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sabato 2 aprile 2011

Abu Simbel – L’apoteosi di Ramsese II


La riscoperta dei due templi di Abu Simbel si deve allo svizzero Johann Ludwig Burkhardt (1784 – 1817). Nel corso del suo soggiorno a Malta (1809), dove si era recato per perfezionare la conoscenza della lingua araba, Burkhardt si convertì all’Islam e assunse il nome di Ibrahim ibn Abdallah. Divenuto musulmano a tutti gli effetti, viaggiò a lungo in Egitto e nel Vicino Oriente riuscendo a spingersi dove nessun altro occidentale era arrivato.


Nel 1813 intraprese l’esplorazione della regione a sud di Quasr Ibrim, in Nubia. Sulla strada di ritorno decise di fare una sosta nella località di Ebsambal (così lo svizzero trascrive il nome di Abu Simbel nelle sue note) dove, secondo quanto gli avevano raccontato i locali, a non molta distanza dal Nilo, doveva trovarsi un tempio di straordinaria bellezza.



Le informazioni si rivelarono esatte e così Burkhardt si trovò di fronte alla facciata di uno splendido santuario rupestre (quello dedicato a Nefertari), decorata da sei statue colossali.
Prima di lasciare la località, Burkhardt decise di esplorare i paraggi. Si spinse verso il deserto e scoprì il secondo tempio (quello di Ramsete II), che appariva allora quasi completamente coperto dalla sabbia. Fuoriusciva soltanto la parte superiore del colosso meridionale di cui Burkhardt ha lasciato una descrizione meravigliata ed estatica nelle sue note.



Tornato a Cairo, Burkhardt raccontò quello che aveva visto a Giovanni Battista Belzoni (1778 – 1823), che quando ebbe occasione di visitare la Nubia non mancò di fermarsi ad Abu Simbel dove, dopo innumerevoli sforzi, riuscì a liberare dalla sabbia l’entrata del Tempio Maggiore e a penetrare al suo interno. Da quel momento in poi i santuari rupestri di Abu Simbel divennero una meta obbligata nei viaggi in Egitto. Gli abitanti del luogo venivano ingaggiati per rimuovere la sabbia che ostruiva l’accesso al Tempio Maggiore. Alla partenza dei turisti, che arrivavano in battello, erano proprio loro, i locali, che tornavano a ricoprire l’entrata per poter essere nuovamente ingaggiati all’arrivo di nuovi visitatori. Sul finire dell’800 il Servizio delle antichità decise di porre termine, una volta per tutte, a questa situazione e liberò completamente la facciata del Tempio Maggiore.


Nei primi anni del ‘900 la costruzione di uno sbarramento del Nilo ad Assuan condusse a un innalzamento delle acque del fiume e alla necessità di proteggere il sito di Abu Simbel dalla sommersone. La situazione si fece ancora più drammatica verso la fine degli anni Cinquanta, allorché fu decisa la costruzione della Grande Diga. L’8 marzo 1960 l’UNESCO chiedeva la collaborazione internazionale per il salvataggio dei santuari rupestri di Abu Simbel. Fra i progetti presentati fu scelto quello che prevedeva il taglio dei templi in blocchi e la loro successiva ricostruzione in un luogo più elevato.



Le difficili e gigantesche operazioni si protrassero per anni. I due santuari furono prima accuratamente puntellati e ricoperti di sabbia, affinché non avessero a subire i danni e poi sezionati in centinaia di blocchi. Infine si provvide a ricostruirli a centocinquanta metri di distanza dal sito di origine, sopraelevandoli così di circa  sessanta metri. Le due colline all’interno delle quali erano stati scavati furono sostituite da cupole in cemento armato ricoperte di sabbia. Nelle operazioni di ricostruzione si cercò di mantenere quanto più inalterati possibile l’ambientazione, l’orientamento e le distanze reciproche dei due monumenti. Il 22 settembre 1968 l’inaugurazione ufficiale segnava la conclusione delle operazioni di salvataggio.



