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sabato 17 novembre 2012

Castiglione del Lago – Un dono del papa



Nel 1550 il papa Giulio III regalò alla sorella Giacoma, in occasione delle sue nozze, l’imponente castello medievale di Castiglione sul Trasimeno, cui corrispondeva anche il rango marchionale. Il marchesato, in seguito promosso ducato, rimase alla famiglia fino al 1643.


LA ROCCA DEL LEONE – La rocca di Castiglione del lago esisteva già da secoli quando l’imperatore Enrico VI di Hohenstaufen dovette riconoscere la supremazia della città di Perugia e la fortificazione fu smantellata. Il luogo, infatti, in virtù della sua eccellente posizione costituiva una costante fonte di pericolo per il Comune umbro. Il successore di Enrico, però, Federico II, salito nel 1220 sul trono dei suoi avi, la ricostruì, intorno alla metà del secolo, con il simbolico nome di rocca del Leone, da cui forse derivò con il tempo il nome di Castiglione. Ma non era la prima distruzione e ricostruzione che l’edificio dovette subire. Un secolo prima, nel 1091, infatti, era stato l’imperatore Enrico IV a demolire la fortificazione, che era tra i capisaldi dei suoi nemici.


IL PALAZZO DEI  DELLA CORGNA – Il castello donato dal pontefice alla sorella venne in seguito ampiamente rimaneggiato dal figlio di quest’ultima, Ascanio della Corgna. Egli aveva sposato Giovanna Baglioni, erede della famiglia perugina che un tempo dominava su Castiglione. La casa-forte posseduta dai Baglioni in prossimità del castello fu trasformata da Ascanio in uno sontuoso palazzo, destinato a diventare residenza dei marchesi, e quindi dei duchi, Della Corgna.


LO STUPORE DI MACHIAVELLI – La rocca di Leone, ritenuta all’epoca praticamente inespugnabile, era uno dei più grandi edifici militari d’Europa. Visitandola, lo scrittore Nicolò Machiavelli (1469 – 1527) restò colpito dal suo aspetto minaccioso, che esprimeva visivamente la forza dell’autorità. Gli sembrò un muto testimone di pietra di quei processi del potere, che in seguito cominciò a mettere a nudo, dando dignità di studio scientifico alle sue osservazioni sul cinismo politico dei principi, sui loro metodi e sui loro inganni. Il risultato fu un rigoroso trattato di politica applicata condensato in un celebre libro – Il principe, del 1513 – che purtroppo fu spesso inteso come una giustificazione della sopraffazione, della tirannia e della legge della forza piuttosto che una disincantata e realistica analisi dei meccanismi della politica.


UN RECIPROCO AIUTO – Il castello non esaurisce le fortificazioni di Castiglione del Lago. Anche il borgo vanta una sua cinta difensiva, che si allacciava alle cortine del castello venendo a costituire un’unica realtà difensiva. È uno dei pochi casi in cui il castello signorile, anche se grande e ben munito, non prevarica sull’abitato, di cui costituisce l’arx, l’estrema difesa. A sua volta, il borgo costituiva l’antemurale del castello: una reciproca collaborazione che andava a vantaggio di ambedue le realtà.


HANNIBAL AD PORTAS – Nel 217. a.C. notizie tremende giunsero a Roma: le truppe del console Gaio Flaminio erano state accerchiate sulla riva nord del lago Trasimano, a circa 15 km dall’attuale abitato di Castiglione. Quindicimila soldati e lo stesso console erano caduti in battaglia, e più nulla si frapponeva tra Annibale e l’Urbe: la strada per Roma era aperta. Tuttavia il condottiero cartaginese deviò per le Puglie, dove un anno dopo annientò presso Canne quasi l’intero esercito romano. La lunga marcia che aveva portato Annibale dalla Spagna all’Italia meridionale, valicando le Alpi, sembrava conclusa. Eppure, Annibale mancò la sua occasione. Infatti, i Romani passarono al contrattacco e nel 202 sconfissero Annibale , costringendolo prima alla fuga in Siria e poi al suicidio. Restò la frase Hannibal ad portas, “Annibale è alle porte” come ricordo di uno dei momenti più tragici di Roma.


UNA FORMIDABILE POSIZIONE DIFENSIVA – Le isole sono da sempre tra i più apprezzati luoghi difensivi. Se poi l’isola presenta fianchi scoscesi, difficili da risalire per eventuali attaccanti, la posizione difensiva diventa veramente formidabile. Questo è quello che è accaduto a Castiglione del Lago, nata inizialmente come roccaforte insulare nel Trasimeno.


