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mercoledì 1 febbraio 2012

Glastonbury: la leggendaria Avalon


Ergendosi sulle uniformi pianure dei Somerset Levels, la collina di Glastonbury, o Glastonbury Tor, con in cima il suo campanile in rovina, costituisce il simbolo inconfondibile di uno dei luoghi più misteriosi d’Inghilterra.


La località di Glastonbury, dove sorge uno dei primi edifici cristiani del Paese, è teatro di tradizioni e leggende, miti e fantastiche avventure. Questa vivace cittadina di campagna attrae visitatori di ogni genere. I romantici vi sono richiamati dalle leggende di re Artù, i pellegrini dalla sua antica eredità cristiana, i mistici vi accorrono alla ricerca del Santo Graal, e gli astrologi subiscono il richiamo dello zodiaco che, a quanto si dice, è tracciato in quei paesaggi.


Glastonbury era quasi un’isola circondata da paludi o acque alluvionali quando i primi cristiani vi si stabilirono, in un periodo non ben accertato. La prima data attendibile è attorno al 705, anno in cui re Ine vi fondò un monastero, che in seguito ospitò, nel X secolo, alcuni monaci benedettini. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce vestigia di costruzioni anteriori, fatte di pali e rami intrecciati, coperti di argilla e paglia, nonché numerosi edifici di pietra di epoche più tarde, di cui oggi sono riconoscibili quasi soltanto i tracciati perimetrali.



Rimangono importanti ruderi dell’abbazia principale costruita nel XIII e nel XIV secolo, contraddistinta da una mistica assai singolare. La Cappella della Madonna, risalente al XII secolo, sorge sul luogo di una chiesa più antica, distrutta da un incendio nel 1184. questa era la “Chiesa Vecchia”, edificata, secondo la tradizione, da Giuseppe di Arimatea, il ricco del Vangelo che avvolse il corpo di Gesù in un lenzuolo e lo trasportò nella sua tomba.




Una leggenda narra che Giuseppe emigrò poi a Glastonbury e vi fondò una chiesa. Un’altra riferisce che approdò con una nave vicino alla collina di Wearyall e si appoggiò al bastone per pregare. Questo gettò delle radici da cui nacque il Glastonbury Thorn, il “biancospino di Glastonbury”, che ancora fiorisce a Pasqua e Natale sul terreno dell’abbazia e di fronte alla chiesa di San Giovanni.


- RE ARTÙ FU SEPOLTO QUI?
Forse il più grande mistero di Glastonbury è quello relativo al corpo di re Artù. I suoi resti giacciono veramente nel suolo dell’abbazia? Benché i monaci asseriscono di averli ritrovati, assieme a quelli della moglie Ginevra, nel 1190, si nutrono molti dubbi sull’attendibilità della vicenda: testimonianze recenti sembrerebbero piuttosto indicare che il sovrano fu inumato nei pressi di Bridgend, nel Galles meridionale. Al termine della sua ultima battaglia a Camlann, Artù fu trasportato morente nella mistica isola di Avalon. Il re ordinò a Sir Bedivere di disfarsi della sua magica spada Excalibur. Quando il cavaliere la gettò in un lago, dalle acque emerse una mano che la afferrò. Quale fu l’esatto luogo in cui si svolse questo starno episodio? La tradizione popolare lo identifica con lo stagno, in seguito prosciugato, di Pomparles Bridge, nei pressi di Glastonbury.


La tomba fu scoperta dopo che un bardo gallese ebbe rivelato il segreto della sepoltura al re Enrico II. Il monarca ne informò l’abate di Glastonbury e, duante la ricostruzione del monastero dopo l’incendio del 1184, i monaci andarono in cerca del sepolcro. A circa 2 m di profondità trovarono una lastra di pietra e una croce di piombo recanti l’iscrizione “Hic iacet sepultus inclitus rex arturius in insula avalonia” (Qui giace sepolto il rinominato re Artù nell’Isola di Avalon). Circa 2,7 m al di sotto delal lastra era deposta una bara ricavata da un tronco d’albero, contenente le ossa di un uomo alto 2,4 m, dal cranio danneggiato, nonché ossa più piccole identificate come quelle di Ginevra, in base ad alcuni resti di capelli ingialliti rinvenuti con esse.


