Visualizzazione post con etichetta Palmira. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Palmira. Mostra tutti i post

lunedì 29 novembre 2010

Palmira (parte IV) - la necropoli


La tomba di Giambico risale all’83 d. C.
La porta d’accesso ha una architrave riccamente decorato con frontone a motivi floreali poggianti su due grifoni. All’altezza del terzo piano la facciata presenta una struttura architettonica composta da un secondo frontone sostenuto da due pilastri con capitello corinzio, che doveva proteggere la rappresentazione a tutto tondo del costruttore della tomba, oggi scomparsa. Al di sotto ci sono due sostegni aggettanti in forma d’aquile e,  più in basso, teste d’leone. L’interno è più sobrio rispetto a quello della tomba precedente: lo spazio tra ogni fila di loculi è inquadrato da semplici cornici modanate, mentre il soffitto è decorato da motivi a losanghe.

La tomba più antica ritrovata a Palmyra ha una struttura ad ipogeo, è datata alla seconda metà del II secolo a. C., e si trova sotto l’impianto del tempio di Baalshamin (situato nella parte est della città e completato nel 131 d. C.). in origine essa doveva avere anche una struttura esterna, caratteristica che le successive tombe non hanno conservato. Queste ultime sono molto numerose e si trovano nelle necropoli di sud – ovest, di sud – est e nella zona ai piedi del castello arabo che sovrasta Palmyra.


Esempi significativi sono la cosiddetta “tomba dei tre fratelli”, la “tomba di Yarhai” e la tomba “F”. nella “tomba dei tre fratelli”, a sud – ovest di Palmyra, un corridoio in leggera pendenza – per un dislivello di due metri – conduce al portale di accesso costituito da due enormi battenti monolitici in pietra, che girano su pesanti cardini. I battenti sono decorati da motivi geometrici e sull’architrave e sugli stipiti sono incise cinque iscrizioni, redatte nel dialetto aramico palmiriano: la prima ricorda la fondazione della tomba, le altre sono atti di vendita di parti dell’ipogeo, redatti in diverse occasioni (dal 160 al 241 d. C.). sei gradini facilitano la discesa all’interno della tomba, che ha una pianta a “T” rovesciata.


Tre gallerie (chiamate “esedre” nelle iscrizioni) si dipartono dall’entrata per una lunghezza di nove metri ciascuna – una a destra, una a sinistra ed una di fronte. Sono divise in spazi verticali, ognuno dei quali poteva accogliere fino a sei defunti posti ordinatamente uno sopra l’altro, dal soffitto al pavimento, per un’altezza che poteva variare dai 3 ai 4 metri. Ogni loculo è chiuso da una lastra con la raffigurazione in rilievo del defunto a mezzobusto ed una breve epigrafe che ne ricorda il nome ed il patronimico.


 La galleria centrale è quella più importante: sul fondo appare la scultura a tutto tondo del fondatore della tomba, attorniato dalla famiglia – immediatamente visibile dall’entrata. Il defunto era rappresentato sdraiato su un triclinio, nella posizione tipica del banchetto.


. Periodicamente, infatti, i familiari si recavano nella tomba per onorare con banchetti funerari i loro morti. Questi erano quindi rappresentati come partecipi – simbolicamente – delle cerimonie organizzate in loro favore.


Il fondo dell’esedra centrale ha rifiniture particolarmente ricche, costituite da colonne, capitelli e trabeazioni che reggono una finta volta, splendidamente affrescata. Sulle pareti sono raffigurati i defunti a figura intera oppure a mezzo busto, racchiusi entro spazi circolari sorretti da vittorie alate e che conservano molto vividi i colori originali.  L’arco sotto la volta presenta scene tratte dalla mitologia classica. I volti dei defunti e delle vittorie non sono sfuggiti alla furia iconoclasta dei primi arabi che visitarono le tombe, deturpandoli vistosamente. L’ipogeo dei “tre fratelli” ospita 300 loculi.


Una simile disponibilità, che sicuramente travalicava le reali esigenze di una famiglia, anche considerando le generazioni successive, può essere spiegata attraverso le iscrizioni poste, in genere, sulle trabeazioni delle porte d’accesso agli ipogei o delle “tombe a torre”.
Esse ci informano che i fondatori delle tombe potevano cedere parti delle stesse agli altri, che ne divenivano proprietari a tutti gli effetti di legge. Da ciò si deduce che le attività economiche dei palmireni non si limitavano al solo commercio, ma erano più complesse e a volte anche alla compravendita di immobili, perfino i funerari.