I due santuari rupestri voluti da Ramsese II (1290 – 1224 a.C.) dovevano originariamente trovarsi in prossimità di un insediamento coloniale egiziano, di cui non è rimasta più alcuna traccia e che aveva la duplice funzione di controllare le frontiere meridionali e di gestire il commercio con le popolazioni nubiane. Il Tempio Maggiore è preceduto da una terrazza davanti alla quale si apre una larga spianata. In facciata si ergono quattro colossi, posti a coppie ai due lati dell’ingresso principale, che ritraggono Ramsese II seduto. La parte superiore della statua meridionale più interna giace oggi a terra. A provocare un tale danno fu un terremoto, sopravvenuto a pochi anni di distanza dalla costruzione del tempio.



Altri cedimenti furono causati dal medesimo evento sismico e condussero al restauro di alcune parti della facciata e di alcune strutture interne. Le statue colossali, alte quasi venti metri, sono state scolpite nella roccia della collina retrostante, in modo da risultare pesantemente assise sui loro troni. La loro maestosità è sottolineata anche dalla corona composta dell’Alto e Basso Egitto quale copricapo. Alla loro imponenza si contrappongono la dolcezza e la tranquillità profuse dai loro visi, caratteristiche che rinviano all’immagine del sovrano giusto e magnanimo, in grado di ascoltare le suppliche dei propri sudditi.



Ai piedi delle maestose immagini sono ritratti i membri della numerosa famiglia del sovrano. Statue dei principi, principesse e regine riempiono tutto lo spazio circostante dando vita a una composizione d’insieme ricca, variata e, se vogliamo, confusionaria, del tutto in linea con il gusto artistico più tipico dell’epoca ramesseide. Varie iscrizioni sono incise sulla roccia circostante. Tra queste è degna di nota quella che racconta il matrimonio di Ramsete II con una principessa ittita.



Sopra l’ingresso principale al tempio si trova un’immagine di Ra-Harakhti scolpita in forte altorilievo. Il dio è rappresentato incedente e in visione frontale, con le braccia che scendono lungo i fianchi. La mano destra poggia su uno scettro-user, la sinistra su un’immagine della dea della giustizia Maat.



La presenza di questi due elementi induce a una interpretazione secondaria di tutta la composizione che può così essere “letta”, utilizzando lo stesso sistema di decodifica dei rebus, come User-maat-ra (lo scettro + la dea della giustizia + Ra-Harakhti), che è uno dei nomi di Ramsese II, traducibile in “Possente di giustizia è Ra”. Il fatto che la scultura possa essere interpretata sia come effige di Ra, sia come il nome di Ramsese II, è estremamente significativo e fa parte di quel tentativo di autoglorificazione del sovrano e che trova completa manifestazione soltanto qui ad Abu Simbel. Ai due lati dell’immagine di Ra-Harakhti si trovano infatti due figure dello stesso Ramsese II in adorazione. L’intera composizione può perciò essere interpretata come una scena in cui il sovrano rende omaggio a Ra-Harakhti e, allo stesso tempo, al proprio nome.
Il Tempio Maggiore è concepito in modo che tutte le maggiori partizioni del santuario egizio classico trovino attuazione in una struttura completamente scavata nella roccia. La prima sala richiama così la decorazione del cortile di un tempio attraverso i pilastri contro cui poggiano imponenti figure del sovrano, rappresentato stante e con le braccia conserte.


I colossi della fila di pilastri meridionali indossano la Corona Bianca, emblema del dominio dell’Alto Egitto, quelli della fila settentrionale portano invece la Doppia Corona, simbolo della regalità sull’Egitto unito. Nei loro visi si ritrova la stessa espressione di sereno distacco già riscontrata nelle statue che ornano la facciata.



