mercoledì 5 gennaio 2011

Leptis Magna


La città romana di Leptis, in seguito chiamata Magna, sorse sul luogo di un precedente centro fenicio, in un punto propizio ai commerci, poiché di qui passavano alcune vie carovaniere che mettevano in comunicazione la costa con l’interno. L’insediamento originario, che era poi entrato nell’orbita cartaginese, si era concentrato vicino al mare, a occidente dell’Uadi Lebdah, un torrente presso la cui foce si sarebbe sviluppato il porto.


La città conobbe i primi impianti monumentali in senso romano alla fine del I secolo a. C., dopo che il territorio della Tripolitania era stato inglobato nella provincia dell’Africa proconsularis. In quest’epoca, infatti, alcuni facoltosi cittadini finanziarono la costruzione di importanti edifici, che denunciavano chiaramente la volontà di adeguamento ai modelli dell’Urbe, sebbene la cultura locale fosse romanizzata soltanto in superficie e la lingua d’uso fosse ancora il punico, come attestano iscrizioni ufficiali.



Gli stessi nomi propri rivelano chiaramente le radici etniche di questi personaggi, come Annobal Tapapius Rufus, che fece costruire il “macellum” (il mercato cittadino) e il teatro, e Iddibal Caphada Aemilius, che edificò il “chalcidicum” (con tutta probabilità interpretabile come un altro impianto commerciale). Di questo secondo notabile ci è giunto il ritratto, un fondamentale documento non solo della scultura tripolina del periodo, ma anche del grado di assimilazione culturale raggiunta dal ceto dominante, il quale si faceva rappresentare secondo i canoni classici, pur rimanendo ben riconoscibile nei suoi tratti somatici di origine africana.


All’eta augustea si datano importanti interventi nell’aerea del vecchio foro, che assunse una fisionomia monumentale del tutto nuova. Sul lato settentrionale della piazza, luogo già riservato al culto delle due divinità protettrici della città, fu dedicato un tempio corinzio a Roma e Augusto, sul sito del precedente edificio in onore di Milk’ashtart. Accanto ad esso, l’altro edificio sacro preesistente, quello di Shadrapa, fu rimedicato al suo corrispettivo romano Liber Pater, cioè Bacco.



Anche Milk’ashtart fu reinterpretato secondo il criterio romano e al suo culto fu allora associato il nuovo tempio di Ercole, sorto presso l’angolo nord-orientale della piazza, che assunse così una forma trapezoidale. Una basilica, dall’asse maggiore perpendicolare a quello dell’intero complesso forense, occupò poi interamente il lato opposto, secondo uno schema ben noto da numerosi esempi italici. A completare la sequenza degli edifici civili, a oriente della basilica si aggiunse infine la curia, sede dei magistrati cittadini, in forma di tempio esastilo su podio racchiuso da una cinta porticata.



Nella tipologia planimetrica, come nelle soluzioni architettoniche impiegate, tutte queste nuove realizzazioni mostrano una stretta dipendenza da modelli della città di Roma, o comunque italici. Questo vale non soltanto per gli edifici a destinazione specificamente religiosa e civile, ma anche per impianti di natura diversa come il teatro, la cui cavea è coronata da un tempietto, dedicato a Ceres Augusta, che ricorda molto da vicino la soluzione adottata nel teatro di Pompeo, costruito a Roma nel 55 a.C.



Per quanto riguarda il tessuto urbano un indizio importante di come esso possa essersi articolato nel tempo è dato proprio dalla posizione dei monumenti di nuova fondazione. Il “macellum”, infatti, mostra un’orientazione non perfettamente allineata con il reticolo viario circostante, mentre quella del teatro e dell’adiacente “chalcidicum” colima con gli isolati che da qui si estendono verso sud-ovest, che però sappiamo essere stati tracciati in forma definitiva soltanto qualche decennio dopo. Perciò questi interventi monumentali si collocarono, all’origine, in una zona cittadina il cui sviluppo era stato già deciso e pianificato, ma che non aveva ancora ricevuto una definitiva regolarizzazione negli isolati e nei tracciati stradali. Il “cardo maximus” della città, che passava a oriente di questi edifici, presenta infatti una sensibile deviazione in corrispondenza del punto in cui fu eretto un arco dedicato all’imperatore Tiberio.



