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venerdì 21 gennaio 2011

Un venerdì del libro nel insegna di poesia



Prometeo
(Johann Wolfgang Von Goethe)


Copri il tuo cielo, Giove,
col vapor delle nubi!
E la tua forza esercita,
come il fanciullo che svetta cardi,
sulle querce e sui monti!
Che nulla puoi tu
contro la mia terra,
contro questa capanna,
che non costruisti, contro il mio focolare,
per la cui fiamma tu
mi porti invidia.

Io non conosco al mondo
nulla di più meschino di voi, o dèi.
Miseramente nutrite
d’oboli e preci
la vostra maestà
ed a stento vivreste,
se bimbi e mendichi
non fossero pieni
di stolta speranza.

Quando ero fanciullo
e mi sentivo perduto,
volgevo al sole gli occhi smarriti,
quasi vi fosse lassù
un orecchio che udisse il mio pianto,
un cuore come il mio
che avesse pietà dell’oppresso.

Chi mi aiutò
contro la tracotanza dei Titani?
Chi mi salvò da morte,
da schiavitù?

Non hai tutto compiuto tu,
sacro ardente cuore?
E giovane e buono, ingannato,
il tuo fervore di gratitudine
rivolgevi a colui
che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori
di me ch’ero afflitto?
Hai mai calmato le lacrime
di me ch’ero in angoscia?

Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente
e l’eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse
Che avrei odiato la vita,
che sarei fuggito nei deserti
perché non tutti i sogni
fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza,
una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire
e non curarsi di te,
come me.

(Autunno 1774)


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Nel maggior numero di culture dei vari paesi esiste un certo personaggio prometèico, nello stesso tempo storico e semileggendario, dal quale niente è più come prima. In Italia questo è Dante, in Spagna Cervantes, in America Emerson. Però difficilmente un personaggio aveva cosi tanti meriti come nel caso di Goethe in Germania.
Johann Wolfgang Von Goethe è nato il 28 agosto 1749.
Nel romanzo “L’immortalità” che in un certo modo è anche il romanzo su di Goethe, Milan Kundera aveva scritto:
“Goethe è il personaggio che è stato messo precisamente nel centro della storia europea. Goethe: grande centro. Non soltanto un punto debole che pericolosamente scivola verso gli estremi, no: un forte centro che tiene tutti e due estremi nella meravigliosa atmosfera che non potrà mai più capitare in Europa. Quando era ancora giovane, Goethe studia anche l’alchimia, e poi diventerà anche uno dei primi scienziati moderni. Goethe è il più grande di tutti tedeschi, nello stesso tempo è l’antipatriota e anche europeo. Goethe è il cosmopolita anche se non si era spostato in tutta la sua vita dalla sua provincia, dal suo piccolo Weimar. Goethe è l’uomo della natura, però anche l’uomo della storia. Nell’ amore è libertino e romantico.”
Un po’ più tardi Kundera aggiungerà dicendo che Goethe “aveva vissuto in quel breve periodo storico quando il livello tecnologico già offriva una certa comodità, però anche quando l’uomo ancora riusciva a capire tutti macchinari che stava usando.” Bisogna dire anche che Goethe aveva scritto nella sua gioventù il più grande inno critica della religione “Prometeo” e poi nella vecchiaia scriverà “Il divano Est Ovest”.
Goethe era nato a Francoforte, aveva finito gli studi a Liepzig e a Strassburg. Tornando a Francoforte diventerà il personaggio centrale di un giovane circolo letterario che la storia ricorda con il nome “Sturm und Drang”. Nell’anno 1794 pubblica il suo epistolare romanzo “I dolori del giovane Werther”, la prima opera letteraria tedesca che ottiene un successo mondiale. La leggenda racconta che alla fine del XVIII sec. e al inizio del XIX sec. Werther dettava anche la moda nel vestirsi, oltre che aveva aumentato il numero di suicidi tra i giovani. In quel periodo Goethe si ritira in casa a Weimar. Oltre il viaggio in Italia, non uscirà mai più dal Weimar. Grazie a Goethe il piccolo Weimar diventa il centro culturale d’Europa (nello stesso modo il paesino Concord per un periodo è stato il centro culturale d’America, grazie a Emerson). Nell’ottobre dell’anno 1808. a Weimar si incontrano Goethe e Napoleone. Qualche anno più tardi Napoleone aveva vietato ai suoi soldati di leggere “I dolori del giovane Werther”. Quello stesso anno Goethe pubblica la sua più conosciuta opera “Faust” con le parole che in meglio comprendono la romantica adorazione della femminilità: “Das Ewiqweibliche zieht uns hinan!” (“Quell’ eterno femminino che ci attira in alto!”). La raccolta delle poesie “Il divano Est Ovest” arriverà nell’ anno 1819, e quattro anni dopo Goethe chiama Eckermann per il segretario privato. Lui pubblicherà le famose “Conversazioni con Goethe”. Goethe muore il 30. aprile 1832.
Goethe era uno degli ultimi che si possono chiamare gli spiriti del rinascimento. Oggi sembra quasi irreale il fatto che un genio letterario aveva contribuito alla fisica con la sua “Teoria dei colori” o alla medicina scoprendo e descrivendo l’osso intermascellare che oggi porta il suo nome: l’osso di Goethe. Goethe era un intellettuale (fino a quando non è stata derisa e degradata questa parola); era l’uomo che usava la sua testa (spiritualmente adulto nel vero senso “Sapere aude!” di Kant – il motto bandiera dell’illuminismo:”Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!”).
 La tragica storia di Germania che Cioran aveva chiamato “il naufragio senza i precedenti” ironicamente aveva raggirato alcuni fatti dalla biografia di Goethe. “Sturm und Drang” è stato metastasato in “Drang nach Osten”, sulla collina Ettersberg dove un tempo molto volentieri passeggiava Goethe è stato costruito il campo di concentramento Buchenwald. Accanto al paesino di Goethe e Schiller, Bach e Wagner, Tolstoj e Gropius, uscirà il fumo del camino del forno crematorio.
Goethe amava le ballate mistiche. Aveva scritto, tra altro, “La fidanzata di Corinto” e “Il re degli elfi” i poemi che provocano i brividi metafisici come il poema “Il corvo” di Edgar Allan Poe.
La storia della filosofia ci dice che i tedeschi hanno inventato l’idealismo moderno, la semplice storia nomina le guerre mondiali. Di tutti i popoli europei i tedeschi sono più di tutti interessati alla metafisica. La base di ogni metafisica è la morte. Nel “Libro del riso e dell’oblio” Milan Kundera parla di due tipi della morte. La prima morte è quella che non pensa al corpo, leggera e svolazzante, la morte personificata nella forma di una bella giovane donna con la quale si ubriacavano i romantici, teneramente azzurra come il cielo. Di questa morte Goethe aveva scritto la poesia:

In tutte le cime
Regna la pace,
Su tutte le cime degli alberi
averti appena un sospiro.

Gli uccellini tacciono nella foresta. 
  Aspetta pure, presto, 
 Riposi pure tu.

(Kundera dice che la traduzione precisa perde tutta la bellezza. Eccola in originale: Uber allen Gipfeln / Ist Ruh. / In allen Wipfeln / Spurest du / Kaum einen Hauch; / Die Volgen schweigen im Walde. / Warte nur,  balde / Ruhest du auch.) Il secondo tipo di morte è diretta al corpo, è pesante e grossolana, personificata con la bara e lo scheletro. Su di questa morte Paul Celan (il più grande poeta della lingua tedesca di secolo scorso) aveva scritto tante poesie. Una di queste ha il titolo “La fuga dalla morte” e in esso c’è questo verso: “La morte è un Mastro di Germania”.

venerdì 14 gennaio 2011

Venerdì del libro: Douglas Adams - Guida galattica per gli autostoppisti


Per puro caso ho comprato in libreria “Guida galattica per gli autostoppisti”. Detto sinceramente, non mi aspettavo che il libro mi colpisse cosi tanto e vorrei che lo leggessero tutti. Ma proprio tutti. Intero pianeta. Si tratta del geniale miscuglio di feroce critica della società e di satira con il vero umorismo inglese del genere di “Mounty Pyton” e di “Only Fools and Horses”, però molto più diretto. Le battute non sono buttate a caso per divertire e far ridere i lettori, ma si tratta dell’ umorismo  teneramente intrecciato nel contesto dell’universo e della vita nella galassia, cioè sulla terra, nelle situazioni che spesso soltanto con umorismo riusciamo a sopravvivere. Adesso potrei citare almeno mezzo testo dal libro, però non ha tanto senso, andate nella più vicina biblioteca o la libreria – il divertimento è garantito, e garantisco che vi istigherà a riflettere. Anche se la maggior parte sono le spiegazioni per i comuni Terrestri, ci sono anche alcune cose che non bisogna spiegare, che si capiscono da sole e sono comuni a tutti gli esseri della galassia. Non ce ne bisogno della  profonda riflessione, non importa da quale galassia arrivano.
 In conclusione, posso definire la Guida come una lettura leggera, divertente, a tratti romantica, ma mai banale o sdolcinata, in cui troverete la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto il resto e, ricordate, qualsiasi cosa accada “NIENTE PANICO!”