La tomba di Yarhai, oggi ricostruita nel museo di Damasco, ha una pianta longitudinale. Fu scavata nel 108 d. C. nella parte centrale della Valle delle Tombe con entrata a nord. Una larga scalinata (tre metri di larghezza) conduce alla porta d’ingresso monolitica con architrave finemente scolpito. Al corridoio centrale furono aggiunte due esedre laterali alla fine del II secolo d. C. Quella orientale è rimasta incompiuta; quella occidentale con accesso a gradini, invece, fu tutta lastricata in pietra e inquadrata da un arco a tutto sesto. La saletta cosi realizzata ha le pareti tappezzate da raffigurazioni anche a tutto tondo: sul sfondo due sacerdoti, riconoscibili dal basso copricapo cilindrico, sono sdraiati su un triclinio; dietro, in un secondo piano, ci sono altri personaggi con lo stesso cappello sacerdotale; sulla sinistra c’è una figura femminile ammantata.       


Fonte: Dimore eterne
Testo: Ricchardo Villicich


Palmira (parte III) - la necropoli


Le prime menzioni storiche che fanno riferimento indirettamente ad un insediamento nell’oasi di Palmyra (l’antica Tadmor) risalgono al XIX secolo a. C. All’inizio l’oasi (provvista di una fonte d’acqua dolce e di una acqua sulfurea, la fonte Efqa) fu un semplice luogo di sosta, centro di passaggio di genti nomadi semitiche, che nel tempo divennero sedentarie.


. La sua posizione nel deserto  siriano, al punto d’incontro delle più importanti vie di comunicazioni tra Mesopotamia e Siria, tra Golfo Arabico e Mediterraneo, la portò, già a partire dal I secolo a. C., a divenire una “città carovaniera”, luogo di concentrazione e di diffusione di elementi culturali diversificati. Già nel periodo seleucide (III – I secolo a. C.) è notevole l’influenza greca; in seguito, alla fine del periodo repubblicano (I secolo a. C.) e nel periodo imperiale (I – III secolo d. C. si diffondono tratti della cultura romana.


Le nostre fonti d’informazioni sul mondo religioso palmireno sono costituite, oltre che dai resti archeologici di tombe e santuari, da iscrizioni e monumenti figurati: da rilievi e da sculture di defunti, da affreschi ritrovati all’interno delle tombe, inoltre da raffigurazioni di divinità palmirene. L’ideologia legata alla morte si ricava quindi dalla fusione dei dati in nostro possesso.


La tomba è chiamata, come altrove in Siria-Palestina, “casa dell’eternità”: la casa è il luogo sicuro, dove godere degli affetti familiari e del benessere da essi derivati. I banchetti funebri, organizzati  con regolarità per i defunti dai congiunti, rivelano, infatti, l’intento di continuare a renderli partecipi proprio della quotidianità della vita. Nell’area siriana il sepolcro è, fin dalle epoche più remote, segnato da una pietra. Tale pietra è considerata all’origine dei successivi monumenti sepolcrali, sia che si tratti di semplici stelle o di costruzioni complesse.


Il nome aramico, e quindi anche palmireno, della stele funeraria è “nefesh”, letteralmente “soffio” e perciò “soffio vitale”, e quindi “persona”: l’impiego del termine nel senso “monumento funerario” mostra identificazione tra defunto e sepoltura, intesa come sede della sua essenza vitale. Le strutture sepolcrali palmirene sono dislocate in diversi settori attorno alla città e vengono a costruire più necropoli. Le principali sono quella sudorientale, quella sudoccidentale e quella settentrionale, la cosiddetta “Valle delle Tombe”, le tipologie monumentali funerarie ritrovate a Palmyra sono le “tombe a torre” e le “tombe ad ipogeo”. Di un terzo tipo, costituito da tombe, cosiddette, a “tempio” o a “casa”, esistono rarissimi esempi.


Le “tombe a torre” si innalzano quasi esclusivamente nella “Valle delle Tombe” e le più antiche si datano tra il I secolo a. C. ed il I secolo d. C. I monumenti funerari, per il loro particolare sviluppo in altezza, fecero pensare, al momento delle prime ricognizioni archeologiche, a delle vere e proprie torri.


Costruite nella pietra locale hanno una base quadrata e poggiano su gradoni mondanati che si rastremano verso l’alto, ciò che conferisce loro una figura di grande eleganza. Parecchi metri sopra la porta d’accesso si trova di  solito una nicchia, con rilievi e iscrizioni funerarie, che si riferiscono al costruttore della tomba.