Nel corso del II secolo d. C., oltre all’erezione di altri archi, come il tetrapilo di Traiano, ancora lungo il “cardo”, e quelli di Antonino Pio e Marco Aurelio lungo il “decumanus maximus”, l’intervento monumentale di maggiore rilievo fu senza dubbio la costruzione delle grandi terme di Adriano, a poca distanza dall’Uadi Lebdah. Esse segnano una tappa importante anche nell’uso dei materiali architettonici, poiché, per la prima volta a Leptis, furono impiegati elementi in marmo, mentre, prima di allora, si era sempre fatto ricorso al calcare locale. L’orientazione del complesso è poi completamente divergente rispetto agli isolati vicini, certo per la forma dello spazio disponibile, ma forse anche per la volontà di disporre l’edificio lungo un asse più favorevole all’esposizione solare, come avveniva nei grandi impianti termali di Roma.



L’imperatore Settimio Severo era nativo di Leptis. Non fa dunque meraviglia che la città abbia raggiunto il suo momento di massimo splendore in età Severiana, tra la fine del Ii e i primi decenni del III secolo d. C. In questo periodo fu costruito un nuovo, grande foro in una zona posta nelle vicinanze dell’Uadi Lebdah. Qui fu realizzata una piazza porticata, con un grandioso tempio dinastico su alto podio al centro di uno dei lati brevi. Dalla parte opposta fu invece costruita un’enorme basilica a tre navate. La decorazione architettonica dell’intero complesso era particolarmente curata: nella piazza una fila di medaglioni in marmo raffiguranti teste, perlopiù di Gorgonie, si disponeva tra le arcata dei portici, mentre il tempio era ornato con scene di Gigantomachia nei plinti delle colonne.


Anche l’interno dell’edificio basilicale dispiegava un’elegante decorazione, soprattutto in corrispondenza delle absidi semicircolari che chiudevano i lati brevi della navata centrale. Esse erano inquadrate da pilastri lavorati a rilievo, con motivi vegetali e scene delle imprese di Ercole nel lato orientale e soggetti dionisiaci in quello occidentale. In questo modo le due divinità principali del centro cittadino ricevevano anche un omaggio, che tuttavia si connotava ulteriormente come un onore tributato alla dinastia regnante, poiché a Ercole e a Liber Pater la propaganda imperiale assimilava Caracalla e Geta.



Queste associazione dei figli di Settimo Severo alle due figure divine è documentata anche altrove, senza che sia fatta eccezione per la stessa Roma.
Anche il progetto del nuovo impianto forense fu condizionato dalla situazione urbanistica precedente: infatti la basilica non è esattamente perpendicolare all’asse maggiore della piazza, ma forma con quest’ultima un angolo ottuso, come del resto fa la piazza stessa in rapporto agli isolati adiacenti. Gli spazi che si erano venuti così a creare tra gli edifici divergenti furono colmati con file di botteghe dalla pianta via via decrescente, in modo da mascherare le diverse orientazioni con grande abilità.



Secondo un’ipotesi avanzata qualche anno fa l’area forense doveva essere raddoppiata mediante un’altra piazza, che si sarebbe aperta dall’altra parte della basilica, ma il progetto non fu portato a compimento. Lungo l’asse costituito dal corso dell’Uadi Lebdah fu inoltre predisposta una grande strada colonnata, che partiva dal porto in direzione sud e, dopo aver costeggiato il foro Severiano, subiva una deviazione in corrispondenza delle terme di Adriano, dove si apriva in una piazza irregolare, ornata da un magnifico ninfeo.



La ricchezza dell’epoca è attestata inoltre dalla decorazione delle abitazioni private, per quanto meno conosciute degli edifici pubblici. Mosaici come quelli rinvenuti nella cosiddetta casa di Orfeo e nella villa del Nilo testimoniano comunque in maniera efficace il lusso di certi impianti residenziali.


martedì 4 gennaio 2011

Teotihuacan – La metropoli degli dèi (parte I)



I conquistatori europei che nel XVI secolo sottomisero l’Impero Azteco e la sua capitale, Tenochtitlan, apparsero dell’esistenza di una città antica e misteriosa, che le popolazioni indigene chiamavano nella loro lingua Teotihuacan, che significa “la città dove gli dèi venivano eletti”.