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 Incipit
Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro – verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.

Citazioni

• In molte delle civiltà meno formaliste dell'Orlo Esterno Est della Galassia, la   Guida galattica per gli autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia.
Uno, costa un po' meno; due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO.
• La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull'argomento asciugamano. L'asciugamano, dice, è forse l'oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvi sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini – zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.
• C'è una teoria che afferma che, se qualcuno scopre esattamente qual è lo scopo dell'universo e perché è qui, esso scomparirà istantaneamente e sarà sostituito da qualcosa di ancora più bizzarro ed inesplicabile. C'è un'altra teoria che dimostra che ciò è già avvenuto.
• Il tempo è una illusione. L'ora di pranzo è una doppia illusione.
• Con un'anitra di gomma non si è mai soli.
• La Guida Galattica è infallibile. È la realtà, spesso, ad essere inesatta.
• Anche la Guida Galattica per gli Autostoppisti nomina l'alcol. Dice che la miglior bevanda che esista è il Gotto Esplosivo Pangalattico. Dice che quando si beve un Gotto Esplosivo Pangalattico si ha l'impressione che il cervello venga spappolato da una fetta di limone legata intorno a un grosso mattone d'oro.

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Ecco le altre proposte del Venerdì del libro:

venerdì 7 gennaio 2011

Venerdì del libro: Alexandre Dumas - Le due Diane


Vi siete mai chiesti chi aveva inventato le soap opere…? Io no, ma credo che comunque ho trovato la risposta: secondo me è stato A. Dumas, e in particolare, con questo romanzo….


Siamo nell’ era di Valois, 1551, con Enrico II come il re di Francia, e Diana Poitiers è la sua favorita. Un giovanotto di nome Gabriele scopre di essere il figlio legittimo del conte Montgomery, di cui si sono misteriosamente perse tutte le tracce, dopo che la sua fidanzata Diana de Poitiers è riuscita a catturare l’attenzione di Enrico, all’epoca il delfino di Francia. Nello stesso periodo la compagnia di giochi di Gabriele, una bellissima ragazza di nome Diana, scopre di essere la figlia illegittima di Enrico II e la sua favorita, Diana de Poitiers, e di dover accettare di sposare il conte di Castro, uno sconosciuto nobile e di doversi trasferire a corte…. I due amichetti, tra l'altro, teneramente innamorati, si devono separare.
 Gabriele decise di assumere il titolo di visconte d’Exmès, uno dei meno conosciuti titoli di suo padre, per evitare di attirare troppa attenzione dei suoi probabili nemici e di cercare a farsi un nome tra gli uomini del duca di Guisa in Italia…. I due ragazzi si trovano dopo qualche anno alla corte d’Enrico II: lei è la figlia preferita del re, rimasta vedova, mentre lui, grazie a numerose imprese eroiche fatte in Italia, è stato nominato il comandante delle guardie reali. Si potrebbe pensare che non ci sono più ostacoli per un matrimonio tra i due…. Ma è sbagliato: la nutrice di Gabriele racconta a Gabriele i suoi dubbi sul vero padre di Diana di Castro – è molto probabile che il vecchio conte di Montgomery sia il padre di Diana. Prima di impegnarsi seriamente con Diana, forse sarebbe il caso di cercare la verità da Diana di Poitiers. Diana di Poitiers al solo pensiero del vecchio conte di Montgomery , diventa ostica e non ha la minima intenzione di svelare la verità…..

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Ecco, questa è la trama delle prime trenta, quaranta pagine di questo romanzo….
Un romanzo che prende subito già dalle prime pagine, e non lascia tempo per riprendere fiato.
Il ritmo è molto calzante, e con il proseguimento della storia, cresce sempre di più, i personaggi sono molto ben delineati, forse troppo colorati con la tecnica bianco-nero, ma comunque abbastanza realistici, ogni capitolo ha un nuovo colpo di scena, un nuovo intrigo, un nuovo rovescio della situazione…. In due parole: un bellissimo romanzo storico che tiene incollato alle pagine con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
Non riesco proprio a capire perché questo libro è fuori catalogo….
Secondo me, supera a lungo “Il conte di Monte Cristo”, e sta al pari passo con “I tre moschettieri”


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Altre proposte di Venerdì del libro:

giovedì 30 dicembre 2010

Mark Twain - Lettere dalla Terra



"Un esilarante Mark Twain nella sua migliore edizione ci trascina dinanzi allo specchio dei nostri più radicati pregiudizi.

NOTA INTRODUTTIVA:
L'arcangelo Satana ne ha combinata un'altra delle sue e il Creatore lo punisce con un giorno d'esilio, un Giorno Celeste, che egli decide di scontare sulla Terra appena creata. L'esperienza è così stupefacente che Satana deve dar fondo alle sue pur notevoli risorse intellettuali per suonare credibile ai suoi compagni arcangeli, nelle esilaranti Lettere dalla Terra."

Lettere dalla Terra, originariamente scritto nel 1909, fu pubblicato in America solo nel 1962, per volontà della figlia, anche se lo scrittore aveva disposto la sua diffusione solo a partire dal 2006, proprio perché temeva che, durante la sua epoca, un libro simile avrebbe messo a dura prova la propria vita e quella dei suoi eredi.

Si tratta di un libricino molto satirico, leggero, frizzante, ma nello stesso momento anche molto profondo e pungente, che colpisce già dalla prima pagina, e dopo la lettura lascia le sue traccie; almenno è quello che è capitato a me.
In breve: un libro da non perdere, una esperienza straordinaria... 


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Il Creatore sedeva sul trono, pensando. Dietro di lui si estendeva l'illimitato Continente del Cielo, immerso in una gloria di luce e colore; davanti a lui saliva la nera notte dello Spazio, come un muro.
Il suo corpo possente torreggiava frastagliato come una montagna nello zenith, e la Sua testa divina vi sfolgorava come un sole lontano.
Ai suoi piedi ristavano tre figure colossali, diminuite all'estinzione, quasi, nel confronto - arcangeli - le teste al livello della Sua caviglia.
Quando il Creatore ebbe finito di pensare, disse: "ho pensato. Guardate!"
Levò la Sua mano e da essa esplose un getto di fuoco, un milione di soli stupendi, che spaccarono le tenebre e salirono, sempre più lontano, diminuendo in magnitudine e intensità mentre bucavano le remote frontiere dello Spazio, finché alfine non furono null'altro che diamanti sfavillanti sotto la volta immensa dell'universo.
Al trascorrere di un'ora il Gran Consiglio fu congedato. Essi lasciarono la Presenza impressionati e pensierosi e si ritirarono in un posto appartato dove potessero parlare in libertà. Nessuno dei tre sembrava disposto a incominciare, sebbene tutti volessero che qualcuno lo facesse. Ciascuno bruciava dalla voglia di discutere il Grande Evento, ma preferiva non esporsi prima di aver sentito che ne pensassero gli altri.
La conversazione si trascinò vaga e tediosa su questioni di nessuna importanza, finchè l'arcangelo Satana non raccolse il suo coraggio - di cui aveva una scorta abbondante - e ruppe gli indugi. Disse:
"Sappiamo che cosa siamo qui a discutere, miei signori; possiamo dunque mettere da parte la messa in scena e incominciare. Se questa è l'opinione del Consiglio".
"Lo è, lo è !" dissero Gabriele e Michele, interrompendo riconoscenti.
"Molto bene, allora, procediamo. Abbiamo assistito a una cosa meravigliosa; su questo siamo tutti sicuramente daccordo. Quanto al suo valore - se ne ha - è una questione che personalmente non ci tocca. Possiamo avere su di essa tutte le opinioni che vogliamo, e questo è il nostro limite. Non abbiamo diritto di voto. Io penso che lo Spazio andava bene così com'era, e utile, anche.  Freddo e buio; un posto riposante, di quando in quando, dopo una stagione nel clima ultratemperato e negli affaticanti splendori dei cieli.

