’ironia si tratta soltanto della autoironia. Wilde non è un cinico, lui soltanto aveva dato la miglior definizione del cinico: “Il cinico è la persona che conosce il prezzo di ogni cosa, ma non conosce il loro valore.” Però l’appartenenza ad una classe sociale non deve implicare automaticamente anche la sua adorazione e l’ignoranza. La conferma ci arriva anche da una frase di Lennon: “La società spesso perdona un criminale, ma mai un sognatore”. Wilde era proprio un sognatore, un sognatore come l’oggetto lirico della canzone “Imagine” di J. Lennon. L’uomo che è stato ricordato tra altro anche per la frase: “Riesco a resistere a tutto, tranne alla tentazione”, doveva alla fine cascare nella tentazione ed essere espulso dalla società.
Malgrado al tragico destino e le disgrazie che gli sono capitate, Wilde era soprattutto – come aveva detto Borges – l’artista della felicità, l’uomo che conserva, malgrado essere abituato alle disgrazie e al male, l’intoccabile verginità. Alla fine possiamo chiederci usando le frasi di Amleto: “Che cosa rappresenta a noi Wilde oggi?” Per rispondere, bisogna di nuovo citare, e chi altro se no, Borges: “Secondo me è impossibile spiegare Wilde con i mezzi tecnici. Pensare a lui significa pensare a un caro amico, che non abbiamo visto mai, però di chi conosciamo la voce e ogni giorno sentiamo la sua mancanza.” E un vero peccato che non è più vivo e che non possiamo sentire come avrebbe commentato il fatto che il più prestigioso simbolo dell’odierno snobismo hollywoodiano è stato battezzato con il suo nome.

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APOLOGIA

E' tua volontà ch'io debba turbarmi e impallidire,
Barattare il mio panno d'oro per un rustico grigio,
E a piacer tuo tessere quella rete di dolore
A ogni filo più lucente corrisponde un giorno sprecato?
E' tua volontà - Amore che amo così tanto -
Che la Dimora dell'Anima mia sia un luogo tormentato
Dove come drudi malvagi debbano dimorare
La fiamma mai estinta, il verme che non muore?
Si, se è la tua volontà, lo sopporterò,
E venderò l'ambizione al mercato comune,
E lascerò che il cupo fallimento sia il mio vestito,
E che il dolore si scavi la tomba nel mio cuore.
Sarà meglio così, forse, - almeno
Non ho fatto del mio cuore un cuore di pietra,
Non ho privato la mia adolescenza del suo ampio banchetto,
Non ho viaggiato dove la Bellezza è una cosa sconosciuta.
Molti han fatto così; hanno tentato di limitare
In rigidi confini l'anima che dovrebb'essere libera,
Hanno percorso la strada polverosa del senno comune,
Mentre tutta la foresta cantava di libertà,
Senza vedere come il maculato falco in volo
Passava su ampie ali nel sommo dell'aria,
Diretto ove una ripida inviolata altura montana
Catturava le ultime trecce della chioma del Dio Sole.
O come il fiorellino è calpestato:
La primula, quello scudo d'oro piumato di bianco,
Seguiva con occhi assorti il vagare del sole,
Contenta se una volta le sue foglie ne erano aureolate.
Ma certo è qualcosa essere stato
Il più amato per un breve tratto,
Aver camminato mano in mano all'Amore, e avere visto
Le sue ali purpuree volteggiare una volta nel tuo sorriso.
Ah! Anche se il satollo aspide della passione si ciba
Del mio cuore di ragazzo, pure ho sfondato le sbarre,
Sono stato faccia a faccia con la Bellezza, ho conosciuto davvero
L'Amore che muove il Sole e le altre stelle!

Oscar Wilde


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martedì 16 novembre 2010

La straordinaria tomba di Newgrange



Nelle isole britanniche è dato notare una ingente quantità  di monumenti megalitici, ma pochissimi sembrano uguagliare quello di New Grange (Irlanda) per la complessa tipologia della struttura architettonica. Con ogni probabilità, i coloni neolitici si stabilirono in Irlanda prima che in altre zone dell’archipelago britannico, ovvero nel 4700 a. C. circa (data calibrata), ma le strutture megalitiche non sembravano da ascrivere a date anteriori al 3700 a. C. circa (mentre Stonehenge data a 2300 a. C. circa).