Gia all’inizio dell’epoca coloniale alcuni viaggiatori spagnoli si recarono sul luogo dove sorgevano le rovine del centro urbano, probabilmente abbandonato molti secoli prima. Gli Aztechi stessi consideravano Teotihuacan un luogo mistico, legato all’esistenza di culti ancestrali: frate Bernardino di Shagùn, nelle sue cronache, narra che, secondo la tradizione dei popoli dell’Altopiano del Messico, a Teotihuacan era iniziata la Quinta Era, quella in cui essi vivevano, e che molte genti si recavano alle piramidi costruite in onore del Sole e della Luna per compiere cerimonie e sacrifici.



In seguito altri cronisti si recarono sul luogo, attratti dall’alone di mistero e di sacralità che impregnava le rovine dell’antica città. La prima campagna di scavo risale addirittura al 1617 e fu intrapresa dallo studioso messicano Carlos Siguenza y Gongora. Nel 1865, don Antonio Garcia Cubas effettuò il primo rilevamento topografico dell’area urbana di Teotihuacan; alla fine del secolo, l’archeologo Edward Seler si dedicò allo studio approfondito delle espressioni artistiche e architettoniche,  nonché dell’iconografia religiosa presente nelle pitture murali teotihuacane.


Una serie di campagne di scavo sistematiche, iniziate nel 1917 e ancora oggi in corso, hanno rivelato la vastità e la ricchezza architettonica del centro urbano di Teotihuacan e la sua stratigrafia, senza tuttavia svelarne i misteri fondamentali: l’identità dei suoi costruttori resta sconosciuta, nessuno sa in onore di qualli dèi costruirono le grandi piramidi e come riuscirono a trasformare il piccolo centro cerimoniale in una sorta di “metropoli” che dominò per molti secoli l’Altopiano del Messico influenzando culturalmente il resto della Mesoamerica.


La storia di Teotihuacan ebbe inizio nel Periodo Preclassico: gli strati archeologici più antichi, risalenti al 150 a. C., testimoniano l’esistenza di un centro cerimoniale primitivo e di un villaggio a carattere rurale sorto in una posizione geografica estremamente favorevole. La vallata, circondata da catene montuose ed estese pianure, è ricca di terreni fertili, aree lacustri, di abbondante selvaggina, di fonti e corsi d’acqua. Sotto il tempio principale di Teotihuacan, il Tempio del Sole, è stata riscontrata la presenza di una sorgente sotterranea, che diede origine in epoche remote a un culto legato all’acqua e alle grotte, la cui frequentazione continuò durante i secoli successivi. Intorno al 100 a. C. una spaventosa eruzione vulcanica distrusse  il villaggio di Cuicuilco, posto ad alcune centinaia di chilometri; si suppone che i superstiti della catastrofe si siano rifugiati a Teotihuacan, lontana solo alcune centinaia di chilometri. Questo nuovo apporto etnico e culturale diede notevole impulso  al piccolo centro agricolo, che si trasformò gradatamente sino ad assumere una vera e propria struttura urbana; a partire dal 100 a. C, vennero probabilmente eretti i più antichi edifici a carattere monumentale e Teotihuacan iniziò ad assumere un ruolo di notevole importanza nell’Altopiano del Messico e nei territori limitrofi. Chi oggi si rechi sul sito archeologico, posto a circa 50 chilometri da Città del messico, rimane colpito dalla vastità e dall’imponenza dell’area urbana, che lo conferiscono totalmente il titolo di “città degli dèi”.



L’aspetto con cui oggi appare Teotihuacan è quello assunto dalla città tra il 200 e il 650 d. C., i secoli dell’apogeo durante i quali essa raggiunse un’estensione di 20 chilometri quadrati e una popolazione di circa 125 000 abitanti. Chi si aggira presso le impressionanti strutture architettoniche di pietra e sale lungo i terrazzamenti delle piattaforme piramidali che un tempo sostenevano edifici templari, si rende facilmente conto di come Teotihuacan sia stata pianificata per soddisfare ogni tipo di esigenza abitativa della casta regnante, ma anche del popolo e di come sia stato organizzato il tessuto urbano, nel quale, alle strutture a carattere religioso, si affiancavano quelle civili e di rappresentanza.