"Ma questi sono dettagli di poco conto; la nuova caratteristica, l'immensa caratteristica, è... che cosa, signori? L'invenzione e l'introduzione della Legge automatica, incontrollata, autoregolante per il governo di quelle miradi di soli e mondi turbinanti!"
"Esattamente!" disse Satana. "Si vede subito che è un'idea fantastica. Niente di paragonabile era mai scaturito prima dall'intelletto del Maestro. Legge; Legge Automatica; esatta e invariabile; che non richiede supervisione nè correzioni nè aggiustamenti mentre le eternità perdurano! Egli ha detto che quegli innumerevoli, immensi corpi percorreranno le lande dello Spazio per epoche e epoche, a velocità inimmaginabili, intorno a orbite fantastiche ma senza mai collidere, e senza mai allungare o accorciare i loro periodi orbitali nemmeno della centesima parte di un secondo in duemila anni!
"Questo è il nuovo miracolo. E il più grande di tutti. Legge Automatica! E ha dato a essa un nome: LEGGE DELLA NATURA; e ha detto che la Legge della Natura è la LEGGE DI DIO; nomi intercambiabili per un'unica cosa".
"Sì" disse Michele, "e ha detto che avrebbe imposto la Legge della Natura - la Legge di Dio - su tutti i Suoi domini e la sua autorità sarebbe stata suprema e inviolabile".
"Inoltre" disse Gabriele "ha detto che presto avrebbe creato gli animali e avrebbe sottoposto anch'essi all'autorità di quella Legge".
"Sì" disse Satana, "l'ho sentito, ma non ho capito. Che cos'è gli animali, Gabriele?"
"Mah, come faccio a saperlo? Come facciamo a saperlo? È una parola nuova".

[Intervallo di tre secoli, tempo celeste - equivalenti a cento milioni di anni, tempo terrestre - Entra un Angelo Messaggero]

"Miei signori, sta facendo gli animali. Gradireste venire a vedere?"
Andarono, videro, e furono perplessi. Profondamente perplessi; e il Creatore se ne avvide, e disse: "chiedete. Risponderò".
"Divino" disse Satana, facendo un inchino, "a che cosa servono?"
"Essi sono un esperimento in Morale e Condotta. Osservali, e impara".
Ce n'erano a migliaia. Tutti in piena attività. Impegnati, tutti impegnati; principalmente a perseguitarsi l'un l'altro. Commentò Satana, dopo averne esaminato uno con un potente microscopio:
"quella grossa bestia uccide gli animali più deboli, Divino".
"La tigre, sì. La legge della sua natura è la ferocia. La legge della sua natura è la Legge di Dio. Essa non può disubbidirla".
"Allora nell'ubbidirla essa non commette peccato, Divino?"
"No, essa è senza colpa".
"Quest'altra creatura, qui, è timida, Divino, e patisce la morte senza resistere".
"Il coniglio, sì. Esso è senza coraggio. È la legge della sua natura; la Legge di Dio. Esso deve ubbidirla".
"Allora esso non può onorevolmente contrastare la sua natura e resistere, Divino?"
"No. Nessuna creatura può onorevolmente andare contro la legge della sua natura; la Legge di Dio".
 Dopo molto tempo e molte domande, Satana disse: "Il ragno uccide la mosca e se la mangia; l'uccello uccide il ragno e se lo mangia, il gatto selvatico uccide l'oca; il... be', tutti si uccidono l'un l'altro. È assassinio su tutta la linea. Ecco una moltitudine infinita di creature, e tutte che uccidono, uccidono, uccidono; sono tutte assassine. E non sono da condannare, Divino?"
"Non sono da condannare. È la legge della loro natura. E sempre la legge della natura è la Legge di Dio. Attento adesso, guarda! Una nuova creatura; il capolavoro: l'Uomo!"
Uomini, donne, bambini a sciamando in greggi, mandrie, milioni.
 "Che ne farai, Divino?"
"Immetterò in ciascuno, con gradazioni e intensità diverse, tutte le varie Qualità Morali, in massa, che sono state distribuite, una singola distintiva caratteristica per volta, nel mondo animale non parlante: coraggio, codardia, ferocia, gentilezza, onestà, giustizia, furbizia, slealtà, magnanimità, crudeltà, cattiveria, malignità, concupiscenza, pietà, compassione, purezza, egoismo, dolcezza, onore, amore, odio, bassezza, nobiltà, lealtà, falsità, sincerità, mendacia.
"Ogni essere umano avrà in sé tutte queste Qualità Morali, e esse costituiranno la sua natura. In alcuni, ci saranno alte e nobili caratteristiche che sommergeranno quelle cattive, e questi saranno chiamati Buoni; in altri le caratteristiche cattive avranno il predominio, e quelli saranno chiamati Cattivi.
"Osserva... guarda... svaniscono!"
"Dove sono andati, Divino?"
"Sulla terra, essi e i loro compagni animali".
"Che cos'è la terra?"
"Un piccolo globo che feci uno, due tempi e mezzo fa. Lo vedesti ma non lo notasti nell'esplosione di mondi e di soli che si sprigionarono dalla mia mano. L'uomo è un esperimento, gli altri animali sono un altro esperimento. Il tempo dirà se ne sarà valsa la pena. La dimostrazione è finita, potete andare, miei Signori".
Passarono diversi giorni. Ciò sta per un lungo periodo di (nostro) tempo, chè in paradiso un giorno è mille anni. Satana aveva fatto commenti ammirati su alcune delle brillanti opere del Creatore; commenti che, se letti tra le righe, erano sarcasmi. Li aveva fatti riservatamente, ai suoi amici fidati, gli altri arcangeli, ma erano stati sentiti per caso da alcuni angeli ordinari e riportati in Direzione.
 Fu mandato in esilio per un giorno - il Giorno Celeste. Era una punizione a cui era aduso, a causa della sua lingua disinvolta. In passato era stato deportato nello Spazio, essendo altre destinazioni inesistenti, e aveva svolazzato languidamente per di là nella notte eterna e nel freddo glaciale; ma stavolta gli venne in mente di continuare e di cercare la terra e vedere come andava l'esperimento della Razza Umana.
In seguito scrisse a casa - molto riservatamente - le sue osservazioni a San Michele e a San Gabriele.

LETTERA DI SATANA

Questo è un luogo strano, un luogo straordinario, e interessante. Non c'è niente come questo su da noi. Gli uomini sono tutti pazzi, gli altri animali sono tutti pazzi, la terra è pazza, anche la Natura è pazza.
L'uomo è una meravigliosa curiosità. Nel suo stato migliore è una specie di angelo di bassa lega; nel suo stato peggiore è indescrivibile, inimmaginabile; e è sempre e comunque un sarcasmo.
E pure soavemente e in tutta sincerità egli si autodefinisce la «più nobile creatura di Dio». È la verità quella che vi sto dicendo. E questa sua idea non è recente; egli ne ha parlato in tutti i secoli, e ci ha sempre creduto senza che mai nessuno ci abbia sopra.
 Inoltre - se posso chiedervi ancora uno sforzo - egli crede di essere il beniamino del Creatore. Crede che il Creatore sia orgoglioso di lui; crede perfino che il Creatore lo ami, abbia una passione per lui, passi le notti alzato a ammirarlo; sì, e vegli su di lui e lo preservi dalle sventure.
 Gli indirizza le sue preghiere, e pensa che Egli l'ascolti. Non è un'idea bizzarra? Riempie le sue preghiere ora di rozze ora di spoglie ora di fiorite adulazioni, e pensa che Egli se ne stia assiso a compiacersi di queste stravaganze.
Prega per invocare aiuto, e favori, e protezione, ogni giorno; e lo fa con speranza e fiducia, sebbene nessuna delle sue preghiere abbia mai avuto una risposta. L'affronto quotidiano, la sconfitta quotidiana non lo scoraggiano; egli continua a pregare come prima. C'è qualcosa di quasi nobile in questa sua perseveranza.
Devo darvi un altro colpo: egli pensa che andrà in paradiso! Ha maestri stipendiati che glielo dicono. E gli dicono anche che c'è un inferno, di fuoco eterno, e che è là che finirà se non osserva i Comandamenti. Che cosa sono i Comandamenti? Una curiosità di cui vi dirò presto.