Nella vallata del fiume Boyne, unitamente ai tre grandi tumuli di Knowth, New Gange e Dowth, caratterizzati dalla presenza di una camera di ampie dimensioni, emersero numerosi altri piccoli tumuli, pietre erette, tracce di cerchi ovvero strutture megalitiche che hanno indotto gli studiosi ad avanzare l’ipotesi che, per un lunghissimo periodo di tempo, la suddetta valle espletasse una funzione “sacra”.
Tuttavia, la tomba di New Grange, benche fosse ubicata vicino a due grandi tumuli, si distingueva per imponenza e raffinatezza di motivi ornamentali. Il monumento, costruito nel 3400 a. C. circa, presenta un tumulo di forma ovale alto 15 metri, il cui diametro misura oltre 90 metri; all’interno di esso vi è un lungo ‘dolmen’ a corridoio che conduce ad una camera la cui pianta presenta una forma a transetto e il cui soffitto a falsa volta era stato effettuato con grandi lastre del peso di oltre una tonnellata ciascuna. La base del tumulo era delimitata da ben 97 lastre, per lo più decorate e, intorno a quest’ultime, si ergeva un enorme circolo di menbir.



L’orientamento della tomba di New Grange permetteva ai raggi del sole nascente di filtrare, attraverso un’apertura nel corridoio, fino ad illuminare la camera ad ogni solstizio d’inverno (21 dicembre).
Fra i numerosi lastroni di New Grange incisi con eleganti motivi decorativi, è da menzionare, in primo luogo, quello in pietra posto di fronte al corridoio d’ingresso della tomba ed ornato con motivi spiraliformi che presentano analogie con quelli incisi sulle lastre dei templi megalitici maltesi del Neolitico più o meno contemporanei. Similitudini con i disegni maltesi sono ravvisabili nella doppia spirale, in quella che denota un motivo “ad oculi”, nei motivi circolari semplici e in quelli vegetali; quest’ultimi, raffigurati sulle lastre dei templi neolitici maltesi, costituiscono il simbolo della forza vitale propria delle piante che s’inquadra perfettamente in civiltà in cui l’agricultura costituiva il fondamento della vita. Il motivo vegetale era rappresentato anche in Francia, oltre che in Irlanda e a Malta. Tuttavia, i disegni spiraliformi delle lastre di New Grange, sono spesso associati a motivi a forma di triangolo oppure di losanga; talvolta compaiono incisioni isolate di triple spirali, oppure di triangoli sulle pareti o sui blocchi di recinzione della tomba.



Non è dato sapere quale fosse il significato simbolico del complesso repertorio iconografico degli imponenti monumenti litici; tuttavia, i tratti comuni dell’arte megalitica, compresa quella maltese, sembrano spiegabili soltanto sotto il profilo di una comune filosofia e di un analogo pensiero magico-religioso connesso con il rito della sepoltura collettiva.
Per quanto concerne il monumento irlandese è da rilevare che la sua maestosità può essere ancora ammirata; recentemente è stato restaurato il muro in quarzo e granito che circonda e sostiene il tumulo.

Testo a cura di Emiliana Petrioli


Altre info:

giovedì 4 novembre 2010

Rocca di Cashel - una cittadella sacra



Sede tradizionale del re Munster, Cashel è, secondo la tradizione, una delle più antiche costruzioni irlandesi. San Patrizio, nel 450, vi si sarebbe recato per convertire il re pagano Aengus. I suoi proprietari assunsero spesso, oltre alle funzioni reali, anche la carica di vescovi, dando vita a un complesso unico.