Teotihuacan – La metropoli degli dèi (parte II)


. La città era suddivisa in quattro quadranti da due assi stradali: uno di essi, il Viale dei Morti, la percorreva da sud a nord, terminando nella vasta piazza quadrata dominata dalla celebre Piramide della Luna, circondata da piattaforme a gradoni. Non lontano sorgeva la grande Piramide del Sole che, dopo quella di Cholula, costituisce l’edificio dal volume più imponente dell’intera Mesoamerica. In Viale dei Morti incrociava l’asse stradale est-ovest: questo era affiancato da un complesso architettonico formato da numerosi edifici, chiamato Cittadella.


Una rete di viali e strade che si intersecavano ad angolo retto, delimitando i diversi quartieri, in origine formati da edifici abitati a più piani: gli abitanti godevano dell’uso costante di acqua potabile, grazie a sistemi di drenaggio. Le piramidi di piccole dimensioni presentano un aspetto innovativo che si ritrova presso altre civiltà mesoamericane: si tratta dell’uso alternato di un pannello disposto in scala e di uno obliquo, chiamati rispettivamente “talud” e “tablero”. L’insieme della Cittadella comprende alcuni edifici di grande interesse, in particolare il Tempio di Quetzalcòatl.
Le pareti esterne della piramide sono decorate da sculture che raffigurano due esseri mostruosi alternati: il Serpente Piumato, chiamato Quetzalcòatl dalle genti messicane del Postclassico e Tlaloc, il dio dell’acqua e della fertilità caratterizzato dal lungo naso a proboscide. Qual era l’importanza di queste iconografie a Teotihuacan?


La presenza del Serpente Piumato indica l’esistenza e l’antichità di questo culto, che fu in seguito adottato dai Tolteci e assimiliato al loro eroe culturale Ce Acatl Topilzin; l’immagine di Tlaloc, invece, richiama le origini dei primi santuari della città, edificati là dove si trovavano grotte e sorgenti sotterranee. L’importanza di questa divinità è testimoniata anche dalle pitture parietali: una di esse mostra il dio al centro del “Tlalocan”, una sorta di paradiso acquatico a cui solo alcune categorie privilegiate di defunti potevano accedere. Altri edifici di notevole importanza sono il Palazzo dei Giaguari, il Tempio dell’Agricoltura e il Palazzo di Quetzalpapalotl.


Quest’ultimo, situato nei pressi della Piazza della Luna, presenta diversi livelli sovrapposti, corrispondenti ad ampliamenti avvenuti nel corso dei secoli. La costruzione più recente comprende un ampio patio circondato da un portico colonnato; le colonne quadrangolari sono ricoperte da lastre di pietra decorate da motivi a bassorilievo, tra i quali spicca l’iconografia di una enigmatica divinità ibrida, chiamata Quetzalpapalotl, che letteralmente significa “Uccello – Farfalla”. I glifi dipinti che accompagnano i numerosi affreschi parietali di Teotihuacan non sono ancora stati decifrati: le espressioni artistiche, l’impianto urbanistico e lo stile architettonico sono dunque gli unici elementi che consentono di formulare ipotesi sul tipo di società e sull’ideologia religiosa degli abitanti di Teotihuacan nel periodo Classico.



La popolazione era probabilmente suddivisa tra il ceto agricolo, dedito alla coltivazione dei fertili territori circostanti la città, da una classe artigiana, la cui produzione è testimoniata dalla notevole quantità di manufatti realizzati con grande maestria, e dai commercianti, che avevano il compito da esportare nelle religioni limitrofe e in quelle più lontane i prodotti della cultura teotihuacana. La raffinatezza delle pitture parietali e degli stucchi che ricoprivano in origine tutti gli edifici della città, la produzione ceramica, le maschere e i monili di giada, serpentino e alabastro ritrovate nei corredi funerari, illustrano chiaramente la magnificenza e lo sfarzo della civiltà teotihuacana.