UN CASTELLIERE ANTICO – La località di Castiglione era molto probabilmente abitata già in epoca etrusca – parecchi reperti di tale civiltà sono stati rinvenuti nel territorio – e quasi certamente in età romana. Del resto, si trattava di una posizione che favoriva, si potrebbe dire richiedeva, un insediamento: un isolotto roccioso affiorante dal lago, a poca distanza dalla riva, tanto che con il tempo si è formato un istmo alluvionale che l’ha unito alla costa. È un tipo di località in cui si potrebbe persino aspettare un castelliere preistorico; e non è detto che in futuro non se ne trovino le tracce.


IL PRIMO CASTELLO – Una posizione così favorevole non poteva essere trascurata. Già nell’alto medioevo, infatti, sorse un castello di cui non si conoscono natura e forme, ma di cui restano vari documenti. Uno è quello con cui l’imperatore Ottone III, nel 996, lo cedette al marchese Ugo di Toscana; altri poi ne provano, in un certo periodo, l’appartenenza all’abbazia di San Germano di Corteleone. Purtroppo questa rocca originaria andò pressoché totalmente distrutta a opera dell’imperatore Enrico IV, nel corso della lunga lotta che lo oppose al papato e alle recalcitranti città dell’Italia centro-settentrionale.


L’ATTUALE FORTIFICAZIONE – Il castello e il borgo ai sui piedi (che si completavano reciprocamente) risorsero comunque ben presto, e costituirono nei secoli successivi uno dei punti di forza di Perugia, sebbene a più riprese Cortona, Orvieto, Arezzo provarono a contendergliene il possesso. A quest’epoca appartengono le strutture fortificate visibili tuttora, sorte nel XIII secolo e integrate a più riprese fino al Cinquecento, quando la fortificazione venne sostanzialmente abbandonata a favore del palazzo sottostante.


UN IMMENSO GIRO DI MURA – Più che un castello, la fortificazione che corona Castiglione del Lago sembra una piccola città racchiusa tra le sue mura. E forse nel suo tracciato c’è il ricordo degli abitanti che si erano succeduti sulla collina dall’epoca etrusca in poi. Tuttavia dal punto di vista militare l’imponente fortezza non era particolarmente temibile, se non per la sua posizione privilegiata. Troppo lontane le torri per aiutarsi con il reciproco tiro di fiancheggiamento, relativamente modeste le difese avanzate, troppo ampio il perimetro per le truppe di solito a disposizione, scarsamente compartimentato l’interno, così che una breccia in un punto avrebbe procurato il crollo dell’intera difesa. Eppure Castiglione fu per secoli una delle chiavi per il dominio sull’intera Umbria.



ALLA MODA DEI POTENTI – La cessione di papa Giulio III ai Della Corgna creò sulle rive del Trasimeno un piccolo stato principesco che durò fino al 1643, elevando la cittadina di Castiglione al rango di piccola ma orgogliosa capitale. La consacrazione di questo ruolo avvenne ai tempi di Ascanio I della Corgna, nipote del pontefice: un ardimentoso e abile capitano che doveva coprirsi di gloria a Lepanto. Egli infatti fece costruire un ampio palazzo dalle forme manieristiche, che doveva costituire la reggia del minuscolo dominio. Tale palazzo venne poi collegato alla rocca mediante un passaggio coperto, munito di feritoie, che consentiva di andare da un edificio all’altro senza interferenze dall’esterno. La realizzazione entrava nel relativamente vasto novero di strade coperte che collegavano palazzi e castelli, di cui il Corridoio vasariano di Firenze, il Passetto romano o la strada coperta di Vigevano sono alcune tra le testimonianze più note. E mostra l’ambizione dei Della Corgna che, in piccolo, ripresero un espediente spesso usato da grandi personaggi. Il passaggio, crollato nel 1963, fu ripristinato qualche anno dopo, ed è tuttora in funzione, costituendo uno degli elementi di maggior interesse del complesso.