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Il resto del racconto lo potrete trovare qui: Lettere dalla Terra (seguite il link a piè di pagina, che vi porterà fino alla fine dell'intero racconto). Buona lettura!!!

martedì 28 dicembre 2010

Anne Bronte - Il segreto della signora in nero



ossia, L'AFFITTUARIA DI WILDFELL HALL


   Avete mai letto “Agnes Gray” di Anne Bronte?
 E, dopo aver sentito la potenza di “Jane Eyre” e le “Cime tempestose”, vi è piaciuto?
 A me poco, o quasi niente. Ma vorrei darvi un consiglio: dimenticatelo e provate a cercare il secondo (ed ultimo) libro della più piccola di sorelle Bronte:  “L’affittuaria di Wildfell Hall” o come è stato tradotto in Italia: “Il segreto della signora in nero”. Vi  garantisco che le emozioni non mancheranno - sempre se ci riuscite a trovarlo (purtroppo, anche questo piccolo gioiello della letteratura risulta introvabile in lingua italiana, ma, se mi permettete di dare un consiglio: il linguaggio che usano tutte le tre sorelle Bronte è un linguaggio molto "semplice", e se avete una minima domestichezza con l'inglese - anche quella scolastica - non dovreste avere tanti problemi per leggerlo in lingua originale).

Anne Bronte con tutto il gusto che caratterizza le sorelle Bronte per il dramma, con la sua esperienza per le rudi scene del selvaggio Yorkshire, che già aveva inspirato la fantasia delle sue sorelle, ha utilizzato questo materiale che aveva a portata di mano e con la singolare forma di onestà e serietà ha creato questo piccolo capolavoro.
L’affittuaria del titolo è Helen Huntingdon, che, sotto il nome di signora Graham, arriva in una vecchia, abbandonata villetta elisabettiana; causa i pettegolezzi e le voci che si diffondono in villaggio. Essa suscita l’interesse di Gilbert Markham, un agricoltore locale …
Gilbert Markham è occupato nel corteggiamento della bella reclusa Helen Graham… Ci sono diversi incontri accidentali, poche passeggiate lungo le scogliere e Gilbert è innamorato…  Helen giura che non potranno mai stare insieme, perché ha un terribile segreto…  Ci sono le voci su Helen… che è piombata dal cielo (cioè, non si sa da dove; non si sa niente del suo passato) in un villaggio vittoriano che è; dove tutti conoscono tutti, sanno tutto degli altri… Indiscrezione? Può essere! Gilbert ritiene che non è il motivo per respingerlo e Helen gli dà il suo diario (!).
Siamo improvvisamente tornati indietro nel tempo (non si sa preciso quanto) e arriviamo a questo orribile, Grande Segreto di Helen.

Ritengo che  “L’affittuaria di Wildfell Hall” è uno dei più grandi romanzi usciti dalla memorabile penna Bronte e mi permetto di dire che con questo romanzo Anne Bronte ha superato di lungo le sue due sorelle.
Perché?
Perché per valutare bene qualsiasi libro prima di tutto bisogna informarsi sul contesto storico, sociale e politico, quando è stato creato. Per valorizzare bene questo testo e scoprire la sua forza sono necessarie conoscenze del suo contesto storico e del suo contesto sociale. Allora, dunque, parliamo del testo che è stato scritto: (quando?)  circa nel 1847/48 (non sono proprio sicura dell’ anno preciso, comunque, sappiamo che è stato pubblicato dopo la sua morte, che è avvenuta nel 1849, e che è il suo secondo romanzo ...), (dove?)  nell’Inghilterra, precisamente nel Yorkshire. Si tratta dunque, di una Inghilterra vittoriana, che caratterizzava una mentalità rigorosa rispetto ai principali valori sociali, dove la (sua classe di) donna è stata considerata esplicitamente per scopi decorativi o di allevamento.

Adesso torniamo al romanzo: Helen si  innamora di un uomo che è bello, ma i cui valori sono discutibili. Disposta a credere di poter alterare il suo carattere, lei lo sposa. Il suo matrimonio diventa una catastrofe, dove lei non ha il potere di cambiarlo fino a quando non escogita un coraggioso piano per riprendere il controllo. Lascia il suo violento e dissoluto marito e decide di mantenere se stessa e suo figlio. Helen Graham, in realtà Huntingdon, è stata davvero una coraggiosa e determinata per i suoi tempi; ha combattuto contro i mali dell’abuso fisico e abuso mentale in un impossibile vincolo cieco del matrimonio. Ha avuto la forza e il coraggio di abbandonare il guscio protettivo che in quei tempi rappresentava il matrimonio, soprattutto quando la sua dignità e suo figlio sono stati minacciati.  Ha dovuto lottare contro i pregiudizi e la malizia dei suoi nuovi vicini.

La fuga dal marito non è l’unica novità di questo testo. Fino adesso è stato il compito dell’ uomo di dover provvedere alla famiglia, a mantenerla. Invece, questo romanzo ci narra di una donna indipendente, che ha messo in discussione la morale prevalente di quel tempo. Il romanzo ha provocato un critico (di quel tempo) che si è pronunciato cosi: “…assolutamente inadatto ad essere messo nelle mani delle ragazze”.
Per questi motivi molti lo ritengono uno dei primi romanzi femminili.

In ogni caso, anche se non appartiene al vostro genere di libri preferiti secondo me, è un libro da leggere obbligatoriamente, se niente altro, almeno per rispetto verso il coraggio e la franchezza che ha avuto la scrittrice a scriverlo.

sabato 18 dicembre 2010

Popol Vuh


Are utzijoxik wa'e
k'ak atz'ininoq,
k'akachamamoq,
katz'inonik,
k'akasilanik,
k'akalolinik,
katolona puch upa kaj.

Questo è l'inizio del mito della creazione, riportato secondo lo spelling  moderno, che tradotto suona così:

"Questo è il racconto di come
tutto era sospeso,
tutto calmo,
in silenzio;
tutto immobile,
tranquillo,
e la distesa del cielo era vuota."


Di che cosa stiamo parlando…?
Di Popol Vuh. La sacra Bibbia dei Maya.
 Il Popol Vuh ("Libro della comunità"; Popol Wuj nella moderna trascrizione Quiché) è una raccolta di miti e leggende dei vari gruppi etnici che abitarono la terra Quiché (K'iche'), uno dei regni maya in Guatemala.

Il testo non è così semplice da trovare, e per questo riporto qui la prima parte.  Buona lettura….!!