Le pareti della sala sono decorate con rilievi a incavo che ricordano le gesta belliche più significative compiute da Ramsese II. La parete settentrionale è interamente dedicata alle fasi salienti della battaglia di Qadesh. Accanto all’ingresso è riprodotto l’accampamento egiziano, nel momento in cui esercito ittita sferra il proprio attacco.


Poco oltre è invece raffigurato l’episodio della controffensiva egiziana sferrata contro Qadesh. Intorno alla città scorre il fiume Oronte, dove galleggiano i cadaveri dei principi ittiti e dei loro alleati. Sulla sala ipostila si affacciano alcuni ambienti, soltanto parzialmente decorati, che dovevano servire un tempo per immagazzinare gli arredi e le forniture cultuali del tempio. Tra i rilievi che decorano queste sale, vi sono scene in cui Ramsese II compie offerte a varie divinità, tra le quali è incluso anche lo stesso sovrano.



Una seconda sala ipostila, successiva alla prima, conduce il visitatore in una dimensione più intima, giocata sulla riduzione progressiva dei volumi e della luce, fino alla parte più raccolta della struttura: il santuario. Sulla parete di fondo di quest’ultimo troneggiano le effigie delle divinità che compongono la cosiddetta “triade ramesside”: Amon-Ra di Tebe, Ptah di Menfi e Ra di Elaiopoli. Accanto a esse si trova la statua del sovrano. Nella parte più intima del tempio giunge così a conclusione il discorso autocelebrativo iniziato in facciata.
La fine del percorso architettonico segna anche il punto di massima esaltazione di Ramsese II. Il sovrano è divinizzato attraverso l’accostamento agli dèi più importanti del Paese mentre è ancora vivo.



Il Tempio Minore, dedicato alla sposa di Ramsese II, Nefertari, concorre a rendere palese il discorso relativo alla concezione divina della sovranità, espressa attraverso forme artistiche monumentali. Nel santuario è infatti celebrata Nefertari in assimilazione con la dea Hathor di Ibshek.



La regina diviene così la degna sposa del faraone-dio. Il suo tempio è una replica, in dimensioni ridotte, di quello Maggiore. La facciata prevede sei statue colossali: quattro di Ramsese II e due di Nefertari. Entrambi sono raffigurati incedenti, come se uscissero dalla montagna retrostante.



La regina porta il tipico copricapo hathorico (un disco solare racchiuso da corna bovine) mentre variano le corone indossate dal sovrano. L’interno del santuario prevede una sala ipostila a sei piastri, decorati con l’emblema di Hathor: il viso della dea riprodotto frontalmente.



Si accede poi ad una sala a sviluppo traversale, alle cui estremità si aprono due ambienti sussidiari, che immette nella cella. Nel muro di fondo di quest’ultima si apre una nicchia in cui si trova una statua Hathor, ritratta come una giovenca che protegge il re. La decorazione parietale prevede esclusivamente scene in cui il sovrano e la regina sono ritratti in adorazione di varie divinità.