Si suppone che, a differenza del mondo maya, dove il potere assoluto era concentrato nelle mani dei monarchi, i quali lo trasmettevano ai loro successori secondo un rigido principio gerarchico, il prestigio e la ricchezza della città dell’altopiano siano stati creati e favoriti da un tipo di governo del tutto diverso. Gli studiosi sono portati a ritenere che, nel corso dei secoli, si sia formata una casta dirigente composta da membri del clero, dell’esercito, da burocrati e dai rappresentanti della forte classe mercantile. È addirittura probabile che questi personaggi preposti al governo della città, in un preciso momento, abbiano cominciato assolvere compiti diversi e che ogni membro della casta regnante rivestisse il ruolo di sacerdote, mercante e capo militare.


Tra il 650 e il 750 d. C., qualcosa turbò l’equilibrio della metropoli: incendi, distruzioni e saccheggi rivelati dall’indagine archeologica costituiscono la prova di una guerra civile o, probabilmente, di un’invasione di genti da nord. Non esiste una risposta ai numerosi dubbi sulla fine di Teotihuacan: unico dato certo è che alla fine del Periodo Classico la città venne abbandonata e alcuni studiosi ritengono che i superstiti portarono a Tula, la capitale tolteci, il culto del Serpente Piumato.



Fonte: Meraviglie dell'antichità - Splendori delle civiltà perdute

lunedì 3 gennaio 2011

Castel Sant’Angelo – La cittadella dei papi


Sorto tra il 130 e il 138 d. C. come mausoleo dell’imperatore Adriano, Castel Sant’Angelo fu trasformato nel medioevo, in virtù della mole e della sua posizione, nella cittadella di Roma, l’estremo baluardo del potere papale.



DA MAUSOLEO A FORTEZZA – Sepolcro monumentale della famiglia imperiale, caposaldo delle mura cittadine, quindi castello e cittadella papale, nonché carcere di Stato: nei quasi duemila anni della sua esistenza la Mole Adriana (“Hadrianeum”) ha subito una grande quantità di riadattamenti e destinazioni d’uso, mantenendo sempre un’importanza fondamentale nelle vicende romane.


LE TAPPE DELLO SVILUPPO – La trasformazione dell’edificio in fortificazione cominciò già nel VI secolo, durante la guerra tra Goti e Bizantini. Ma solo nel XIII secolo, con il trasferimento della sede papale dal Laterano al Vaticano, il complesso, situato in posizione altamente strategica a cavallo tra la città e l’importantissima zona oltre il Tevere, assunse decisamente il ruolo di roccaforte papale. Tra Duecento e Cinquecento una serie di sempre più imponenti fortificazioni esterne ne fecero la più estesa fortezza di Roma, al tempo stesso rifugio dei papi, presidio della città e carcere di massima sicurezza. Questa funzione si prolungò fino alla caduta del potere pontificio, nel 1870. passato allo Stato, il monumento venne parzialmente snaturato con la demolizione delle opere esterne. Restaurato nel corso del Novecento, è oggi un’importante sede mussale.


PERFETTA SINTESI ARCHITETONICA – Castel Sant’Angelo è una sintesi dell’evoluzione dell’architettura fortificata dal medioevo fino all’età moderna. Al nucleo centrale cilindrico, nel XIII secolo sono state addossate tre torri, di forma circolare. Nel Quattrocento, Antonimo da Sangallo il Vecchio costruì intorno al complesso un recinto quadrato con torri poligonali. Infine, negli anni Sessanta del Cinquecento, Pio IV fece costruire un’imponente cinta pentagonale bastionata, adatta alla difesa con le armi da fuoco, progettata da Giuliano da Sangallo.



IL MUSEO NAZIONALE – All’interno del castello è ospitato il “Museo nazionale di Castel Sant’Angelo” che, snodandosi tra le sale e gli ambienti della fortezza, offre parecchi motivi d’interesse: opere d’arte, luoghi di episodi storici, curiosità. Nelle sale di Clemente VII si conservano notevoli dipinti, tra cui il “San Girolamo nel deserto” di Lorenzo Lotto e la “Madonna in gloria e santi” di Luca Signorelli. Il vicino cortile di Alessandro VI, usato nel Rinascimento per spettacoli teatrali e sontuose feste in costume, è anche noto come “cortile del Pozzo” o “cortile dell’Olio”, perché, in depositi sotterranei (Oliare), vi erano custoditi 84 orci che contenevano l’olio usato come provvista alimentare in caso di assedio. Nella camera detta “dell’Archivio segreto e del Tesoro” si trovano i forzieri nei quali erano custodite le ricchezze della chiesa, portate dai pontefici che si rifugiavano nel castello in caso di pericolo. Particolare interesse riscuote una botola – trabocchetto, profonda nove metri, che si trova nella sala dell’Apollo e risale all’epoca di Paolo III.