 


Parte 1 
Capitolo 1 
Questo è il racconto di come tutto era in sospeso, tutto calmo, in silenzio, tutti immobili, ancora, e la distesa del cielo era vuota. 
Questo è il primo racconto, la narrazione in prima. Non vi era né uomo, né animale, uccelli, pesci, granchi, alberi, pietre, grotte, anfratti, erbe, né foreste, c'era solo il cielo.
La superficie della terra, non era apparsa. C'era solo il mare calmo e la grande distesa del cielo. 
Non c'era nulla, nulla che possa fare rumore, né nulla che possa spostare, o tremare, o potrebbe far rumore nel cielo. 
Non c'era niente in piedi, solo l'acqua calma, il mare placido, solo e tranquillo. Non esisteva nulla. 
C'era solo l'immobilità e il silenzio, nel buio, nella notte. Solo il Creatore, il Creatore, Tepeu, Gucumatz, i padri, * erano in acqua, circondata di luce .** Erano nascosti sotto le piume verdi e blu, e sono stati quindi chiamati Gucumatz. La natura di questi sono stati i grandi saggi e grandi pensatori. In questo modo il cielo esisteva.
(* Alom, letteralmente, coloro che concepirà e partorirà, e Qaholom, quelli che generano i bambini. Al fine di seguire la concisione del testo qui i due termini si traducono come gli antenati. 
** Erano in acqua perché al Quiché è associato il nome di Gucumatz con l'elemento liquido. Vescovo nuniez de la Vega racconta che Gucumatz è un serpente con le piume, che si muove in acqua. Il Manoscritto Cakchiquel narra che uno dei popoli primitivi, che migrarono in Guatemala è stato chiamato Gucumatz, perché la loro salvezza era in acqua. )
Il cielo, che è il nome di Dio e così è chiamato. 
Poi venne la parola. Tepeu e Gucumatz si sono riuniti nel buio, nella notte, e Tepeu e Gucumatz hanno parlato insieme. Parlavano insieme, discutevano e deliberavano, hanno convenuto, hanno unito le loro parole ei loro pensieri. 
Poi mentre meditavano, divenne chiaro per loro che, quando l'alba si spezzasse, l'uomo deve apparire. Dopo prevista la creazione, la crescita degli alberi e le macchie e la nascita della vita e della creazione dell'uomo. Così è stato organizzato nel buio e nella notte dal cuore del cielo che si chiama Huracán. 
Il primo si chiama Caculhá Huracán. La seconda è ChipiCaculhá. La terza è Raxa-Caculhá. E questi tre sono i cuori del cielo. 
Poi Tepeu e Gucumatz si sono riuniti, dopo aver conferito sulla vita e la luce, cosa avrebbero fatto in modo che non ci sarebbe la luce e l'alba, che sarebbe stato chi avrebbe fornire cibo e sostentamento. 
Così sia fatto! Lasciare che il vuoto da riempire! Lasciate le acque si ritirano e creano un vuoto, che le terre appaiono e diventano solide, sia fatto. Così parlavano. Sia la luce, non vi è l'alba nel cielo e sulla terra! Non ci sono né gloria né grandezza nella nostra creazione e formazione fino a quando l'essere umano non è fatto, l'uomo non è formato. Così parlò. 
Allora la terra è stato creata da loro. Così è stato, in verità, che hanno creato la terra. Terra! hanno detto, e subito è stato fatto. 
Come la nebbia, come una nuvola, e come una nuvola di polvere è stata la creazione, quando le montagne appaiono dall'acqua, e immediatamente la montagna è cresciuta. 
Solo per un miracolo, solo per arte magica erano i monti e le valli formate, e subito i boschetti di cipressi e pini mettere spara fuori insieme sulla superficie della terra. 
E così Gucumatz è stato riempito di gioia ed esclamò: "La tua venuta è stata fruttuosa, cuore del cielo, e voi, Huracán, e voi, Chipi-Caculhá, Raxa-Caculhá!" 
"Il nostro lavoro, la nostra creazione è finita", hanno risposto. 
In primo luogo si è formata la terra, le montagne e le valli, le correnti d'acqua sono stati divisi, i rivoli correvano liberamente tra le colline, e l'acqua era separata quando le alte montagne apparserò. 
Così fu creata la terra, quando è stato formato il Cuore della Terra dal Cuore del Cielo,  come vengono chiamate che per primo ha reso feconda, quando il cielo era in sospeso, e la terra è stata sommersa in acqua. 
Fu così che hanno reso perfetto il lavoro, quando lo hanno fatto dopo aver pensato e meditato su di essa.