                                                          San Patrizio, patrono d’Irlanda

SEDE DI VESCOVI E SOVRANI – La rocca di Cashel è oggi un imponente rudere. Ma le sue rovine sono cariche di storia. I re del Munster vi risedettero per secoli, esercitando spesso congiuntamente l’autorità secolare, come sovrani, e quella spirituale, come vescovi. In seguito alla cessione del luogo alla Chiesa, divenne un’importante sede spirituale per  tutta l’Irlanda, spesso devastata e saccheggiata, ma sempre ricostruita e risistemata. Benché abbandonata nel 1749, è tuttora uno dei maggiori monumenti irlandesi.

LA CITTADELLA DEI RE DEL MUNSTER – La rocca entrò nella storia con Corc, re del Munster appartenente alla dinastia degli Eoghanachta, di origine irlandese, il quale nel IV secolo fece costruire sul luogo le prime fortificazioni. Queste, più volte riadattate, resteranno la principale residenza dei re del Munster fino al 1101, quando Cashel fu ceduta alla Chiesa. Nel 1152 divenne sede arcivescovile.


CHIESE….. FORTIFICATE – Il passaggio alla Chiesa comportò l’eredizione di numerosi edifici religiosi. Tra i più importanti la cattedrale; la Cormac’s Chapel, innalzata dall’ultimo sovrano-prelato della storia di Cashel: il re-vescovo Cormac MacCarthy; il Palazzo arcivescovile.
Interessanti sono anche le antiche abitazioni della servitù, costruite nel Ottocento.
Cashel può essere considerata, per fondazione, uno dei più antichi esempi di chiesa fortificata in Europa. Nelle murature degli edifici ecclesiastici, infatti, sono inseriti veri e propri accorgimenti di difesa, come i merli sui muri d’ambito della chiesa.


IL GIOIELLO DEL PRINCIPE – VESCOVO – La Cormac’s Chapel fu fatta costruire nel 1127 dal re-vescovo Cormac MacCarthy e consacrata nel 1134.
Delimitata dal coro (1230-60) e dal transetto meridionale della cattedrale, è forse il miglior esempio religioso romanico d’Irlanda, anche se vi sono evidenti influssi germanici e inglesi. Le superfici sono scandite dalle tradizionali archeggiature cieche tipiche del romanico. All’interno, è riccamente ornata da sculture, in particolare nell’arcata del coro e nei capitelli.
Nella cappella è custodito un sarcofago scolpito con motivi di ispirazione scandinava, databile probabilmente tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII. Gli influssi esterni possono naturalmente essere spiegati con il ricorso a maestranze straniere, ma anche con i contatti con ambienti europei che Cormac ebbe quando era ancora principe ereditario. Il suo maestro, il vescovo Malcus di Lismore, era stato per lungo tempo monaco a Winchester e aveva mantenuto contatti con l’Inghilterra. Di più, l’abate Denis di Ratisbona, di origini irlandesi, inviò due monaci e due artigiani irlandesi a raccogliere denaro nel suo Paese natale per ricostruire il monastero di Ratisbona, e questi raccontarono della nuova costruzione in corso a Ratisbona, influenzando forse anche il principe.


SPLENDORE E DECADENZA – La rocca di Cashel fu testimone di numerosi eventi, gloriosi e tristi. Uno dei suoi re-vescovi, Cormac MacCuilleannain, fu ucciso nella battaglia di Ballaghmoon, nel 908, mentre cercava di farsi riconoscere re d’Irlanda. Brian Boru, discendente di MacCuilleannain, fu incoronato re di Munster a Cashel nel 977; si vide riconoscere, nel 1002, la supremazia su tutta l’isola e come virtuale sovrano morì nel 1014.
Anche la cattedrale e le altre costruzioni ecclesiastiche subirono molte vicissitudini. Dalla fine del XII secolo furono più volte devastate: nel 1495 dal conte di Kildare, che fece incendiare il castello, e nel 1647 da Murrough O’Brien, detto l’Incendiario, con le sue forze cromwelliane, scatenate contro i centri di culto cattolici.


LA ROCCA D’IRLANDA – La rocca di Cashel sorge, a 65 metri d’altezza, su un imponente promontorio roccioso che domina una fertile pianura ed era, forse, nel passato, un luogo sacro dell’antica religione celtica.