PRIGIONIERI ECCELLENTI – Castel Sant’Angelo fu usato anche come prigione. Nelle sue celle furono, infatti, rinchiusi numerosi personaggi celebri come l’orafo, scultore e scrittore Benvenuto Cellini (1500 – 1571), che riuscì a mettere in atto un’avventurosa fuga. Anche il filosofo Giordano Bruno (1548 – 1600), in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, fu imprigionato a Castel Sant’Angelo, dove rimase per sette anni fino alla condanna al rogo nel 1600.



I prigionieri di riguardo erano affidati ad alcuni soldati veterani, chiamati “provvisionati”; essi avevano il compito di sorvegliarli e di preparare loro da mangiare, nel caso la famiglia non potesse provvedere: curiosa commistione di bonomia e di severità, emblematica della Roma papale.



IL MIRACOLO DELL’ANGELO – Castel Sant’Angelo prende il nome attuale dalla statua bronzea dell’archangelo Michele, opera di Peter Antoon van Verschaffelt di Gand (1753), posta sulla terrazza del castello. La scultura ricorda un episodio leggendario verificatosi nel 590, quando a Roma imperversava una terribile epidemia di peste. In occasione di una processione fatta per scongiurarla, papa Gregorio Magno ebbe la visione di un angelo, apparso sulla sommità dell’edificio, nell’atto di rinfoderare la spada: annuncio simbolico della fine dell’epidemia.



UN COMPLICATO LABIRINTO – La struttura interna di Castel Sant’Angelo è un intricato dedalo di corridoi, sale, stanze, scale, cortili, passaggi, terrazzi.
La visita è una vera e propria navigazione tra storia, arte e cronaca e segue un percorso quasi a spirale. Dai piani più bassi, un tempo usati come celle e ricoveri, si passa alle spaziose sale della parte alta, attrezzate per ospitare i papi o particolari funzioni di governo: tra queste si ricorda il Tribunale, che aveva sede in quella che ancora oggi si chiama “sala della Giustizia”.
Assai utile, per conoscere la storia dell’edificio, il piccolo museo a esso dedicato; nell’atrio si possono osservare alcuni plastici che documentano le diverse fasi della costruzione.
Elemento centrale del complesso è la cosiddetta “cordonata di Alessandro VI”, che taglia diametralmente la mole cilindrica dell’edificio. Da qui, varcando un ponte di legno realizzato nel 1822 al posto di quello levatoio, si raggiungono la “cella sepolcrale di Adriano” e quindi il “cortile d’Onore”, o dell’Angelo.
La parte alta ha il suo ambiente significativo nel “Giretto”, la galleria aperta fatta costruire da Pio IV, da cui si ha un’ampia veduta sul Vaticano.
Degno nota è infine il “Passetto”, il corridoio tra castello e Vaticano, voluto da Nicolò III per congiungere direttamente la reggia papale alla fortificazione con un percorso protetto, sottratto ai pericoli di eventuali nemici o della folla cittadina.



Altre info: Medioevo.Roma - Castel Sant'Angelo

Fontainebleau


Il magnifico castello di Fontainebleau, situato al centro di una foresta, è uno degli esempi più importanti di castello prerinascimentale in terra di Francia. Il nome dell’originaria porta d’accesso rappresenta un sottile gioco di parole: “Porte d’Orée”, la “porta al limitare della foresta” suona assai simile a “Porte Dorée” ovvero “la porta d’oro”.