FORZA E ARTE – In origine il roccione calcareo su cui s’innalza il castello medievale era un’isola del lago Trasimeno.
La rocca del Leone, a pianta pentagonale, con quattro torri d’angolo e le mura merlate, è un’importante testimonianza della grande architettura militare in epoca Hohenstaufen. Questo nonostante non assomigli per nulla ai tradizionali castelli federiciani, a pianta regolare e di dimensioni ridotte, compensate dall’imponenza delle strutture.
Percorrendo il cammino di ronda si può avere uno sguardo d’insieme sul complesso. Vale la pena di salire sul mastio, alto ben 29 m, per godere il bellissimo panorama del lago Trasimeno e del paesaggio circostante.
Uno dei motivi di attrazione del complesso è il passaggio coperto che collega il castello al palazzo.
Il palazzo della Corgna, sede attuale del Municipio, venne eretto, secondo la tradizione, su disegni del famoso architetto Galeazzo Alessi (1512 – 1572), ma si fa anche il nome di un altro celebre architetto, Iacopo Barozzi detto il Vignola.

venerdì 16 novembre 2012

Vigoleno – Castello e borgo



Il complesso di Vigoleno, nel comune di Vernasca, è composto da due realizzazioni completamente integrate: il castello e il borgo murato che gli si addossa. Forma oggi un insieme di alto valore architettonico e ambientale.


UNA VITA TORMENTATA – Il castello di Vigoleno, arroccato su un poggio dominante la valle dello Stirone, in Emilia, è di origine notevolmente antica. È già documentato nel X secolo. La sua posizione di alto valore strategico ne ha fatto una delle fortificazioni più tormentate del territorio. Entrato nel XII secolo nell’ambito del comune di Piacenza, fu aspramente conteso tra parmesi e piacentini, e al tempo stesso tra le famiglie feudali legati ai due comuni, gli Scotti e Pallavicino, che se lo disputarono per quasi due secoli. Fu anche oggetto di accaniti scontri tra eserciti al soldo della Santa Sede e truppe viscontee, fino a essere completamente demolito nella seconda metà del Trecento per ordine di Gian Galeazzo Visconti.


LA RICOSTRUZIONE DEGLI SCOTTI – Gli Scotti, che ritornano in possesso del feudo all’incirca in quell’epoca, chiesero nel 1389 al duca di Milano il permesso di ricostruirlo: nacque così il complesso che oggi si vede. Quello ricostruito dagli Scotti è un insieme di alto valore sia architettonico sia paesistico-ambientale. Si compone di due parti tra loro integrate: il castello vero e proprio e il borgo che gli si addossa, o, per essere più esatti, che vi si compenetra. Infatti il castello si “innerva” letteralmente nel borgo, venendo a costituire con esso non la somma di due elementi fortificati, ma un unico complesso, tutto racchiuso da mura: una perfetta, quasi didascalica espressione di cosa doveva essere un borgo appenninico del tardo medioevo.


FUSIONE DI MURA E INTERESSI – Nei paesi d’oltralpe, in Francia in particolare, ma anche in Spagna e in Germania, non è infrequente il caso del borgo “filiazione” del castello, con cui vive in simbiosi. In Italia tale situazione, tipicamente legata a una società feudale, è assai meno frequente. I centri abitati, anche piccoli, sono infatti quasi sempre un’alternativa al castello che, se vi si insedia, viene spesso sentito come “interferenza” del signore nella vita, tendenzialmente comunitaria e democratica, dell’abitato stesso. Vigoleno, con la sua completa fusione tra struttura del borgo e strutture castellane, è un’eccezione nel panorama fortificato della  Penisola.




IL VALORE DELL’AMBIENTE – Il fattore ambientale è fondamentale per apprezzare il complesso di Vigoleno. Che, se non fosse tuttora inserito in un ambiente poco o nulla compromesso – situazione sempre più rara in Italia – non avrebbe il valore esemplare che invece presenta. Si tratta in realtà di una situazione che riguarda pressoché tutta l’architettura fortificata, nata a suo tempo come elemento dominante del territorio intorno, e ora assai spesso umiliata e snaturata dalla radicale trasformazione subita dal paesaggio italiano nell’ultimo mezzo secolo.



ALLA RICERCA DEL PARAGONE – Vigoleno è un insieme assai raro nel panorama dell’Italia settentrionale. Per caratteristiche architettoniche e impianto generale ha in tutta questa ampia zona un solo paragone: il complesso fortificato di Castellaro Lagusello, in provincia di Mantova. Nell’esempio emiliano, tuttavia, il nucleo difensivo (castello vero e proprio, rocca, rivellino) assume un’importanza e una caratterizzazione dominanti, che l’esempio lombardo non possiede e che ne fanno un unicum quanto mai notevole.  