L’archeologo Ralegh Radford confermò, nel 1962, che quello scoperto era effettivamente un sepolcro, ma aggiunse che non aveva modo di dimostrare a chi appartenesse. Il punto oggi contrassegnato come Tomba di Artù è in realtà quello in cui le ossa furono risotterrate nel 1278, in una tomba di marmo nero posta davanti all’altare maggiore. La sepoltura originaria non reca indicazioni e si trova a 15 m di distanza dalla porta sud della Cappella della Madonna.


- LE LEGGENDE SULLA COLLINA DI GLASTONBURY
Re Artù ebbe con Glastonbury rapporti precedenti a questi, secondo una leggenda narrata già prima dell’asserita scoperta della sua tomba. Melwas, un re del Somerset, rapì Ginevra e la tenne prigioniera a Glastonbury. Artù accorse per liberare la moglie dalla roccaforte che si riteneva sorgesse sulla Tor, ma l’abate agì da intermediario fra le parti che scesero a patti prima ancora di dare inizio alla battaglia.
Negli Anni Sessanta, nel corso di alcuni scavi, in cima alla collina furono rinvenute le vestigia di antiche costruzioni in legno, ma non fu possibile stabilire se si trattasse dell’abitazione del re Melwas o di un insediamento di monaci. Chiunque abbia vissuto fra quelle mura, vi condusse un’esistenza agiata: tra i reperti vi sono crogioli per la lavorazione dei metalli, ossi di animali che testimoniano l’abbattimento di molti buoi, montoni e maiali, e terraglie che stanno a indicare un copioso consumo di vino.


In epoca medievale, i monaci di Glastonbury edificarono una chiesa in cima alla Tor e la consacrarono all’Arcangelo Michele, ma essa venne distrutta da un terremoto. Il campanile che ancora svetta sulla collina è tutto quanto rimane di una chiesa successiva, costruita per sostituire la precedente. L’intenzione dei frati era probabilmente quella di convertire la pagana Tor al cristianesimo. Secondo la leggenda, da essa si penetrava ad Annwn, un regno sotterraneo governato da Gwyn ap Nudd, re delle Fate. Quando nel V secolo san Collen fece visita a Gwyn, sulla collina di Tor, egli attraversò un’entrata segreta e venne a trovarsi all’interno di un palazzo. Esposta alle tentazioni, asperse con acqua santa tutto quanto vi trovò, finché il castello scomparve e Collen rimase solo sulla collina.


- IL CHALICE WELL, O “POZZO DEL CALICE”
Ai piedi della collina di Tor si trova un antico pozzo, le cui acque sorgive imitano con il loro suono il  battito di un cuore. Inoltre, contenendo ossido di ferro, hanno una colorazione rossa; per questo il pozzo è detto anche Fonte del Sangue. Ma il suo nome più famoso è Chalice Well, poiché, secondo la tradizione, l’inestimabile Santo Graal venne nascosto proprio qui: era il calice da cui Gesù bevve durante l’Ultima Cena, trasportato in Inghilterra da Giuseppe di Arimatea. Si favoleggiava che il Graal avesse poteri miracolosi e dopo la sua scomparsa molti cavalieri della Tavola Rotonda lo cercarono invano.


Le leggende di Glastonbury poggiano forse su fatti assai vaghi, ma hanno permeato tutta la zona di un’aura di mistero avvertibile in pochissimi altri luoghi. Il cronista del XII secolo Guglielmo di Malmesbury scrisse dell’Abbazia di Glastonbury che “emetteva fin dalle fondamenta un riflesso della santità dei cieli e la trasmetteva a tutto il paese…” A dispetto dei cambiamenti intervenuti nei secoli Glastonbury resta tuttora “un santuario celeste sulla Terra”.


Ai piedi della collina di Glastonbury si tenne ogni anno, dal 1127 al 1825, una fiera medievale in onore di San Michele. I festeggiamenti duravano sei giorni – cinque precedenti l’anniversario e il giorno consacrato al santo. Della chiesa di San Michele, sulla collina di Tor, rimane oggi solo il campanile: il lato frontale reca delle curiose incisioni.



Una di esse mostra il diavolo intento a pesare l’anima di un uomo con il mondo; in un’altra, una donna munge una mucca; in una terza, un pellicano si stacca le penne dal petto.