Le tombe più ricche, nella sala a pianterreno, scandiscono lo spazio, tra una fila di loculi e l’altra, con semicolonne, lesene, capitelli e fregi; sul soffitto a cassettoni, sono scolpiti motivi floreali o geometrici. Dall’alto del soffitto, che può raggiungere l’altezza di sette metri, fin sotto il piano di calpestio, sono predisposti gli spazi per sei loculi sovrapposti, in quattro file verticali. Accanto all’entrata, sulla destra o sulla sinistra, sale la scala che portava ai piani superiori, posta in un’intercapedine lasciata nel muro perimetrale.

 

I piani superiori, generalmente più bassi rispetto al piano terra, presentano le stesse ripartizioni, ma decorate con meno sfarzo. Le costruzioni “a torre” possono arrivare a sovrapporre fino a cinque piani, con un numero complessivo di loculi che sfiora i 300. gli esempi più rappresentativi di questa tipologia funeraria sono la tomba di Elahbel e la  tomba di Giambico.


La tomba di Elahbel, primo di quattro fratelli che furono i costruttori della tomba e svolsero un ruolo importante a Palmyra, fu terminata nel 103 d. C. Sul lato nord è posta l’entrata ad una camera sotterranea, indipendente dal corpo centrale, ma che ne sfrutta le fondamenta per alcune deposizioni. L’entrata principale, invece, è situata sul lato sud e sulla porta è incisa l’iscrizione di fondazione. All’interno, nella camera principale (lunga 7,5 metri, larga 3 e alta più di 6 metri), i loculi sovrapposti sono separati da lesene con capitello corinzio. Il soffitto a cassettoni racchiude rosette bianche che risaltano sul fondo blu;


al centro vi sono busti scolpiti di quattro personaggi con tracce di colore rosso per gli abiti e bianco, blu o nero per i gioielli. Sul muro di fondo due semicolonne sostengono un architrave modanato, al di sotto ed al di sopra del quale, ci sono due file di cinque busti femminili.a completamento della decorazione della parete vi è un letto funebre, con tracce di colore rosso, dal quale è scomparsa la scultura principale. Il monumento comprende quattro piani e termina con una copertura a terrazzo.


(continua...)





Palmira (parte II)


Anche la vitalità della nuova cultura cristiana si spense nel 634, con la definitiva conquista da parte degli Arabi. La città, oggetto di ricerche e scavi archeologici sin dagli inizi del XX secolo (da segnalare la missione tedesca che operò dal 1902 al 1917, poi quelle francesi, siriane, svizzere e, a partire dal 1959, la missione polacca diretta da K. Michalowski), presenta un tessuto urbano irregolare, caratterizzato da nuclei e quartieri che si sviluppano in fasi cronologiche successive, assumendo orientamenti forzatamente divergenti.


Una grande via colonnata costituisce da una parte un tentativo di regolarizzazione di un complesso per il resto molto slegato, dall’altra una continuità scenografica alla giustapposizione paratattica dei monumenti lungo il suo percorso. La “platea” (lunga 1100 metri, con una carreggiata larga 11), caratterizzata da due file di colonne recanti mensole destinate a sorreggere statue di personaggi illustri, non si profila come un tracciato rettilineo, ma si suddivide in almeno tre snodi piuttosto netti che sono dissimulati da due monumenti: un tetrapilo e un arco a pianta triangolale con funzione a cerniera.


Mentre il primo, un monumento quadrifronte composto da 16 colonne in granito ripartite su quattro pilastri quadrati, aveva una funzione prevalentemente decorativa, l’arco monumentale a tre fornici, di età Severiana, costituiva, grazie alla sua pianta triangolare, un geniale espediente che così ideato consentiva al monumento di presentare una facciata perpendicolare a entrambi i segmenti divergenti della “platea”. Nel tratto mediano della via colonnata, compreso fra il tetrapilo e l’arco, si distribuivano gli edifici pubblici più rappresentativi: L’agora quadrata, il teatro, il tempio di Nebo (divinità del pantheon babilonese, assimilata ad Apollo) e le terme di Diocleziano.


Dall’arco Severiano, seguendo il tratto sudorientale della platea (rifatto a partire dal 200 d. C. e forse mai portato a compimento) si giungeva al grande santuario di Bel, costituito da un ampio “temenos” porticato di forma quasi quadrata (250 metri per 210) che racchiudeva al centro un tempio periptero con  otto colonne in facciata. L’edificio di culto, datato al 32 d. C. e dedicato al dio supremo Bel (più tardi assimilato al Giove), costituisce un interessantissimo ibrido in cui coesistono elementi architettonici di tipo classico, come le colonne corinze e i due frontoni, unitamente a rielaborazioni derivanti da più antiche tradizioni mesopotamiche.