UN CASTELLO ATIPICO – Il castello di Vigoleno, cioè l’insieme direttamente occupato dal feudatario e dalla sua famiglia – in senso allargato, comprendente anche servi, armigeri e tutto quanto utile per la vita del signore -, ha una forma curiosissima, scaglionata in varie parti del complesso.
Il nucleo castellano è articolato su un ampio palazzo baronale, riservato alla residenza signorile, e da una rocca con funzioni militari, caratterizzata da un alto mastio quadrato.
Palazzo baronale e rocca sono collegati da un poderoso terrapieno della inusitata larghezza di oltre 5 m, che dà all’insieme un curioso impianto “a bilanciere”, del tutto inedito.
L’ingresso al castello è protetto da un colossale rivellino dall’impostazione assolutamente inconsueta, allungata e terminante a semicerchio: quasi un secondo castello posto a protezione del primo.


Il borgo è protetto da un suo proprio giro di mura che si salda alle cortine del castello, dando origine a un unico insieme integrato, nel quale le varie fortificazioni si potenziano a vicenda. Addirittura palazzo baronale e terrapieno vengono quasi ad “adagiarsi” sulle mura meridionali, che vengono a farne parte integrante.
Nel borgo si segnala la pieve di San Giorgio, forse del XII secolo, a tre navate e tre absidi.
Tra le due guerre mondiali il castello della duchessa Maria di Grammont ospitò autori, poeti, scrittori, musicisti: il bel mondo di quegli anni.


Celano – Un castello atipico



Celano era già in epoca antica un importante centro preromano, e fu poi un potente borgo medievale. Gli antichi conti di Celano dominavano, un tempo, una vasta porzione di territorio. Federico II ne spezzò il potere, ma anche i signori da lui imposti alla città ripresero il prestigioso titolo di conti di Celano.


NASCE IL CASTELLO – L’attuale castello di Celano nacque nello scorcio del XIV secolo. Inizialmente ne fu innalzato, a quanto pare, solo un piano; il secondo fu infatti opera, verso la metà del secolo successivo, del conte Lionello Acclozamora. Tuttavia la sospensione di mezzo secolo non comportò grandi cambiamenti nella costruzione, che si rivela di primo acchito sostanzialmente unitaria.



Concettualmente, si tratta di un tipo di edificio rarissimo in Abruzzo, paese quasi ovunque montagnoso, e dunque tale da favorire lo sviluppo di costruzioni a pianta irregolare, adattata alla variabilissima morfologia del terreno. È infatti un rettangolo regolarissimo, con quattro torri anch’esse quadrate agli angoli. Alle cortine sono addossati quattro corpi di fabbrica regolari, che danno origine a un cortile interno porticato. L’apparato a sporgere è generalizzato sia sulle cortine sia sulle torri.


IL RECINTO DIFENSIVO – Intorno a questa imponente struttura quadrata, così atipica nella sua regolarità geometrica, sta però, una più bassa cortina difensiva, di impianto fortemente irregolare, rafforzata da cinque torri tonde a profilo troncoconico (sovente chiamate in luogo “bastioni”) e da una serie di piccoli torri rompi tratta minori. È questa la vera parte militare del complesso, quella a cui era effettivamente affidata la difesa.


DIVERSITA’ RADICALI – Capita raramente che due strutture castellane facenti parte dello stesso complesso ed erette in epoche vicine siano così profondamente diverse quanto il castello di Celano e la cinta fortificata che lo racchiude. Il primo è un mastodontico e regolare insieme rettangolare, con cortine merlate e torri dotate di doppio apparato a sporgere. La seconda è un inviluppo irregolare, con torri e cortine alla stessa altezza o quasi. Nel primo le torri sono quadrate e a filo cortina, nella seconda, tonde e molto sporgenti. Ma è lo specchio di una realtà: il castello è prima di tutto un’imponente dimora signorile, la cinta è un funzionale strumento di difesa.


LA VENDETTA DELL’IMPERATORE – Gli antichi conti di Celano dominavano, un tempo, una vasta porzione di territorio. Il fatto era in gran parte una naturale conseguenza della felice posizione strategica dell’abitato, a settentrione della Piana Fucense, che già aveva fatto di Celano un importante centro preromano, poi un potente borgo medievale. Ma la loro forza poteva essere un ostacolo per un imperatore accentratore come Federico II. Perciò quando essi osarono entrare in contrasto con lui la sua vendetta fu spietata, così da spezzarne con decisione il potere e farne un esempio per eventuali altri feudatari ribelli. La città fu rasa al suolo; gli abitanti, vennero deportati e sostituiti con coloni fedeli all’imperatore; al luogo venne imposto un nuovo feudatario. Ma la geografia ha i suoi diritti. Tant’è vero che, morto Federico II, i nuovi signori da lui imposti alla città ripresero per sé il prestigioso titolo di conti di Celano (e la loro politica d’autonomia).