Capitolo 2 
Poi hanno fatto i piccoli animali selvatici, i guardiani del bosco, gli spiriti delle montagne, i cervi, gli uccelli, puma, giaguari, serpenti, serpenti, vipere, custodi della boscaglia. 
E gli antenati hanno chiesto: "vi sarà solo il silenzio e la calma sotto gli alberi, sotto le viti? E 'bene che qui di seguito ci sia qualcuno che li custodisca". 
Così hanno detto, dopo aver meditato e discusso. Prontamente i cervi e gli uccelli sono stati creati. Immediatamente hanno dato le case per i cervi e gli uccelli. "Voi, cervi, dormirete nei campi dalla riva del fiume e negli anfratti. Qui è tra i cespugli, tra i pascoli, i boschi che si moltiplicano, si deve camminare su quattro piedi che ti darà sostegno. in tal modo si faccia! " Così hanno parlato. 
Poi hanno anche assegnato case per gli uccelli grandi e piccoli. "Si deve vivere sugli alberi e le viti. Qui ci si deve rendere il vostro nido, qui ci si deve moltiplicare, qui ci si deve aumentare i rami degli alberi e le viti." Così è stato detto al cervo e gli uccelli, ed essi hanno fatto il loro dovere in una sola volta, in tutte le parti le loro case e i loro nidi. 
La creazione di tutti i quadrupedi e gli uccelli è finita, è stato detto dal Creatore e il Creatore e gli antenati: "Parlerano, piangerano, gorgheggierano, si chiamerano,  tra di loro in base alle proprie varietà, ciascuna, a seconda il tuo tipo. " Così è stato detto agli cervi, agli uccelli, agli puma, agli giaguari e agli serpenti. 
"Parla, poi, i nostri nomi, ci lodano, tua madre, tuo padre. Richiama quindi, Huracán, Chipi-Caculhá, Raxa-Caculhá, il cuore del cielo, il Cuore della Terra, il Creatore, il Creatore, gli antenati; parlare , invocano a noi, noi adoriamo ", che veniva loro detto. 
Ma non potevano farli parlare come gli uomini, ma solo fischiato e urlato e strillavano, non erano in grado di rendere le parole, e ciascuno gridava in modo diverso. 
Quando il Creatore e il Creatore vide che era impossibile per loro di parlare gli uni agli altri, hanno detto: "E 'impossibile per loro a dire i nostri nomi, i nomi di noi, i loro creatori e Makers. Questo non è bene", ha detto gli antenati gli uni agli altri. 
Poi disse loro: "Perché non è stato possibile per voi a parlare, si deve essere cambiato. Abbiamo cambiato la nostra mente: il cibo, il pascolo, le vostre case, e la tua nidi si deve avere, perché saranno i burroni e il bosco, perché non è stato possibile per voi ad adorare noi o invocare noi. Ci sono quelli che adorano noi, faremo altri [esseri], che devono essere obbedienti. Accetta il tuo destino: la tua carne deve essere fatto a pezzi . Così sarà. Questa è la tua sorte ". Così hanno detto, quando hanno fatto conoscere la loro volontà di animali grandi e piccoli, che sono sulla faccia della terra. 
Hanno voluto dare loro un altro studio, che ha voluto fare un altro tentativo, che ha voluto fare [tutte le cose viventi] li adoro. 
Ma non riusciva a capire l'altro discorso, si potrebbe riuscire in nulla, e non poteva fare niente. Per questo motivo sono stati sacrificati, e gli animali che sono sulla terra sono stati condannati a essere ucciso e mangiato. 
Per questo motivo un altro tentativo doveva essere fatto per creare e rendere gli uomini dal Creatore, il Creatore, e gli antenati. 
"Proviamo ancora una volta! Già l'alba si avvicina: Facciamo a chi deve nutrire e sostenere noi! Che cosa dobbiamo fare per essere richiamato, al fine di essere ricordato sulla terra? Abbiamo già provato con le nostre prime creazioni, le nostre prime creature , ma non siamo riusciti a rendere lode e di venerare noi. Allora, cerchiamo di fare obbediente, rispettoso degli esseri che si nutrono e ci sostenga ". Così parlavano. 
Poi è stata la creazione e la formazione. Di terra, di fango, hanno fatto [uomo] carne. Ma visto che non era buono. E 'squagliata, era morbida, non si muoveva, non aveva forza, cadeva giù, era molle, non poteva muovere la testa, la sua faccia è sceso da un lato, la sua vista era sfocata, non si poteva guardare dietro. In un primo momento si parlava, ma non aveva la mente. Velocemente messo a bagno in acqua e non poteva stare. 
E il Creatore e il Creatore disse: "Proviamo ancora una volta perché le nostre creature non saranno in grado di camminare, né si moltiplicano. Consideriamo questo", hanno detto.
Poi si sciolse e distrutto il loro lavoro e la loro creazione. E dissero: "Che cosa dobbiamo fare per perfezionarla, in modo che i nostri fedeli, i nostri invokers, sarà successo?" 
Così parlavano quando conferite ancora: "Diciamo ancora una volta a Xpiyacoc, Xmucané, Hunahpu-Vuch, Hunahpu-Utiú: 'Gettate la partita di nuovo. Provate a creare di nuovo.' "In questo modo il Creatore e il Creatore ha parlato di Xpiyacoc e Xmucané. 
Poi hanno parlato a quelli indovini, la nonna del giorno, la nonna del Dawn, come venivano chiamati dal Creatore e il Creatore, ei cui nomi sono stati Xpiyacoc e Xmucané. 
E disse Huracán, Tepeu, e Gucumatz quando parlavano l'indovino, il Creatore, che sono gli indovini: "È necessario lavorare insieme e trovare i mezzi in modo che l'uomo, che faremo, l'uomo, che ci accingiamo a fare , si nutrono e ci sostenga, invocare e ricordati di noi ". 
"Invio, quindi, in Consiglio, nonna, nonno, nonna, nostro nonno, Xpiyacoc, Xmucané, far luce, rendono l'alba, ci hanno richiamato, ci hanno adorato, ci hanno ricordato da uomo creato, dal fatto uomo, da uomo mortale . Così si faccia. 
"Lasciate che la vostra natura da conoscere, Hunahpu-Vuch, Hunahpu-Utiú, due volte la madre, due volte padre, Nim-Ac, Nima-Tziís, il padrone di smeraldi, del lavoratore in gioielli, lo scultore, lo scalco, il creatore di bellissime tavole , il creatore di zucche verdi, il comandante della resina, il maestro Toltecat, * nonna del sole, la nonna di Dawn, in quanto sarete chiamati dai nostri lavori e le nostre creature. 
(* Ecco il testo sembra enumerare le occupazioni abituali degli uomini di quel tempo. L'autore invita ahqual, che è evidentemente quello che scolpisce smeraldi o pietre verdi; ahyamanic, il gioielliere o argentiere; ahchut, incisore e scultore; ahtzalam, carver o ebanista; ahraxalac, colui che le mode targhe verdi o bello, ahraxazel, ha che rende i vasi bella verde o zucche (chiamato Xicalli in nahuatl,) - Raxa la parola ha due significati; ahgol, colui che fa la resina o copale e, infine, ahtoltecat, colui che, senza dubbio, è stato l'orafo. Il Tolteca sono stati, infatti, argentieri qualificati che, secondo la leggenda, hanno insegnato l'arte di Quetzalcoatl stesso.) 
"Gettate la partita con il tuo chicchi di mais e il tzité .** Non così, e sapremo se vogliamo fare, o scolpire la bocca e gli occhi di legno." In tal modo gli indovini avevano detto. 
(** Erythrina corallodendron. Tzité, arbol de Pito in Guatemala; Tzompanquahuitl in lingua messicana. È usato in entrambi i paesi a fare recinzioni. Il suo frutto è un baccello che contiene grani rossi a forma di fagiolo, che gli indiani utilizzati, e sono tuttora, insieme con i chicchi di mais, nelle loro predizioni e la stregoneria. Nel suo contra Informe Idolorum Cultores, Sánchez de Aguilar ha detto che gli indiani Maya "a sorte con una manciata di grano". Come si vede, la pratica che è ancora osservato dai Maya-Quiché è di antichità rispettabile.) 
Scesero in una sola volta a fare la divinazione, e gettano le loro partite con il grano e il tzité. "Fate! Creatura!'', Ha detto una donna anziana e un uomo anziano. E questo vecchio era quello che il cast del sacco con Tzité, quello che si chiama Xpiyacoc. E la vecchia era l'indovino, il creatore, chiamato Chiracán Xmucané. 
All'inizio la divinazione, hanno detto: "Insieme, afferrare l'altra! Parlaci, che possiamo ascoltare". Hanno detto, "Say se è bene che il legno si mettessero insieme e che sia scolpita dal Creatore e il Creatore, e se questo [l'uomo di legno] è colui che deve nutrire e sostenere noi, quando c'è la luce quando è giorno! 
"Tu, mais, tu, tzité, tu, il destino, tu, creatura, stare insieme, prendere a vicenda", hanno detto al mais, al tzité, al destino, alla creatura. "Vieni a sacrificare qui, cuore del cielo, non punire Tepeu e Gucumatz!'' 
Poi hanno parlato e detto la verità: "La vostra figure di legno sono venuti fuori bene, essi parlano e parlano sulla terra." 
"Così sia", hanno risposto quando parlavano. 
E subito le cifre erano di legno. Sembravano uomini, ha parlato come gli uomini, e popolarono la superficie della terra. 
Esistevano e moltiplicati; avevano figlie, che avevano figli, queste figure in legno, ma essi non hanno un'anima, né le menti, non si ricordava il loro Creatore, il loro creatore, che camminava a quattro zampe, senza meta. 
Essi non si ricordava più il cuore del cielo e, pertanto, sono caduti in disgrazia. Era solo una prova, un tentativo di uomo. In un primo momento si parlava, ma il loro volto senza espressione, i loro piedi e le mani non ha avuto la forza, non avevano sangue, né sostanza, né umidità, né carne, le guance erano asciutti, i piedi e le mani erano asciutti, e la loro carne era giallo.
Pertanto, non hanno più il pensiero del loro Creatore, né il loro Creatore, né di chi li ha fatti e cura di loro. 
Questi furono i primi uomini che esistevano in gran numero sulla faccia della terra.

venerdì 17 dicembre 2010

Venerdì del libro: Charlotte Bronte - Villette

Nel romanzo Villette ( - romanzo molto autobiografico) Charlotte Bronte ci racconta la storia di Lucy Snowe, una povera ragazza orfana, che dopo una serie di sfortunati eventi, raccoglie i suoi ultimi soldi e con grande coraggio, contando solo sulle proprie forze intraprende viaggio in Francia, dove cercherà di crearsi una nuova vita. Il titolo “Villette” è il nome di questa nuova città dove Lucy si stabilisce in un collegio femminile, all’inizio come governante/bambinaia dalla proprietaria di collegio, e poi come insegnante di lingua inglese.

Si tratta dell’ultimo romanzo scritto da Charlotte Bronte e, a mio avviso, è la sua miglior opera, anche se è, a quanto vedo, molto snobbato e ingiustamente sottovalutato…. Addirittura, è fuori commercio, tsc….

La protagonista, Lucy Snowe, ha tutte le caratteristiche di una antieroina: non è bella, ne tanto meno ricca, non mira ad abbagliare un riccone per acquistare la gaiezza di una vita matrimoniale….. Leggendo Villette si può seguire gradualmente la sua crescita interiore, la maturazione del suo carattere, ed estrema forza di volontà che gli permetterà di raggiungere l’indipendenza professionale, e con questo  la libertà di essere se stessa (il che per quell’epoca vittoriana non è una cosa da poco).
Certamente, c’è anche una delicata e molto tenera storia d’amore, ma ……

Se per caso vi è piaciuto libro “Jane Eyre” e, visto che siamo in pieno periodo dei mercatini di Natale, vi capita di trovare questo libro tra le bancarelle di libri usati (perché non credo che ci sia altro modo di trovare questo libro), non fatevi scappare l’occasione, prendetelo a occhi chiusi….. 
Il mio voto: 5/5

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Altre molto carine proposte del Libro di Venerdì:

venerdì 10 dicembre 2010

Venerdì del libro: Voltaire (François Marie Arouet) - L’ingenuo

  “...il balivo gli domandò dove andasse. "A sposarmi" disse l'Ingenuo. [...] "Ma ci vogliono notai e preti, testimoni, contratti e dispense" diceva il balivo. L'Ingenuo gli rispose con la riflessione che i selvaggi hanno sempre fatto: "Siete dunque gente parecchio disonesta se vi ci vogliono tante precauzioni."  
 