La foresta di Fontainebleau, una delle più vaste e selvagge dell’Ile de France, si trova a circa 60 chilometri a sud di Parigi. La sua vicinanza alla capitale francese e la sua ricchezza, per quanto riguarda la selvaggina, ne hanno fatto la riserva di caccia d’elezione per i re di Francia. Tuttavia, percorrere una simile distanza a cavallo o in carrozza, un tempo, era un’attività abbastanza faticosa da motivare la costruzione di un casino di caccia nella foresta.


La costruzione originaria risale a Luigi il Pio, che nel 1259 fece erigere un mastio e un monastero accanto a un maniero precedente, nei presi di una sorgente chiamata Fontane – Belle – Eau, da cui il nome che il re impose al nuovo edificio.


Nel corso del tempo il luogo assunse i caratteri tipici del castello, quanto a fortificazioni e strutture difesive poste intorno a una corte. Il castello caduto in rovina divenne il candidato alla ristrutturazione in stile medievale, che Francesco I aveva in mente per farne la propria residenza ufficiale. Egli incaricò un mastro costruttore parigino, Gilles le Breton, di sovrintendere ai lavori. Nella prima fase, le Breton costruì una serie di padiglioni sulle fondamenta dell’edificio preesistente: uno ciascuno per il re, i suoi figli e la regina, l’edificio d’ingresso, con la Porte d’Ocrée, e le scalinate.


Egli edificò anche due cappelle sovrapposte, e una sala da ballo lunga 30 metri e larga 10, originariamente progettata come locale di passaggio per la cappella di San Saturnino. Il soffitto a cassettoni, i deliziosi dipinti della scuola di Fontainebleau e l’ampio caminetto ne fecero il luogo ideale per ospitare banchetti e danze. Nei presi del caminetto trovano posto due satiri in bronzo: divinità della fertilità, amanti del vino e notoriamente lascive. La parte più importante di Fontainebleau, da un punto di vista artistico, realizzata durante la fase dei lavori che va dal 1534 al 1537, è la Galleria Francesco I. si tratta dell’esempio più risalente di lungo, stretto tipo di stanza, che sarebbe divenuto molto popolare nelle dimore campestri di Francia e Inghilterra. Nondimeno, la sua funzione e il suo progetto originario rimangono a tutt’oggi oscuri. In effetti la nascita delle gallerie si deve all’abitudine di ospitare qui i mercanti intenti a vendere le proprie merci, ma è pressoché impossibile pensare che una simile meraviglia rinascimentale abbia potuto servire a questo scopo.


Gli italiani Rosso Fiorentino, Niccolò dell’Abbate e Francesco Primaticcio decorarono la parte superiore della galleria con dipinti, stucchi e sculture. Mentre i dipinti sui muri esaltano la figura del monarca in modo allegorico, i panelli lignei della parte inferiore furono scolpiti riproducendo le armi del re e il suo monogramma.


Questo insieme manieristico, un autentico ritratto della stravagante, lussuosa vita di corte, ebbe una duratura influenza sullo stile delle decorazioni  degli altri chateaux francesi e costituì il primo nucleo della scuola di Fontainebleau.


Dopo la morte di Francesco I, la sua opera di in gradimento e abbellimento fu continuata da suo figlio Enrico II, così come, successivamente, da Enrico IV e da Luigi XV, cui molto deve l’aspetto attuale di Fontainebleau.


L’arrivo all’irregolare complesso del castello, raggruppato intorno a cinque corti, conduce alla celebre doppia scalinata a ferro di cavallo che venne realizzata per Luigi XIII, nel 1643, da Jean Androuet du Cerceau.


Napoleone Bonaparte amava soggiornare a Fontainebleau: vi si recava per riprendere le forze stremate dalle campagne militari e dagli impegni ufficiali. Addirittura abdicò qui. Fu infatti nel Salon Rouge di Fontainebleau che firmò abdicazione, a seguito delle sconfitte patite, nel 1814. probabilmente dopo quell’atto percorse i gradini della famosa scalinata, raggiungendo la Corte del cavallo bianco (Cours du Cheval-Blanc) dove si accomiatò dalla sua guardia prima di partire per l’esilio sull’Elba. Da allora questa corte è detta Cours des Adieux, un nome all’apparenza insolito per un luogo ove di solito gli ospiti sono accolti al loro arrivo, piuttosto che salutati alla partenza.

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