UN MONUMENTO CHE SI IMPONE – Splendidi sono sia la situazione ambientale d’insieme sia il rapporto gerarchico castello-abitato, di forte e immediata suggestione visiva e di grande valore simbolico. La dimora del signore si impone sull’ambiente naturale e sulle case dei sudditi.


Guardando con attenzione non è difficile riconoscere le varie fasi dell’intervento: la parte iniziale eretta, nell’ultimo decennio del Trecento, dal conte Pietro di Celano; le strutture alto rinascimentali (1450 circa) del conte Lionello Acclozzamora; i completamenti di Antonio Piccolomini, che nel 1463 aveva avuto in feudo la contea da Alfonso d’Aragona.



Sul percorso d’accesso s’incontrano tre difese successive: un portale d’ingresso cui si giunge attraverso una passerella, difeso da una delle torri tonde; la porta della cinta più interna, cui si perviene attraverso un percorso “sceo”; un portale che immette finalmente nel castello vero e proprio. La fortificazione è decisamente più difficile da assalire di quanto non appaia da lontano.
Il grande cortile, circondato da portici ad arcate ogivali su pilastri rotondi, si apre al piano superiore in un’area loggia ad archi a pieno centro, di sapore ormai rinascimentale. Al centro vi si trova un pozzo.



Il complesso, gravemente danneggiato da un terremoto nel 1915, è stato ampiamente restaurato nel secondo dopoguerra, con risultati non sempre felicissimi.
Il castello oggi appartiene al Ministero per Beni e le Attività culturali.  

giovedì 15 novembre 2012

Villa Borghese – Il parco più bello di Roma



Sono numerose, a Roma, le ville circondate dai parchi. Il cardinale Scipione Borghese, nipote del papa Paolo V, se ne fece costruire all’inizio del Seicento una denominata appunto casino Borghese, immersa in un enorme giardino.


GALLERIA BORGHESE , LA “REGINA DELLE COLLEZIONI ARTISTICHE” – L’aristocratica famiglia romana dei Borghese, originaria di Siena, raggiunse potere e ricchezza all’inizio del XVII secolo, con l’ascesa al soglio pontificio, nel 1605, del cardinale Camillo Borghese (1552 – 1621). Egli utilizzò a piene mani il denaro del Vaticano per favorire i suoi parenti, finanziando fra l’altro la dispendiosa passione per l’arte del “cardinale nipote”, Scipione Borghese (1576 – 1633).


LA RAFFINATEZZA DEL CARDINALE – Nel 1613 il cardinale Scipione affidò all’architetto olandese Jan Van Santen (più noto con il nome italianizzato di Giovanni Vasanzio) l’incarico di costruirgli appena fuori dell’abitato di Roma una non grande, ma raffinata villa suburbana. Contemporaneamente l’alto prelato cominciò a raccogliere opere d’arte e a commissionare a diversi artisti dell’epoca numerosi lavori. Questi furono riuniti da Marcantonio Borghese nel XVIII nel casino, da quel momento chiamato Galleria Borghese. Nel frattempo sorsero anche i vasti giardini della villa, per i quali Scipione poté usufruire di generosi contributi dal bilancio papale e che oggi sono considerati tra i più belli della capitale.


UNA FACCIATA SIMBOLICA – Splendido esempio di villa tardo manierista, curata da Jan Van Santen (Giovanni Vansanzio), su progetto quasi certamente di Flaminio Ponzio, villa Borghese è, già in facciata, un grandioso inno alla smania collezionistica e antiquaria del committente. Le sue numerosissime opere di scultura, inserite in nicchie, tondi e frontoni, fanno delle mura stesse della costruzione una sorprendente e curiosa galleria.


GALOPPATOIO E ZOO – Allo fine del Settecento Christoph Unterberger progettò per conto di Marcantonio Borghese una nuova sistemazione del parco. Risalgono a questo periodo i tre graziosi tempietti di Esculapio, Diana e Faustina. L’area è costellata di statue e monumenti, due dai qualli celebrano altrettanti famosi poeti: l’inglese Lord Byron (opera di Bertel Thorvaldsen, ma si tratta di una copia) e il tedesco Johann Wolfgang Goethe, per mano di Gustav Eberlein. Assai frequentati sono ancora in particolare il galoppatoio e il giardino zoologico.