- Eccomi al mio primo apuntamento con il Venerdì del libro....e mi sento un po' emozionata!!!
Il libro, cioè il racconto che desidero presentare fa parte della racolta di Voltaire e include Candido, Zadig, Micromega e L'ingenuo. Ma oggi vorrei parlare solo dell'Ingenuo, agl'altri racconti tornerò in qualche altro momento.


Questo romanzo di Voltaire ci presenta la storia di un selvaggio, indigeno americano, che viene catturato dagli inglesi e inizia ad essere da questi civilizzato, per poi trasferirsi a vivere in Francia presso un parente abate che scopre che "l'ingenuo" è suo nipote.
L'istanza più umoristica e al contempo pregna di significato è rappresentata dal confronto tra la sincera bontà e schiettezza dell'ingenuo e la sofisticata e immorale civiltà francese. Il primo scontro avviene quando l'ingenuo è convertito al cattolicesimo: egli, dotato di una memoria ferrea, impara perfettamente la bibbia, ma si accorge, non senza momenti umoristici, che l'insegnamento cattolico è molto lontano dai fatti narrati nel libro sacro (per esempio la circoncisione, il battesimo, il matrimonio, etc.). L'ingenuo si innamora di una giovane, e anche qui si instaurano forti situazioni di humor sui modi "rozzi" ma innocenti con cui l'ingenuo concepisce l'amore e il matrimonio.

Nella seconda parte del volume la narrazione assume un tono più mesto, e verso il finale accorato, perché l'innocenza e la concreta bontà dell'ingenuo si viene a scontrare con gli istinti più bassi della società francese: viaggia verso Parigi, e viene imprigionato in una oscura segreta per colpa di una serie di fraintendimenti, poi la giovane ragazza che lo ama viene a cercarlo, e scoprendo la sua prigionia, cerca in tutti i modi di liberarlo... fino a adottare, con somma contrizione, l'unico modo possibile: abbandonare la sua virtù e concedersi come amante ad un potente politico. Tutto continua tra felicità e dolore, fino ad un epilogo sconsolato.
Voltaire, attento critico della società in cui viveva, non lesina attacchi alla religione, alla falsa ipocrisia, al perbenismo di maniera. Quest'opera, che ci presenta il più mirabile affresco del "buon selvaggio", è al contempo un volume di protesta e di ammonimento, pieno di patos e ricco di significati.
 La lettura è scorrevole e può essere anche letto tutto d'un fiato...è fortemente ironico, con un'esplicita critica alla società francese, alle contraddizioni della religione con i suoi prelati corrotti e lussuriosi, ma più in generale compare la critica all'ingiustizia, la malvagità, l'incoerenza che governano le relazioni umane.


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I • COME IL PRIORE DELLA MADONNA DELLA MONTAGNA E LA SIGNORINA SUA SORELLA INCONTRARONO UN URONE  