domenica 20 marzo 2011

Il Faro di Alessandria


Il Faro
Il Faro di Alessandria, sulla costa nordoccidentale del delta del Nilo, fu il monumento più recente venuto a completare l’elenco canonico delle Sette Meraviglie del Mondo Antico. Si chiamò così dall’isola di fronte al porto di Alessandria sulla quale fu costruito, e in seguito divenne un termine generico per indicare tutti i fari costruiti nel mondo.
L’isola di Pharos è un’emersione di pietra calcarea: una buona base in mezzo alle sabbie e alle paludi alluvionali formate dal Nilo. Fu Omero nell’Odissea a menzionare Pharos come un’isola, e la situò a un giorno di vela dall’Egitto, concetto ribadito più tardi da Plinio. Le fonti di Omero erano ovviamente piuttosto incerte. La leggenda narrava la storia della bella Elena giunta in Egitto con Paride, ma quell’isola in cui non c’era nulla da vedere e i cui unici abitanti erano le foche l’annoiò. Dieci anni dopo vi tornò, accompagnata questa volta dal suo sposo Menelao, che stava rientrando in patria da Troia e che, spinto fuori rotta da una tempesta, era approdato su quella terra. Menelao – narra la leggenda – incontrò un vecchio e gli chiese: «Che isola è questa?» Il vecchio rispose che l’isola era del Faraone. Menelao, che non aveva inteso bene, domandò di nuovo: «Faro?» Al che il vegliardo rispose affermativamente, ripetendo la parola «Faraone» con l’antica pronuncia egiziana, che la trasformò in «Prouti». Menelao interpretò malamente la risposta: questa volta capì «Proteo», nome che sapeva essere quello della divinità marina a cui Poseidone aveva concesso il dono della profezia. Così la pronuncia poco chiara di un vecchio e il qui pro quo di Menealo fecero conoscere al mondo l’isola sotto il nome di Pharos, terra protetta dal nume Proteo. Per di più, tornato in Grecia, Menelao aggiunse qualche ricamo alla storia, tanto che le foche, disprezzate da Elena, si mutarono in ninfe che affollavano le spiagge.

lunedì 14 marzo 2011

Tell el-Amarna – La reggia del Sole


Tell el-Amarma (o Amarna), l’antica Akhetaton, si trova sulla riva orientale del Nilo, nella XV provincia dell’Alto Egitto, a circa meta strada tra Tebe e Menfi. Akhetaton fu costruita in fretta e abbandonata pochi anni dopo la morte di Akhenaton, quando si ritornò ad adorare il dio Amon e la capitale venne trasferita a Menfi. Durante il regno di Ramses II, la città fu oggetto di una vera e propria spoliazione, in quanto molti dei materiali edilizi vennero prelevati e trasportati altrove per erigere nuovi monumenti.



L’intera città di Akhetaton può essere suddivisa in diversi settori: “città nord”, “sobborgo nord”, “città centrale”, che aveva spiccate connotazioni monumentali e cerimoniali, e “sobborgo sud”. Nei pressi, verso est, si trovano anche due piccoli insediamenti che ospitavano gli operai addetti alle necropoli.


La città, che non era circondata da mura, non era stata del tutto pianificata; vi erano comunque tre strade parallele che correvano da nord verso sud, incrociate ad angolo retto da altre strade più piccole. Quella maggiore era chiamata Strada Reale e attraversava l’intera Akhetaton: su di essa si affacciavano gli edifici pubblici e i templi. La “città nord” includeva vari edifici in mattoni crudi, un palazzo pubblico, alcune ricche abitazioni e un grande palazzo circondato da mura fortificate con torrette esterne, che è stato ritenuto la residenza privata di Akhenaton. A sud di questo si trova il Palazzo Nord, in un primo tempo identificato come una sorta di giardino zoologico, ma oggi ritenuto la residenza della figlia maggiore del re (Meritaton) e di Nefertiti. Questo palazzo aveva accesso direttamente al fiume, da cui distava una cinquantina di metri.



Esso era costruito attorno a un grande cortile rettangolare quasi interamente occupato da un enorme bacino e includeva vari cortili e giardini, una sala del trono, degli appartamenti reali, una corte a cielo aperto con altari per il culto dell’Aton e degli alloggi per animali.



A sud del Palazzo Nord, la Strada Reale passa attraverso il “sobborgo nord” per raggiungere il centro della città. Il “sobborgo nord” fu forse l’ultimo settore della città a essere costruito e una sua parte non viene mai abitata né terminata prima dell’abbandono della città. Il quartiere consiste di un’area residenziale divisa a metà da un piccolo corso d’acqua; comprende 298 case, di diverse dimensioni e destinate forse a funzionari subalterni o a mercanti. Alcune di esse sono vere e proprie villette, circondate da un muro di cinta che delimitava un’ampia area attorno alla casa, con magazzini, giardini, silos e ambienti di servizio, ma non mancano abitazioni molto più modeste, fino ad alcune prive aree di servizio.