UNA RASSEGNA DI PITTORI DI ECCELLENZA – A villa Borghese, eccellentemente restaurata alla fine del Novecento, è allestita una delle maggiori collezioni di quadri e sculture del mondo.





Vi figurano tra l’altro tre celebri capolavori di Gian Lorenzo Bernini (1590 – 1680): il David, in cui si è ritratto lo stesso artista, l’Apollo e Dafne, splendida, sensuale dimostrazione di virtuosismo plastico che coglie il momento in cui la ninfa, in fuga di fronte al dio che cerca di possederla, si trasforma in albero; il Ratto di Proserpina, ispirato con grande realismo a uno dei miti più noti della classicità.



Forse ancora più universalmente celebre è il ritratto, scolpito da Antonio Canova (1757 – 1822), di Paolina, sorella di Napoleone sposata con un principe Borghese, sdraiata languidamente seminuda su un divano di forme classiche.
Tra i tantissimi quadri vanno almeno ricordati la Deposizione di Cristo realizzata nel 1507 da Raffaello (1483 – 1520), Venere e Amore di Lucas Cranah il Vecchio (1472 – 1553), Amor sacro e amor profano di Tiziano (1477 – 1576), il Compianto sul Cristo morto di Peter Paul Runebs (1577 – 1640), nonché varie opere di grandi maestri come il Perugino (1448 – 1523), il Correggio (1489 – 1534), Paolo Veronese (1528 – 1588), il Caravaggio (1573 – 1610) e Anthonie Van Dyck (1599 – 1641).


SCRIGNO D’ARTE – La combinazione fra il riposante verde dei giardini e la visita a musei di notevole interesse artistico fanno di villa Borghese una delle tappe obbligate di una vacanza romana, anche veloce.  
L’area di villa Borghese, di circa 6 km di circonferenza, ospita numerose attrazioni tra cui musei, gallerie, accademie, un lago artificiale e vari padiglioni.
Il parco invita a passeggiate (anche in bicicletta, che è possibile noleggiare) e picnic tra gli alberi. Al centro vi si trova il giardino del Lago con un laghetto artificiale e barche a remi.
Allo scultore Pietro Canonica (1869 – 1959) e alle sue opere è dedicato un museo in forma di castello medievale, la cosiddetta Fortezzuola.
Il palazzo delle Belle Arti, eretto nel 1911, ospita la Galleria nazionale d’Arte moderna. Nel vasto panorama della produzione otto e novecentesca sono presentati scultori come Antonio Canova, Medardo Rosso, Henry Moore e pittori come Paul Cézanne, Edgar Degas, Vasilij Kandinsky. Con Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini, Giorgio de Chirico e altri sono anche documentate le correnti, tipicamente italiane, del Futurismo e della pittura metafisica.
Merita una visita villa Giulia dove ha sede il Museo nazionale archeologico, con una ricchissima collezione di reperti di epoca preromana.
Il monte Pincio offre una fantastica veduta della città.


lunedì 27 febbraio 2012

Palazzo dei Priori di Perugia – “Nobilissimo e possente”


I nomi con cui il palazzo è indicato sono diversi: palazzo dei Priori, Palazzo comunale o, nel medioevo, Palazzo nuovo del Popolo. Ma non cambia la sua ragion d’essere: è da sempre il centro del potere politico e il simbolo stesso della città, che in esso si riconosce e inorgoglisce.


LA CASA DEL POPOLO PERUGINO – Il Comune di Perugia era già la potenza dominante dell’Umbria – terra nel medioevo particolarmente ricca ma anche inquieta – quando, nel 1293, cominciò, sotto la supervisione di Giacomo di Servadio e Giovannello di Benvenuto, la costruzione di quello che, allora, veniva definito il Palazzo nuovo del Popolo. Esso avrebbe dovuto esprimere con il suo sfarzo, la sua imponenza e la sua bellezza l’importanza e la floridezza della città. Tutti i Comuni d’Italia si auguravano la vittoria, in quella sorta di “gara alla supremazia attraverso l’arte”, ma Perugina era convinta di riuscirci. Non a torto.