Un giorno S. Dunstano, irlandese di nascita e santo di professione, partì dall'Irlanda su di una piccola montagna che fece rotta verso le coste della Francia, e arrivò con questo mezzo alla baia di St-Malo. Quando fu a terra dette la benedizione alla sua montagna che, fattagli una riverenza, se ne tornò in Irlanda per la stessa strada per cui era venuta.
Dunstano fondò un piccolo priorato in quelle contrade e gli dette il nome di priorato della Montagna, nome che, come ciascuno sa, conserva ancora.
Nell'anno 1689, il 15 luglio di sera, l'abate di Kerkabon, priore della Madonna della Montagna, passeggiava in riva al mare con la signorina di Kerkabon, sua sorella, per prendere il fresco. Il priore, già un po' avanti cogli anni, era un ottimo ecclesiastico amato dai suoi vicini, dopo esserlo stato un tempo dalle sue vicine. Ciò che soprattutto gli aveva valso una grande considerazione, era il fatto di essere il solo beneficiario del paese che non si dovesse portare a braccia nel suo letto dopo che aveva cenato coi suoi confratelli. Si intendeva discretamente di teologia; e quando era stanco di leggere S. Agostino, si divertiva con Rabelais; perciò tutti parlavano bene di lui.
La signorina di Kerkabon, che non era mai stata sposata, per quanto avesse avuto una gran voglia di esserlo, conservava una certa freschezza all'età di quarantacinque anni; il suo carattere era buono e sensibile; amava il piacere ed era devota.
Il priore diceva alla sorella, guardando il mare: «Ahimè! È qui che si imbarcò il nostro povero fratello con la nostra cara cognata, la signora di Kerkabon, sua moglie, sulla fregata l'Hirondelle, nel 1669, per andare a combattere in Canada. Se non fosse stato ucciso, potremmo sperare di rivederlo ancora.»
«Credete,» diceva la signorina di Kerkabon, «che la nostra cognata sia stata mangiata dagli Irochesi, come ci hanno raccontato? Certo che se non fosse stata mangiata sarebbe ritornata al paese. La rimpiangerò per tutta la vita: era una donna deliziosa; e nostro fratello, che aveva molto ingegno, avrebbe sicuramente fatto molta fortuna.»
Mentre l'uno e l'altra si intenerivano su questo ricordo, videro entrare nella baia di Rance un piccolo bastimento che arrivava con la marea: erano degli Inglesi che venivano a vendere alcune merci del loro paese. Saltarono a terra senza guardare il signor priore né la signorina sua sorella, che fu molto scandalizzata della scarsa attenzione che le veniva dimostrata.
Non così si comportò un giovane molto ben fatto, che si slanciò con un salto al di sopra della testa dei suoi compagni, e si trovò faccia a faccia colla signorina. Le fece un cenno colla testa, non avendo l'abitudine di fare la riverenza. La sua persona e il suo abbigliamento attrassero gli sguardi del fratello e della sorella. Era a testa e gambe nude, aveva i piedi calzati di piccoli sandali, la testa ornata da lunghi capelli a trecce, un farsetto che stringeva la vita sottile e snella; il portamento marziale e dolce al tempo stesso. Teneva in mano una boccettina di acqua delle Barbados e nell'altra una specie di borsa in cui c'era una ciotola e delle ottime gallette. Parlava francese in modo assai intelligibile.
Offrì un po' della sua acqua delle Barbados alla signorina di Kerkabon e al suo signor fratello; bevve con loro; gliene offrì di nuovo, e tutto questo con un'aria così semplice e così naturale che fratello e sorella ne rimasero incantati. Gli offrirono i loro servigi, domandandogli chi era e dove andava. Il giovane rispose che non ne sapeva nulla, che era curioso, che aveva voluto vedere come erano fatte le coste della Francia, che era venuto e presto se ne sarebbe tornato via.
Il signor priore, giudicando dal suo accento che non era inglese, si prese la libertà di domandargli di quale paese fosse. «Sono Urone,» gli rispose il giovane. La signorina di Kerkabon, stupita e incantata di vedere un Urone che le aveva rivolto delle cortesie, invitò il giovane a cena. Egli non si fece pregare due volte, e tutti e tre andarono insieme al priorato della Madonna della Montagna.
Piccola e rotonda, la signorina se lo mangiava coi suoi occhietti, e diceva di tanto in tanto al priore: «Quel ragazzone ha un incarnato di giglio e di rosa! che bella pelle ha, per essere un Urone!» «Avete ragione, sorella mia,» diceva il priore. La signorina faceva cento domande una dietro l'altra, e il viaggiatore rispondeva sempre molto a tono.
Ben presto si sparse la voce che c'era un Urone al priorato. La buona società dei dintorni si affrettò a venire a cena. L'abate di St-Yves venne colla signorina sua sorella, una giovane della Bassa-Bretagna, molto graziosa e ben educata. Il balivo, l'esattore delle imposte e le loro mogli parteciparono alla cena. Si fece sedere lo straniero tra la signorina di Kerkabon e la signorina di St-Yves. Tutti lo guardavano con ammirazione; gli parlavano e lo interrogavano tutti insieme; l'Urone non si scomponeva per questo. Sembrava aver preso per motto quello di Lord Bollingbroke: Nihil admirari. Ma alla fine, sopraffatto da tanto rumore, disse loro con alquanta dolcezza, ma non senza fermezza: «Signori, nel mio paese si parla uno alla volta; come volete che vi risponda se mi impedite di sentirvi?» La ragione fa sempre rientrare gli uomini in se stessi per qualche momento. Si fece un gran silenzio. Il balivo, che si impadroniva sempre degli stranieri in qualunque casa si trovasse, e che era il più grande chiacchierone della provincia, gli disse aprendo la bocca di un palmo: «Signore, come vi chiamate?» «Mi hanno sempre chiamato l'Ingenuo,» rispose l'Urone, «e questo nome mi è stato confermato in Inghilterra, perché dico sempre ingenuamente quello che penso così come faccio quello che voglio.»
«In che modo, essendo nato Urone, siete potuto, signore, giungere in Inghilterra?» «Mi ci hanno portato; sono stato fatto prigioniero in combattimento dagli Inglesi, dopo essermi difeso abbastanza bene, e gli Inglesi, cui piace il coraggio perché sono coraggiosi e onesti quanto noi, mi proposero di rendermi ai miei genitori o di portarmi in Inghilterra; io accettai l'ultima alternativa perché, per il mio temperamento, desidero ardentemente vedere nuovi paesi.»
«Ma, signore,» disse il balivo con tono imponente, «come avete potuto abbandonare così padre e madre?» «Il fatto è che non ho mai conosciuto né padre né madre,» disse lo straniero. La compagnia si intenerì, e tutti ripetevano: «Né padre né madre!» «Suppliremo noi,» disse la padrona di casa al fratello priore; «come è interessante questo signor Urone!» L'Ingenuo la ringraziò con una cordialità nobile e fiera, e le fece capire che non aveva bisogno di niente.
«Mi sembra, signor Ingenuo,» disse il valente balivo, «che voi parliate il francese meglio di quanto ci si aspetterebbe da un Urone.» «Un Francese,» rispose costui, «che avevamo fatto prigioniero durante la mia giovinezza in Uronia, e per il quale concepii una grande amicizia, mi insegnò la sua lingua; imparo molto in fretta ciò che voglio imparare. Ho trovato al mio arrivo a Plymouth uno di quei Francesi profughi che, non so perché, chiamate ugonotti; mi ha fatto fare qualche progresso nella conoscenza della vostra lingua; e, non appena ho potuto esprimermi in modo intelligibile, sono venuto a vedere il vostro paese, perché mi piacciono i Francesi quando non fanno troppe domande.»
L'abate di St-Yves, nonostante questo discreto avvertimento, domandò quale lingua preferisse tra l'urone, l'inglese e il francese. «L'urone, senza dubbio,» rispose l'Ingenuo. «Possibile?» esclamò la signorina di Kerkabon; «avevo sempre pensato che il francese fosse la più bella di tutte le lingue, dopo il basso-bretone.»
Allora fu un fioccar di domande da ogni parte, come si diceva in urone tabacco, ed egli rispose taya, come si diceva mangiare e rispose essenten. La signorina di Kerkabon volle assolutamente sapere come si diceva fare all'amore; egli rispose trovander, e sostenne, non senza un'apparenza di ragione, che queste parole valevano le corrispondenti francesi e inglesi. Trovander sembrò molto grazioso a tutti i convitati. Il priore, che aveva nella sua biblioteca una grammatica urona, dono del reverendo padre Sagard-Théodat, re colletto, famoso missionario, si alzò da tavola un momento per andarla a consultare. Ritornò pieno di eccitazione e di gioia. Riconobbe l'Ingenuo per un vero Urone. Si discusse un poco sulla molteplicità delle lingue e si convenne che, senza l'avventura della torre di Babele, tutta la terra avrebbe parlato francese.
Il curioso balivo, che fino ad allora aveva un po' diffidato del personaggio, concepì per lui un profondo rispetto; gli parlò con maggiore civiltà, cosa di cui l'Ingenuo non si accorse affatto.
La signorina di St-Yves era molto curiosa di sapere come si facesse l'amore nel paese degli Uroni. «Facendo belle azioni per piacere alle persone che vi somigliano,» rispose lui. Tutti i convitati applaudirono meravigliati. La signorina di St-Yves arrossì e fu molto contenta. La signorina di Kerkabon arrossì anche lei, ma non era altrettanto contenta; fu anzi un po' irritata per il fatto che la galanteria non era rivolta a lei, ma era d'altra parte di animo così buono che il suo affetto per l'Urone non ne fu affatto alterato. Gli domandò anzi, con molta buonagrazia, quante amanti avesse avuto in Uronia. «Non ne ho avuto che una,» disse l'Ingenuo; «era la signorina Abacaba, l'amica della mia cara nutrice; i giunchi non sono più diritti, l'ermellino non è più bianco, le pecore sono meno morbide, le aquile sono meno fiere e i cervi meno agili di quanto lo fosse Abacaba. Un giorno inseguiva una lepre nei dintorni, a circa cinquanta leghe dalla nostra abitazione. Un Algonchino maleducato, che abitava cento leghe più lontano, venne a sottrarle la preda; lo seppi, corsi là, stesi l'Algonchino con un colpo di mazza e lo portai ai piedi della mia amante, legato mani e piedi. I genitori di Abacaba lo volevano mangiare, ma io non ho mai apprezzato questa sorta di festini; gli resi la libertà e ne feci un amico.
Abacaba fu così toccata dalla mia condotta che mi preferì a tutti i suoi pretendenti. Mi amerebbe ancora se non fosse stata mangiata da un orso. Ho punito l'orso, ho portato a lungo la sua pelle, ma tutto ciò non mi ha consolato.»
La signorina di St-Yves a questo racconto provava un piacere segreto nell'apprendere che l'Ingenuo non aveva avuto che una sola amante, e che Abacaba non era più; ma non era in grado di chiarire a se stessa la causa del suo piacere. Tutti avevano gli occhi fissi sull'Ingenuo; lo lodavano molto per aver impedito ai suoi compagni di mangiare l'Algonchino.
L'inesorabile balivo, che non poteva reprimere la sua smania di far domande, spinse infine la sua curiosità fino ad informarsi di quale religione fosse l'Urone; se aveva scelto la religione anglicana, o la gallicana, o l'ugonotta.
«Appartengo alla mia religione,» disse lui, «come voi alla vostra.» «Ohimè!» esclamò la Kerkabon, «mi accorgo che quei disgraziati di Inglesi non hanno neppure pensato a battezzarlo.» «Mio Dio!» diceva la signorina di St-Yves, «come è possibile che gli Uroni non siano cattolici? Forse i RRPP gesuiti non li hanno ancora convertiti tutti?» L'Ingenuo le assicurò che nel suo paese non si convertiva nessuno; che mai un vero Urone aveva cambiato opinione, e che addirittura non esisteva nella sua lingua un termine che significasse incostanza. Queste ultime parole piacquero molto alla signorina di St-Yves.
«Lo battezzeremo, lo battezzeremo,» diceva la Kerkabon al priore; «l'onore sarà vostro, mio caro fratello; voglio assolutamente essere la madrina; il signor abate di St-Yves lo presenterà al fonte: sarà una magnifica cerimonia; se ne parlerà in tutta la Bassa-Bretagna e a noi ne verrà un onore infinito.» Tutta la compagnia assecondò la padrona di casa; tutti i convitati gridavano: «Lo battezzeremo!» L'Ingenuo rispose che in Inghilterra si lasciava vivere la gente a modo suo. Precisò che la proposta non gli piaceva per nulla, e che le leggi degli Uroni valevano almeno quanto quelle della Bassa-Bretagna; e per finire disse che sarebbe ripartito l'indomani i convitati bevvero tutta la sua bottiglia di acqua delle Barbados e poi ciascuno andò a dormire.
Dopo che l'Ingenuo fu ricondotto nella sua camera, la signorina di Kerkabon e la sua amica, la signorina di St- Yves, non poterono trattenersi dal guardare dal buco di un'ampia serratura per vedere come dormiva un Urone. Videro che aveva steso la coperta del letto sul pavimento, e che riposava nell'atteggiamento più bello che si potesse immaginare.


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