Le rovine dell’Abbazia di Glastonbury sorgono su terra consacrata. A partire dalla “Chiesa Vecchia” in canniccio, costruita secondo la tradizione da Giuseppe di Arimatea, fino alla grande e ricca abbazia distrutta nel XVI secolo, il luogo è uno dei più sacri d’Inghilterra. La tradizione individua in queste terre la mitica Avalon, l’isola dei morti in cui sarebbero sepolti re Artù e san Patrizio.



Sulla Chalice Hill, la “Collina del Calice”, tra la collina di Tor e l’abbazia, è scavato il magico Chalice Well. La leggenda racconta che il pozzo venne costruito con grandi pietre dai Druidi e che in seguito il calice da cui bevve Gesù durante l’Ultima Cena venne gettato nelle sue acque rugginose.

domenica 17 aprile 2011

Gli stupa di Sanchi nel Madhya Pradesh


Il mondo indiano, ricco di splendide opere d’arte, ha dedicato pochissimo spazio all’architettura funeraria: è con l’avvento degli invasori musulmani nel XII secolo che si sviluppa la tipologia del mausoleo ed è probabilmente perché influenzati da questo che i sovrani dei Rajput, popolazioni guerriere indù stanziate in quello che oggi è lo stato di Rajasthan, fecero innalzare le chattri, padiglioni colonnati sormontati da cupole, nei luoghi di cremazione delle famiglie reali. Il disinteresse per il monumento funebre è conseguente alla convinzione, fondamentale nella cultura indiana, che l’esistenza non si esaurisca in un unico episodio vitale, ma si dipani attraverso innumerevoli rinascite sotto spoglie differenti.


Ciò porta alla svalutazione del corpo del defunto, che non è unico ed irripetibile, ma si riproduce sempre diverso ogni volta che si torna all’esistenza. La teoria del samsara, ovvero la catena delle rinascite, è radicata nella concezione che la somma degli atti compiuti durante la vita inneschi una serie di effetti solo parzialmente fruibili all’interno dell’esistenza che li ha generati.


Una notevole porzione dei frutti dell’agire, ovvero il karman, matura in tempi lunghi ed impone un ulteriore ritorno nel mondo per la riscossione. Quanto di negativo o positivo l’essere umano sperimenta nella vita presente è causato dalle azioni compiute nelle esistenze passate: sta dunque all’uomo la possibilità di costruirsi una rinascita migliore con un  comportamento virtuoso nella condizione attuale. Il fine ultimo non è, comunque, il miglioramento del samsara, bensì la sua interruzione attraverso un agire che non porti più conseguenze. Il rito consapevole, la conoscenza discriminante, la devozione fiduciosa, il cammino ascetico sono le principali modalità di inibizione degli effetti degli atti del quotidiano. La concezione del karman e del conseguente samsara, tipica del mondo indù, fu condivisa anche dal nobile Siddartha Gautama, divenuto nel VI secolo a.C. il Buddha, il “Risvegliato”, poiché aveva riattinto la Verità nel profondo di ogni essere umano ed aveva di conseguenza raggiunto la condizione di Illuminato. Preso l’atto del dolore che affligge l’umanità e l’universo, costituiti entrambi da serie incessanti di fenomeni transuenti, dolorosi e privi di significazione, il Buddha aveva scoperto nell’attaccamento al mondo materiale la radice della sofferenza e aveva indicato nell’esistenza distaccata del monaco itinerante l’antidoto per estirparla. Alla morte del Buddha, come espressamente raccomandato da lui stesso, quanto rimasto dalla sua cremazione venne diviso tra otto dei più insigni sovrani d’epoca che avevano partecipato alle esequie, con l’impegno di erigere sopra le preziose reliquie dei tumuli funerari.


Secondo la tradizione è questa origine dello stupa, il monumento più importante dell’architettura buddhista, che evidentemente eredita la funzione degli antichissimi ponticelli di terra e mattoni che raccoglievano i resti dei personaggi di spicco fra il II e il I millennio a.C., quando pare sussistessero sia l’inumazione che la cremazione. La cremazione fini per predominare, ma il buddismo diede un nuovo significato nello stupa al tumulo funerario, trasformandolo nell’evocazione tangibile della presenza del Buddha e dei successivi venerabili maestri della comunità monastica buddista.


Da reliquiario lo stupa venne assumendo molteplici significati simbolici, alludendo al contempo al Buddha  e al Dharma, la sua dottrina, essendo rappresentazione dell’universo e rimando alla sua cosmogonia. Il “Grande stupa” di Sanchi a 70 chilometri da Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, né è l’esempio più completo e rappresentativo.