I SUCCESSIVI AMPLIAMENTI – Già la costruzione iniziale era notevole. Occupava tutto lo spazio verso la piazza (su cui, dall’altro lato, si ergeva  la cattedrale, altro polo della vita e delle glorie cittadine) e un tratto di quello che è oggi corso Vannucci. Ben presto non bastò per ospitare degnamente le magistrature comunali e quelle che oggi sono definite “le sale di Rappresentanza”.  Si decise cosi di abbattere la vetusta chiesa di San Severo e di comperare varie aree intorno al palazzo in modo da permetterne l’ampliamento. L’operazione venne portata in porto tra il 1331 e il 1353. non bastava ancora: nella prima metà del Quattrocento fu varato un nuovo ampliamento, che diede al palazzo le dimensioni attuali.


L’EPOCA PONTIFICIA – La definitiva sottomissione di Perugina al dominio pontificio, dal Cinquecento in poi, privò parzialmente il palazzo della sua importanza, riducendolo da centro di governo a sede amministrativa. Quasi simbolicamente, in questo periodo, l’edificio perse le sue merlature. Furono anche occluse molte trifore, ripristinate solo nel corso del restauro effettuato nella seconda metà dell’Ottocento.


GIUSTIZIA PESANTE – Una delle vie su cui prospetta il palazzo porta il nome di “via di Gabbia”: ricordo dell’epoca in cui qui era appesa la gabbia di ferro in cui si rinchiudevano, esponendoli al ludibrio della folla, i delinquenti colpevoli dei più efferati delitti. E anche, come in molte città medievali, non solo italiane, i nemici catturati. L’usanza non è certo commendevole; ma accontentava il gusto per i colori “forti” della società medievale.


I SEGNI DELLA VITTORA – Poche cose davano così gusto agli italiani del medioevo ( e, in realtà, anche a quelli di adesso) quanto di dimostrare la supremazia della propria città, e talvolta della propria fazione sugli avversari. Così il trofeo più prezioso del palazzo, messo in bella mostra sulla facciata principale, sono i chiavistelli e le chiavi delle porte di Siena, “confiscati” dai perugini dopo la battaglia di Torrita del 1358 e appesi a una lunga sbarra in metallo. Questo rappresentava il massimo scorno e l’umiliazione della città che sbarrava l’estendersi dell’influenza perugina a occidente del Tevere. Sempre sulla base dello stesso principio la facciata era ornata dal fiero, rapace grifo che è il simbolo del Comune perugino e dal leone simbolo della parte guelfa, cui la città apparteneva. In questi simboli di divisione, in realtà, la città trovava la sua unità.


L’ORGOGLIO DEI MERCANTI – Fanno parte del palazzo dei Priori, di cui occupavano parte del pianterreno, i locali del Collegio della Mercanzia e, benché non ricoprano esattamente la superficie del palazzo, anche quelli del Collegio del Cambio: due realizzazioni in cui si respiravano ancora l’importanza e l’orgoglio che permeavano le classi dominante.


LA SEDE DEI MERCANTI – Era sull’attività dei mercanti che si reggevano in gran parte le fortune delle città medievali italiane; ed essi ne erano ben coscienti, nonché profondamente orgogliosi. I mercanti erano, in realtà, la classe “portante” della comunità. In pochi casi questo è così evidente come a Perugia, dove il Comune concesse, nel 1390, all’Arte dei Mercanti alcune stanze del Palazzo comunale, ed essi si impegnarono a decorarle: ricavandone uno dei più raffinati e significativi ambienti del Quattrocento italiano.



LA “CASA” DEI CAMBIAVALUTE – A metà del XV secolo venne costruita, a ridosso del Palazzo comunale, la sede del Collegio dei Cambiavalute, una delle attività fondamentali della comunità perugina. L’arredo e la decorazione, splendidi e ottimamente conservati, restituiscono in tutta la sua capacità evocativa il “luogo di lavoro” di un Arte importante del Quattrocento. Ne risulta un insieme che riflette al meglio tanta parte della vita italiana del tardo medioevo e del primo Rinascimento.


IL CAPOLAVORO DEL PERUGINO – Ancora miracolosamente intatta è la sala delle Udienze del Cambio, dove i cambiavalute discutevano gli affari dell’Arte e ricevevano i visitatori importanti. Si tratta forse della maggiore e più completa opera del Perugino, che decorò le volte e parte delle pareti. Si presenta oggi come una delle realizzazioni più affascinante e coinvolgenti del tardo Quattrocento e del primo Cinquecento in Italia.