Proseguendo verso sud, si giunge al centro della città, con i suoi templi e gli edifici monumentali. Qui, sul lato occidentale della strada, si trova un vasto gruppo di edifici costruiti parte in pietra, parte in mattoni crudi. Nonostante questo grande complesso sia generalmente indicato come il Grande Palazzo, le discussioni sulla sua esatta funzione non sono mancate.



Per alcuni, gli edifici erano senza dubbio i resti di una grande residenza reale, i cui appartamenti ospitavano la famiglia reale con i suoi dipendenti, la servitù e l’harem del re. Altri studiosi hanno invece sostenuto che i cortili in pietra e le sale, che in origine includevano colossali statue della coppia reale in granito e in arenaria, oltre a decorazioni che mostrano Akhenaton e Nefertiti mentre adornano l’Aton, dovevano essere in qualche modo connesse con il culto del dio. Purtroppo, una grande parte di questo complesso è oggi perduta ed è improbabile che gli archeologici possano mai risolvere la questione della sua, o delle sue, funzioni originale.



Il Grande Palazzo includeva comunque numerosi giardini e cortili, uno dei quali circondato da statue colossali di Akhenaton, terrazze, magazzini, una sala del trono, un’altra sala con ben 544 colonne in mattone crudo e un palazzo vero e proprio. Qualunque fosse il suo scopo, il Grande Palazzo sembra essere particolarmente adatto come sede dell’harem regale, che doveva ospitare molte centinaie di donne. Ad Akhetaton, la regina Nefertiti è così costantemente presentata come la moglie di Akhenaton e al centro del nucleo familiare, che si tende dimenticare che il sovrano seguì la tradizione del Nuovo Regno, che prevedeva che il faraone avesse molte mogli secondarie. L’harem non era comunque un gineceo: comprendeva gli alloggi per le mogli del re, dei loro figli e delle persone addette al loro servizio. La cosiddetta Casa del Re era situata di fronte al Grande Palazzo, sul lato opposto della strada, ad esso collegata grazie a un portone in mattoni crudi che passava sopra la Starda Reale.



La Casa del Re era la residenza ufficiale di Akhenaton (da qui conduceva i suoi affari di stato) e comprendeva un giardino, viali alberati, magazzini, i vari appartamenti reali, delle guardie e della servitù. Il nucleo era costituito da una vasta sala con 42 colonne e da una sala più piccola con due file da cinque colonne. Gli appartamenti di Akhenaton e Nefertiti avevano le stanze da letto, bagni e stanzette per il guardaroba. In una camera si trovava la “finestra delle apparizioni”, spesso raffigurate nelle tombe dei funzionari di Akhenaton e dalla quale la coppia reale si affacciava per elargire doni in oro e premi alla gente.



Delle decorazioni sono rimaste poche testimonianze, limitate alle parti inferiori delle pareti con papiri, uccelli in volo e piante; le stanze degli appartamenti privati erano decorate con scene di vita della famiglia reale, mentre i soffitti erano dipinti a motivi floreali e uccelli. Attorno alla Casa del Re vi era una caserma con stalle e gli uffici dell’amministarzione, in uno dei quali vennero scoperte, alla fine del secolo scorso, le famose



Lettere di Amarna, tavolette con testi in cuneiforme accadico e che costituiscono la corrispondenza del faraone con i sovrani stranieri. Anche i due templi dedicati ad Aton si trovavano nei pressi della Casa del Re. Immediatamente a sud si trovava Hwt-Aten, ossia il “Tempio di Aton”, più comunemente noto come Piccolo Tempio dell’Aton: comprendeva dieci piccole cappelle a cielo aperto, tavole per offerta e un altare. A nord sorgeva il Per-Aten, la “Casa di Aton”, o Grande Tempio dell’Aton, un complesso di edifici in pietra indipendenti, racchiusi da un massiccio muro di cinta di 229 metri di larghezza e 730 di lunghezza.