La sua collocazione su un rilievo alla confluenza di due fiumi presentava un’ampia serie di vantaggi: il contesto naturale appartato favoriva la vita monastica e la vicinanza a quella che un tempo era la prospera città carovaniera di Vidisha, oggi Besnagar, rafforzava i rapporti con la comunità dei mercanti, principali sostenitori del buddismo. Le numerose iscrizioni votive sullo stupa attribuiscono infatti alla generosità dei commercianti locali l’esecuzione delle varie parti del monumento.


Dal III secolo a.C., probabile periodo della sua fondazione, fino al XIII secolo, quando iniziò la grande decadenza del buddismo in India, Sanchi continuò ad essere importante luogo di devozione e il grande numero di monumenti costruiti nel corso dei secoli rappresenta un prezioso campionario per l’evoluzione dell’arte buddista. La fama di Sanchi non è collegata a nessun episodio della vita del Buddha, ma si deve al fatto che una delle regine di Ashoka, il grande imperatore della dinastia Maurya che nel III secolo a.C. abbracciò la dottrina buddista, veniva da una famiglia di ricchi mercanti di Vidisha.


Le cronache buddiste ricordano la visita che il principe Mahendra, artefice della diffusione del messaggio dell’Illuminato a Shri Lanka, fece alla madre ed è probabilmente in questa occasione che venne eretto il nucleo centrale più antico in mattoni cotti e malta del “Grande stupa”.


La località, dimenticata per secoli, venne riscoperta per caso nel 1818 dal generale inglese Taylor, diventando meta di archeologi dilettanti e cercatori di tesori. Il restauro iniziò nel 1851, ma fu solo trent’anni dopo che l’opera di restauro venne sistematicamente intrapresa dal maggiore Cole e completata da John Marshall, sovrintendente del Dipartimento Archeologico fra il 1912 e il 1919, che numerò più di cinquanta monumenti.


Lo stupa principale, noto come “Grande stupa” o stupa n.1, ha un diametro di 36,60 metri ed è alto 16,46 metri, escludendo la parte apicale. Il monumento attuale risale al II secolo a.C., quando il tumulo di Ashoka venne inglobato in un corpo di blocchetti in arenaria locale ricoperti da uno spesso strato di intonaco e ampliato con nuove strutture.


La costruzione sorge all’interno di una recinzione, la vedika, che rivela i prototipi lignei, essendo composta da listoni ad incastro riproducenti uno steccato. In essa si aprono quattro portali, i torna, edificati nel I secolo d.C. e costituiti da due pilastri sormontati da tre architravi curvilinei, separati fra loro da blocchi quadrati e da teorie di cavalieri su elefanti e cavalli. Dall’abaco dello stipite alla voluta spiraliforme del primo architrave si protendono sinuose figure di shalabbanjika, le yakshi o ninfe degli alberi, mentre numerosi bassorilievi ornano le superfici dei torana.


Lo stupa si articola in tre sezioni: l’alta base circolare, medhi, che rappresenta la terra; il corpo tumuliforme sovrastante che allude alla volta celeste e al contempo, vista la sua denominazione di anda, rimanda all’”uovo” cosmico galleggiante sulle acque primordiali da cui nacque l’universo; la balaustra quadrata, harmika, da cui svetta il pennone, yashti, perno dell’ideale spirale tridimensionale formata dallo stupa nel suo compattarsi in una serie concentrica di mattoni, alternati a detriti di riempimento, conclusa da un’ultima guaina di pietre.


Raccordo fra mondo sotterraneo, terra e cielo, lo yashti è simbolo dell’axis mundi, espresso dal mondo indiano ora come montagna, ora come albero cosmico. In effetti l’ harmika e lo yashti rimandano ad entrambi, anche se l’ambito buddista sembra privilegiare l’immagine arborea, dato che l’illuminazione di Siddartha è avvenuta sotto un albero, il pipal o ficus religiosa; diventato oggetto di dissolve, al samsara, che è teoria ininterrotta di vite e, al contempo, riproduce la mitica struttura del mondo: una serie concentrica di continenti intercalati da anello di oceano. Così la vedika non solo separa lo spazio sacro da quello profano, ma simboleggia la catena di monti che racchiude l’universo.