CAMBIA IL GUSTO, NON LA SOSTANZA – Benché opera della prima metà del Quattrocento la sala del Collegio della Mercanzia è una realizzazione ancora di schietto gusto gotico, in cui i corrispondenti fiamminghi dei mercanti perugini potevano trovarsi a loro perfetto agio. Per conto la sala delle Udienze del Cambio, nonostante un indubbio ricordo del passato, è ormai del tutto improntata al nuovo linguaggio rinascimentale, e non solo sul piano pittorico ma anche su quello degli arredi e della concezione generale. Resta inalterato lo spirito delle realizzazioni: piccoli, eleganti, felpati ambienti in cui si prendevano decisioni di enorme importanza economica, ma anche politica.


SENZA FRETTA – Il Collegio del Cambio affidò al Perugino l’incarico di decorare la sala delle Udienze il 26 gennaio 1496. era un lavoro prestigioso, tuttavia il pittore non se ne occupò da subito, o perlomeno non vi pose fisicamente mano. E quando lo fece, lavorò con inaspettata lentezza. Stando ai documenti, pare che le prime pennellate siano state “messe su parete” solo nel 1498 e che un altro ciclo di lavori si sia svolto nel 1500. Solo nel 1507, infine, l’opera poté dirsi conclusa, e il Perugino rilasciò regolare ricevuta del pagamento convenuto, ben 350 ducati d’oro. Ma valeva la pena di aspettare. Splendida, infatti, è la decorazione, in cui l’artista fu probabilmente aiutato dai suoi lavoranti (tra cui, forse, Raffaello), e che realizzò pittorescamente il tema dato dall’umanista Francesco Maturanzio sulla perfettibilità umana. Essa si fonde meravigliosamente con l’arredo – il balcone intagliato dal fiorentino Domenico del Tasso, il banco di Antonio da Mercatello, la ringhiera di Antonio Masi d’Antonio – dando vita a un complesso di rara armonia.


SCRIGNO DELLA PITTURA UMBRA – L’interno del palazzo, con i suoi affreschi, e soprattutto con l’eccezionale raccolta di pitture che costituiscono la Galleria nazionale dell’Umbria, è un esemplare scrigno artistico, che raccoglie alcuni dei maggiori capolavori della pittura italiana medievale e rinascimentale.
Si sale al palazzo attraverso il grande scalone e, al primo piano, si incontra la splendida sala dei Notari (un tempo sala del Popolo). Presenta una magnifica decorazione pittorica, attribuita un tempo a Pietro Cavallini e ora generalmente dei suoi seguaci.
Il nome della sala deriva dalla sua destinazione, a fine Cinquecento, a sede del Collegio dei Notai.
Ornano la sala molti stemmi di capitani del Popolo e podestà (e anche di alcuni signori di Perugia, come Braccio da Montone).
Tra i preziosi dipinti della Galleria nazionale, che occupa il terzo piano del palazzo, ci sono opere di Duccio di Buoninsegna, Gentile da Fabriano, Beato Angelico, Domenico Veneziano, Piero della Francesca, Benozzo Bozzoli, Francesco di Giorgio Martini, Pinturicchio, Perugino, Luca Signorielli, Pietro da Cortona.
Pregevole l’antica cappella dei Priori, con affreschi di Benedetto Bonifigli.


OPERA MIRABILE – Illustrare che “la perfettibilità umana fu raggiunta mercé l’umanarsi di Cristo, e che l’armonia si ottiene fondendo la cultura dell’antichità col sentimento cristiano”. Questo, proposto da Francesco Manturazio, fu il tema assegnato al Perugino, per decorare la sala delle Udienze del Cambio.
Conservate nell’archivio del Collegio della Mercanzia vi sono le Matricole dei Mercanti, cioè i dossier che l’Arte conservava di tutti i suoi praticanti. Sono una serie di documenti, ornati di ricche e pregevoli miniature, dal 1323 al 1599: presentano un quadro vivace e coinvolgente dei personaggi e della vita di una corporazione mercantile di “peso” europeo.
Nella maggior parte dei locali compare il grifo, simbolo di Perugia. L’arte della Lana, addirittura, inalbera il grifone cittadino sopra una balla di lana come stemma dell’Arte stessa.
Notevoli le imposte della porta d’ingresso del Collegio del Cambio, intagliate da Antonio di Mercatello.
Il Perugino svolse il tema affidatogli per la sala delle Udienze del Collegio del Cambio in maniera soddisfacente, mescolando divinità mitologiche antiche, figure di antichi Romani e Greci con personaggi e simboli della religione cristiana.
In uno dei pilastri dell’Udienza il Perugino dipinse il proprio autoritratto, forse del 1500.
La cappella di San Giovanni Battista, a lato della sala, fu affrescata da Giannicolo di Paola tra il 1515 e il 1518.
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