 La parte più interessante del complesso sacro era interamente a cielo aperto; suddiviso in due sezioni, il Per-hai (“Casa del Giubilo”) e il Gempaaten (“Rivelazione dell’Aton”), era stato progettato come una serie di cortili che si allineavano uno dopo l’altro, diviso da piloni. In Grande Tempio di Aton ospitava ben 920 tavole per offerta in mattoni crudi disposte in file. La loro presenza nel tempio pare sottolineare la contraddittoria commistione di tradizione e innovazione presente nel culto di Aton: Akhenaton, che aveva concepito il suo dio come distante e gli aveva attribuito un aspetto non umano, non abbandono mai l’usanza di presentare alla divinità delle offerte, consistenti forse in fiori e frutti, almeno a quanto è dato da vedere nei rilievi. La luce del sole, agli occhi di noi moderni, non sembra aver bisogno di offerte: tuttavia, i raggi solari, immaginati come terminanti con delle piccole mani, erano ritenuti in grado di raggiungere e toccare qualunque cosa volessero.


Il “sobborgo sud” ospitava alcune delle più lussuose abitazioni private di Tell el-Amarna, fra cui anche la casa del visir Naht. Anche qui le case più ricche si mescolavano a quelle più povere. La pianta della casa amarniana consiste per lo più di una stanza principale, il soggiorno, al centro dell’abitazione e provvisto di una o più colonne il legno e di una panca in mattoni appoggiata a uno dei muri: attorno si disponevano le altre stanze (nelle case più ricche sono state trovate anche stanze per il bagno). Le grandi ville erano circondate da un muro di cinta e avevano giardini, a volte uno stagno o un laghetto artificiale.



La Strada  Reale raggiungeva il Maru-Aton, formato da due giardini; quello pi piccolo includeva un tempio a cielo aperto e una cisterna; quello più grande, con un laghetto, ospitava piccoli santuari in pietra. Il Maru-Aton fu inizialmente interpretato come il luogo di soggiorno della famiglia reale: la scoperta di numerosi frammenti di recipienti per il vino sembrava confermare questa ipotesi. Oggi si ritene che fosse strettamente associato a una delle donne della famiglia reale: le iscrizioni rinvenute portano infatti il nome e i titoli della principessa Meritaton, scritti su quelli di una cera Kiya, la cui identità ci è oscura.



Per chi volesse fare una passeggiata nel Ahetaton perfettamente ricostruita (virtualmente): http://www.perankhgroup.com/palaces.htm

sabato 5 marzo 2011

Dendera – Nelle sale di Hathor


La località di Dendera, in antico egiziano Iwnet o Tantere, si trova a circa 60 chilometri a nord di Luxor. Il tempio venne eretto ai piedi della cosiddetta Montagna Texana, sulla sponda sinistra del fiume. Una iscrizione ne descrive l’aspetto con parole piene di meraviglia e puntiglio architettonico:
 “… il tempio della dea è costruito in una bella, scintillante arenaria: è lungo centododici cubiti, largo sessantasette cubiti e un quinto. Come è splendido alla vista, con la sua altezza totale di ventitre cubiti e un terzo, le cappelle, le molte sale, il chiostro del Nuovo Anno, la scalinata e il chiostro superiore…”



Il complesso fu eretto subito prima della grande ansa che porta le imbarcazioni, sulla riva opposta, a cospetto degli enormi complessi architettonici tebani. Il grande tempio venne dedicato a Hathor, la sposa del dio Horo, immagine ubiquitaria di fortuna e di fecondità: essa era la “Signora di Dendera”, nata sotto forma di rugiada miracolosa sulle palpebre del dio Ra, nel momento in cui egli era prodigiosamente emerso da un loto primordiale apertosi, nella luce, dalle scure acque del caos degli inizi.