Vi si  accede attraverso la “Hall of the Vicar’s Choral”, davanti alla quale si trova una croce di San Patrizio (fine dell’XI secolo) che avrebbe come basamento la pietra dove nel 450 fu battezzato Agnus.


Kilkenny– La residenza dei Butler


Nel XII secolo il termine “butler” indicava il coppiere che sovrintendeva alle cantine del signore. Nel 1185 Enrico II nomino Theodor Walter, duca di Ormond, “butler” capo d’Irlanda, e lo autorizzò ad assumere questa qualifica come il nome di famiglia. Nel 1395, James Butler, suo discendente, acquisto per un sacco d’oro Kilkenny Castle.


IL CASTELLO NORMANNO DIVENUTO DIMORA SIGNORILE – Il “Castle” non sorgeva isolato. Accanto aveva la città di Kilkenny, in gallese Cill Chainnigh, ovvero “chiesa di San Canice”, da cui derivano l’odierno nome dell’abitato e dello stesso castello. Sembra che già nel VI secolo Santa Colomba vi avesse fondato una primitiva chiesa. Nel 1114 venne eretta, al posto dell’originaria, una nuova cattedrale più grande, in seguito sostituita da quella attuale, edificata nel XIII secolo.


CITTA’ E CASTELLO – Le prime fortificazioni di Kilkenny sono precedenti all’acquisto da parte dei Butler. Già nel 1172 infatti, subito dopo la conquista normanna dell’Inghilterra, il cavaliere Richard de Clare, detto Strongbow, fece innalzare sul luogo una prima fortificazione in legno. Era una tipica costruzione normanna, dotata di una torre lignea posta su una piccola collinetta e difesa da una palizzata, con annesso un cortile per ricoverare gli animali…. Trent’anni più tardi le fortificazioni in legno furono sostituite da strutture in pietra.


Nel Trecento Kilkenny, sotto la signoria dei Butler, era più importante dell’odierna capitale irlandese, Dublino: qui si riuniva il parlamento anglonormanno e il governatore del re inglese vi teneva la sua residenza. Nei secoli seguenti i suoi successori rimaneggiarono continuamente il castello, fino a farlo diventare una sontuosa ed elegante dimora gentiliza di campagna, in cui solo tre delle antiche torri circolari ricordano il ferrigno edificio medievale.

Malahide– Il castello della famiglia Talbot





Il 12 lulgio 1690 quattordici membri della famiglia Talbot partirono dal castello di Malahide per combattere al fianco del re inglese Giacomo II Stuart, cattolico, deposto dal parlamento. Il regno era stato affidato alla figlia Maria, protestante, e a suo marito Guliemo d’Orange. Giacomo fu però sconfitto e tutti i cavalieri di Malahide persero la vita.


RESIDENZA DELLA FAMIGLIA DAL 1174 – Malahide è, almeno secondo la tradizione, uno dei più antichi insediamenti d’Europa, essendo stato fondato già nel 6 000 a. C. La storia del castello è però più recente. Nell’VIII secolo d. C. i danesi eressero una fortificazione di legno nel punto in cui oggi sorge la dimora. Dopo la conquista normanna dell’Irlanda, Sir Richard Talbot fu nominato nel 1174 Lord of Malahide. Da allora, per 800 anni, i Talbot abitarono quasi ininterrottamente nel castello, finché nel 1975, in seguito al mancato pagamento, da parte del proprietario, dell’imposta di successione, l’edificio fu incamerato dallo Stato.



DIMORA TUDOR – Non particolarmente efficiente come fortificazione, anche per via dei cambiamenti apportati nel corso dei secoli, Malahide è però perfetta come romantica dimora signorile, con le sue pietre brunite dal tempo e ricoperte d’edera. E’ anche un esempio pressoché perfetto di maniero d’epoca Tudor, di cui presenta quasi tutti i caratteri: dalle finestre cigliate ad arco inflesso, alla merlatura “a podio” (cioè con tre risalti), fino all’aparato a sporgere finto, cioè simulato da una sporgenza al livello del camino di ronda, senza però caditoie effettive.


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