 I torana che in essa si aprono espletano la funzione iniziatica della porta, luogo di comunicazione fra il mondo profano e quello sacro, cifra della trasformazione spirituale che si opera entrando nel perimetro dello stupa. Collocati ai quattro punti cardinali, sono le terminazioni dei bracci della croce ideale che, proiettandosi dal centro, determina lo spazio. La disposizione angolata destrorsa dei torana trasforma la croce nella svastica, simbolo del sole e quindi del tempo. Ma il punto centrale donde scaturisce la croce altri non è che il Buddha, inteso come Assoluto, Principio Primo, origine dello spazio e del tempo.


L’irradiamento esplicitato dalla croce a svastica non evoca solo l’espandersi spaziale e temporale del cosmo, ma celebra la diffusione del Dharma, la dottrina salvifica del Buddha che si diffonde verso tutte le plaghe dell’universo. Il corridoio fra lo stupa e la recinzione permette il rito della pradakshina, la deambulazione, che consiste nel girare attorno alla costruzione tenendola alla propria destra, ovvero seguendo il percorso del sole. E in effetti, essendo lo stupa monumento chiuso, è fruibile solo all’esterno.


Di Siddartha, il Buddha storico, non vi sono immagini sui portali di Sanchi. All’epoca della realizzazione dei torana, infatti, predominava la corrente buddista più antica e tradizionale, il Theravada, la “Dottrina dei decani” nota anche come Hinayana, “Piccolo veicolo (di salvezza)”, che vedeva nel Buddha l’incarnazione della dottrina e su questo poneva l’accento piuttosto che sulla dimensione umana del Maestro. Così le vicende del Buddha all’interno dei bassorilievi sono evocate da simboli quali le impronte dei piedi che ne indicano la presenza; l’albero, che celebra il momento dell’illuminazione; il trono ed il parasole, che sottolineano la prominenza dell’Illuminato in seno alla comunità dei monaci; la ruota che evoca la diffusione della dottrina; lo stupa, che celebra l’entrata nel nirvana, lo stato di estinzione del doloroso e incessante divenire terreno. L’estro creativo degli artisti, spesso avariai, ebanisti, gioiellieri, trovò inoltre ampio materiale ad espressione nei “Jataka”, le raccolte letterarie delle vite anteriori del Buddha sotto varie spoglie.


Molto più piccolo e semplice, il vicino stupa n.3, coevo al grande, è preceduto da un solo portale, ach’esso come gli altri del I secolo d.C., inferiore però come finezza d’intaglio. L’importanza del monumento risiede nel suo significato religioso, poiché contiene nella camera delle reliquie due sarcofagi con i resti di Shariputra e Maugdalyayana, famosi discepoli del Buddha.


Anche il più lontano stupa n.2, che sorge su una terrazza artificiale a 320 metri sotto la cima della collina, ospita in un vano decentrato i reliquiari di almeno tre generazioni di insigni maestri buddisti. Simile allo stupa n.3 e probabilmente databile anch’esso al II secolo a.C., però è privo di torna, benché la sua balaustra sia decorata da medaglioni che includono splendidi viluppi floreali, vivaci raffigurazioni di animali e figure umane di stile arcaico.


I numerosi altri stupa in diverso stato di conservazione che costellano la collina di Sanchi, frammisti a templi e ad altri edifici di vario stile, non ospitano reliquie, ma sono offerte votive di pellegrini. Eretti in mattoni o in pietra a seconda delle dimensioni, impostati su basamenti quadrati e dipinti, evidenziano come all’antica destinazione funeraria si sia progressivamente sovrapposta quella celebrativa: lo stupa rappresenta la totalità del mondo buddista, che ha nell’Illuminato la Guida suprema, nella Dottrina il messaggio salvifico e nei monaci e nei laici la Comunità dei Credenti. 

sabato 16 aprile 2011

Samarcanda – La magica e mistica città sulla Dorata Via della Seta


Il nome di “Samarcanda” non evoca una città terrena. È un suono che attanaglia il cuore. Altre capitali dell’Islam – Il Cairo, Damasco, Istanbul – risplendono di una magnificenza mediterranea e accessibile. Ma Samarcanda si colloca proprio ai limiti della geografia.


 Bizzarramente situata in un territorio completamente circondato da altre terre, fu la sede di un impero così lontano fra steppe e deserti che sfiorò appena l’Europa, pur terrorizzandola. Sprofondata in un oscuro sonno, brillò per secoli nell’immaginario collettivo. Ispirò la fantasia di Goethe e di Hàndel, di Marlowe e di Keats, tuttavia nella realtà rimase sempre irrangiugibile. Perfino nei famosi versi di Flecker, il diplomatico e poeta che non viaggio oltre i confini orientali della Siria, i mercanti si mettevano in marcia sulla strada dell’oro come avventurarsi in un pericoloso mistero.