Hathor viene comunemente raffigurata come una donna dalle orecchie di vacca o come una vacca celeste o mentre allatta il faraone. Nelle sue manifestazioni terrifiche, invece, Hathor assumeva le forme di una feroce e devastante leonessa. La figura della dea, nell’arte e nell’architettura del tempo, assiste costantemente il culto dei faraoni, garantendo loro così l’elisir dell’immortalità. Essa era comunque soprattutto la dea dell’amore, in tutti suoi aspetti, la signora della gioia e la patrona della danza e della musica; il simbolo del suo grande volto, in ogni contesto, aveva il potere di allontanare le forze negative e richiamare quelle positive. Il luogo di culto di Hathor, come molti altri grandi punti sacri di portata nazionale, meta di devozione e di pellegrinaggio per secoli e secoli, venne continuamente ingrandito e abbellito sino a subire, in epoca tolemaica e poi romana, delle trasformazioni di vasta scala.



Nella forma oggi visibile, il tempio di Hathor venne iniziato sotto il faraone Tolomeo XII Aulete (“Il flautista”), che regnò nella prima metà del I secolo a. C.; i lavori e le modifiche si protrassero fino al periodo dell’impero di Nerone (54 – 68 d.C.). tuttavia, malgrado i grandi investimenti, esso resto parzialmente incompiuto.



Il tempio della grande dea e altri edifici sacri minori, a Dendra, erano circondati da un massiccio muro di cinta in mattoni. Un grande cortile precede la facciata del tempio vero e proprio, con le sue sei colonne.



L’accesso è rappresentato da un pronao sorretto da una fitta struttura di 18 colonne forma di sinistro – una specie di sonaglio rituale in bronzo – che era uno dei simboli principali della dea. Il soffitto del pronao riproduce un cielo stellato, nel quale corrono il sole e la luna e sono tracciate le scansioni del calendario e le entità dello zodiaco.


Lungo lo sviluppo delle pareti, invece, si snoda il corpo deforme e sinuoso della dea Nut, la quale, secondo i dettami dell’iconografia religiosa egiziana, protrattasi per quasi due millenni, ingoiava l’astro solare al tramonto, e lo restituiva, rinnovato e trasformato, allo luce del mattino.



Superata l’entrata, si giunge al primo atrio ipostilo, o sala delle colonne. Sulle pareti e sulle colonne di questa sala sono rappresentate alcune scene in cui il sovrano compie dei rituali o porge delle offerte a varie divinità.
Lasciato l’atrio ipostilo, si arriva alla “sala delle apparizioni”, o secondo atrio ipostilo, il cui tetto è sorretto da sei colonne. Su ogni lato di questa sala si aprono tre stanze. Tra di esse, si possono citare la sala del tesoro, sulle cui pareti sono incisi elenchi di prodotti preziosi e unguenti, la sala del calendario e la camera del Nilo, dove operavano i sacerdoti addetti a stabilire lo scandire del tempo, ossia il ritmo delle stagioni. Dopo la “sala delle apparizioni”, si giunge alla prima sala delle offerte e poi alla “sala di centro”, infine si arriva al sancto sanctorum, che è la parte più sacra di tutto il tempio e dove la dea – secondo il credo egiziano di ogni epoca – viveva quasi fisicamente. Nel sancta santorum erano custodite la barca sacra della dea e un naos contenente la sua statua: era un tabernacolo – armadio di granito, con porte di bronzo incrostate d’oro. Una volta all’anno la dea, o meglio la sua statua, saliva sulla sua barca e veniva portata in processione verso sud sino al tempio di Edfu, sede del suo sposo Horo, per celebrare le loro nozze divine.