I frontoni stessi, che nei ordini classici, come parte terminale di un tetto a spioventi, hanno funzione strutturale, svolgono in questo caso esclusivamente un ruolo ornamentale, dal momento che la copertura del tempio era a terrazza.
A quest’ultima, su cui venivano celebrati peculiari rituali di culto, era possibile accedere tramite una serie di scala a chiocciola poste al interno della cella. Influssi orientali si possono cogliere nella scelta di collocare l’accesso alla cella non su un lato breve, come è consuetudine, bensì su uno dei lati lunghi del tempio, nonché nell’originale trabeazione sovrasta da una fila di merli dentati e nelle presenza all’interno della cella di due cappelle (“thalamoi”) contrapposte.


Di età adriana era invece il tempio di Baalshamin, inserito in una preesistente santuario di tipo orientale, mentre il tempio di Atena e Allat, ubicato nel settore occidentale della città, laddove sorgerà il campo militare di Diocleziano, rappresenta un ennesimo esempio di assimilazione di una divinità di origine orientale con una del pantheon greco-romano.
Al culto dei morti e all’arte figurativa si legano altri monumenti caratteristici di Palmyra: le tombe a tempio, a torre o a ipogeo, all’interno delle quali i numerosi loculi erano chiusi da lastre scolpite, le cosiddette stele palmirene, in cui spesso appaiono raffigurate scene di banchetto funebre, con il defunto fra i suoi familiari. Frequenti sono le rappresentazioni di personaggi vestiti alla romana, ma più sovente, soprattutto nel caso di figure femminili, vengono preferiti abiti e acconciature di tipo orientale.


Fonte: Le città perdute
Testo: Ricchardo Villicich

Altre info:




Palmira (parte I)


Palmira, antica città carovaniera della Siria, sorse in un’oasi situata a metà strada fra Homs e Abu Kermal sull’Eufrate, lungo una direttrice commerciale che dai territori mesopotamici percoreva il deserto fino al Mediterraneo. Il nome della città risale al periodo greco-romano; in realtà l’antico centro, con un primo insediamento collocabile agli albori del II millennio a. C., era noto con il nome di Tadmor e abitato da una popolazione riconducibile inizialmente al gruppo degli Amorrei e poi a quello degli Arami. È in età romana, comunque, che Palmyra conobbe quella straordinaria prosperità economica che ne fece indubbiamente uno dei centri più ricchi dell’area orientale dell’impero.


Il primo contatto dei Romani con la metropoli del deserto avvenne nel 41 a. C., quando Antonio, come ricorda un passo di Appiano, tentò di saccheggiare questa città di opulenti mercanti.
A partire dal I secolo d. C. Palmira, città prima autonoma e poi tributaria della provincia romana di Siria, acquisì un ruolo di primaria importanza nello scacchiere romano lungo il “limes” orientale, sia come barriera alle incursioni dei Parti, sia come il centro egemone del commercio carovaniero.


Le lunghe carovane, in un continuo flusso da oriente verso occidente e viceversa, percorrevano la via che dal golfo Persico risaliva l’Eufrate e da Doura Europos, passando per Palmira, raggiungeva Emesa e il Mediterraneo. I mercanti palmireni commerciavano ogni tipo di prodotti raffinati ed esotici: dall’India venivano pietre dure, cotone e aromi; dalla Cina la seta; dall’Arabia mirra, incenso e gemme; dalla Fenicia lana tinta di porpora e vetri policromi.


Nel 129 d. C. l’imperatore Adriano, durante una sua visita alla città, le concesse la piena autonomia fiscale; in suo onore essa assumerà il nome di Hadriana Tadmor. Dopo un periodo di grande prosperità sotto i Severi (Caracolla conferì a Palmyra lo stato giuridico di colonia romana), nei decenni di anarchia che seguirono la morte di Alessandro Severo, il principe Odenato, governatore della provincia e autore di una decisiva vittoria sui Persiani che gli valse il titolo autocelebrativo di “Re dei Re”, fece di Palmira la capitale di un vero e proprio despotato orientale, politicamente autonomo.   


Dopo la morte di Odenato la regina Zenobia, vedova di quest’ultimo, e il figlio Vaballato, approfittando del periodo di crisi dell’impero, cercarono di estendere i confini del nuovo regno a  danno dei Romani, invadendo Egitto, Siria e parte dell’Anatolia. Con la sconfita di Zenobia da parte di Aureliano nel 273 d. C. la successiva caduta della città inizio la parabola discendente di quella che fu uno dei centri urbani più ricchi d’Oriente.



Nonostante alcuni interventi da parte di Diocleziano, che rafforzò le mura, restrinse il perimetro urbano e installò al suo interno un campo militare, Palmira non riacquistò il suo primato commerciale.


(continua....)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...