Nessun nome richiama alla mente la Via della Seta più di quello di Samarcanda. Per la maggior parte delle persone ha la stessa risonanza mitica di Atlantide ed è stata resa immortale nell’immaginario collettivo di epoche passate, pochi dei quali, in realtà, videro la città di persona.


STORIA – Samarcanda (Marakanda per i greci), uno degli insediamenti più antichi dell’Asia centrale, fu fondata probabilmente nel V secolo a.C. da Alessandro Magno, il quale disse “Tutto quello che ho udito di Marakanda è vero, tranne il fatto che è più bella di quanto immaginassi”.


Punto cruciale della Via della Seta, la città sorgeva al crocevia delle strade che conducevano in Cina, India e Persia e portavano in città mercanti e artigiani. Dal Vi al XIII secolo il numero degli abitanti aumentò e la città divenne più popolosa di quanto lo sia oggi, passando da un impero all’altro ogni due secoli circa – turchi occidentali, arabi, persiani samanidi, karahkanidi, turchi selgiuchidi, mongoli karakitai e scià di Corasma hanno tutti governato questa città – prima che Gengis Khan la spazzasse via nel 1220.



Avrebbe potuto essere la fine della sua storia, ma nel 1370 Tamerlano decise di fare di Samarcanda la sua capitale e nei successivi 35 anni forgiò una città nuova e quasi mitica, epicentro culturale ed economico dell’Asia centrale. Suo nipote Ulughbek vi regnò fino al 1449 trasformandola anche in un centro intellettuale.
Quando nel XVI secolo gli shaybanidi uzbeki salirono al potere e trasferirono la capitale a Bukhara, iniziò il declino di Samarcanda. Per diversi decenni nel XVIII secolo, dopo una serie di terremoti, la città rimase praticamente disabitata. L’emiro di Bukhara ripopolò a forza la città verso la fine del secolo, ma la vera rinascita arrivò solo con i russi, che la costrinsero ad arrendersi nel maggio 1868 e vent’anni più tardi la collegarono all’impero russo con la ferrovia transcaspiana. Samarcanda fu proclamata capitale della nuova Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan nel 1924, ruolo che però perse sei anni dopo a favore di Tashkent.


REGISTAN – Questo complesso di maestose e imponenti madrasa – una profusione quasi esagerata di maioliche, mosaici azzurri e vasti spazi armoniosi – è il principale monumento della città e uno dei luoghi più straordinari di tutta l’Asia centrale. Il Registan, parola che in tagiko significa “luogo sabbioso”, era il centro commerciale della Samarcanda medievale, e la piazza probabilmente era interamente occupata dal bazar.



I tre maestosi edifici che lo compongono sono tra le madrasa più antiche giunte fino a noi, dal momento che quelle risalenti a epoche precedenti furono tutte distrutte da Gengis Khan. Hanno subito gravi danni nel corso dei secoli a causa dei terremoti cui la regione è soggetta, ma il fatto che siano ancora in piedi è la prova della straordinaria abilità di coloro che le hanno edificate.


Basta guardare la cupola azzurra della Moschea di Bibi-Khanym, recentemente ricostruita ma già in sfacelo, per rendersi conto dell’inferiorità dei metodi di costruzione moderni. Va dato atto ai sovietici di aver lavorato febbrilmente per proteggere e restaurare questi grandi tesori; è anche vero però che essi si presero delle libertà piuttosto discutibili, come la bizzarra aggiunta di una cupola azzurra esterna alla Madrasa Tilla-Kari.


MADRASA DI ULUGBEK – Sul lato occidentale, è la più antica e fu terminata nel 1420 durante il regno di Ulughbek (che si dice vi abbia insegnato matematica; le altre materie di insegnamento erano teologia, astronomia e filosofia).


Sotto le piccole cupole poste agli angoli vi erano le aule universitarie e sul retro una grande moschea con belli interni fiancheggiata da un’aula dall’aspetto austero. Circa un centinaio di studenti viveva nelle celle, disposte su due piani. Gli altri edifici sono rozze imitazioni realizzate dall’emiro shaybanide Yalangtush.


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