Il sancta santorum di Dendera era inoltre circondato da un corridoio sul quale si aprivano ben undici cappelle, ognuna con un suo significato preciso. Le cappelle era dedicate, partendo dal lato sinistro, innanzitutto ad Hathor, quindi a Iside, quindi a Sokar (una entità sacra di natura funeraria, contraddistinta dalla testa di falco, assimilata a Osiride); vi è poi la cappella di Harsomtus, “Horus che unisce le due terre”, considerato una emanazione di Hathor  e di Horo; altre quattro cappelle, tutte dedicate alla principale dea di Dendera; una riservata al solo Horo, e infine altre due cappelle di Hathor.



Il tempio di Dendera presenta una curiosità: nello spessore del muro esterno sono infatti state ricavate dodici camere, lunghe e strette, poste su tre piani. Queste dodici cripte, a cui si accedeva attraverso alcune aperture ricavate nelle mura o nel pavimento, servivano a custodire gli oggetti di culto sacri alla dea e gli archivi del tempio. Sempre all’interno dello stesso muro, gli antichi architetti egiziani avevano ricavato anche delle scale che salgono sul tetto (o terrazza) del tempio.



Qui si trova un chiosco con dodici colonne, su ognuna delle quali campeggia l’immagine benigna della testa di Hathor, e sei cappelle divise in due gruppi distinti. In questo punto, a cospetto delle solenni acque del Nilo, dall’alto di una costruzione che dominava l’intero complesso sacro, mentre gli sguardi abbracciavano le fertili sponde e le ombre del deserto libico, la statua della dea veniva portata una volta all’anno per essere esposta ai raggi di sole al fine di ricaricarla della più sacra e arcana energia del cosmo. Sulla terrazza vi sono inoltre due cappelle consacrate al dio Osiride, nelle quali si svolgevano rituali relativi alla rinascita della divinità.



Sui muri, le iscrizioni geroglifiche descrivono in dettaglio la natura dei rituali di resurrezione: il corpo del dio veniva sagomato con una pasta di semi d’orzo, che veniva prima innaffiata di acqua sacra e  poi lasciata a germogliare naturalmente, per essere infine seppellita, con tutti gli onori, in una delle cappelle superiori. Al rito partecipavano esponenti del clero di ogni provincia del paese, intenti nell’invocare, in questo momento critico, la protezione di ogni genere di creature soprannaturali sulle proprie terre.



All’esterno del santuario di Hathor si trovava un lago sacro, dove si celebravano i misteri di Osiride. Nel corso di queste celebrazioni, davanti a un ristretto numero di iniziati, si mettevano sull’acqua delle piccole imbarcazioni, che recavano delle statue di divinità che si supponeva andassero alla ricerca, una volta di più, del corpo della mistica divinità dei defunti. Dietro al tempio di Hathor venne costruito l’edificio sacro dedicato a Iside, sposa di Osiride.



Nei pressi del grande tempio si trovano due mammisi, uno di epoca romana, con i cartigli di Adriano e Antonino Pio, l’altro risalente dell’età tolemaica, costruito dal faraone Nectanebo I nella prima metà del IV secolo a.C. In questo tipo di edifici si svolgevano delle feste dedicate alla nascita di Harsomtus in qualità di dio – figlio.


Vicino al tempio di Hathor si trovava un altro santuario in mattoni crudi, dove i malati si recavano per essere curati. Questo genere di rito prevedeva che il malato, ad esmpio, dovesse bere delle acque sacre, o essere bagnato con l’acqua che era stata prima fatta scivolare sulla statua di divinità.



In alcuni casi, seguendo il tradizionale rituale sacro dell’incubazione, il paziente doveva passare la notte nel santuario, sperando di avere durante il sonno un sogno guaritore, o l’apparizione salvifica di una divinità. I culti “medici” di questa natura ebbero grande fortuna negli ultimi secoli della storia dell’antico Egitto, giungendo persino a essere assimilati, nella cultura di età tolemaica, a quelli che i Greci avevano tributato a Esculapio, il dio ellenico della medicina e delle guarigioni.


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