Visualizzazione post con etichetta Olimpia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Olimpia. Mostra tutti i post

domenica 27 febbraio 2011

Olimpia – Il culto e i giochi


Adagiato sulle pendici del monte Cronio, nel cuore dell’Elide, il santuario di Olimpia sorge in un luogo di intensa bellezza – che i Greci chiamavano Altis (“bosco sacro”), in cui è possibile cogliere – tra le rovine dei suoi monumenti dedicati agli dèi – quel profondo rapporto che nell’antichità intercorreva fra la natura, il divino e l’umano.


Di origini molto antiche, secondo la tradizione il santuario apparteneva al regno miceneo della città di Pisa, retto dal re Enomao, leggendario fondatore dei giochi in onore di Zeus. Enomao venne sfidato dal lidio Pelope nella corsa dei carri; il vincitore avrebbe ricevuto in sposa, come premio, la figlia del re Ippodamia. La possibilità che Enomao potesse vincere era alquanto remota, poiché il re gareggiava con i cavalli donatigli dal padre Ares, il dio della guerra.



Una versione del mito narra di come Pelope avrebbe corrotto l’auriga di Enomao, Mirtilo, il quale avrebbe sostituito con perni di cera quelli in bronzo delle ruote del carro del re. Fu così che Enomao non solo perse la gara, ma morì travolto dai propri cavalli. Pelope, divenuto il re di Pisa, estese il dominio a tutta la regione, che da lui prese così nome di Peloponneso (l’”isola di Pelope”). Un’altra tradizione attribuisce a Eracle, eroe dorico, l’introduzione dei giochi olimpici. In ogni caso le entrambe le leggende sono ben presenti nell’immaginario figurativo e monumentale del santuario, confluendo nel programma della decorazione scultorea del grande tempio di Zeus di età classica.



L’ingresso del santuario arcaico (VII secolo a. C.) è segnato da una ricchissima presenza di ex voto in bronzo e in terracotta (statuette, vasi, tripodi splendidamente decorati) e dall’istituzione di una periodicità quadriennale per i giochi, iniziati nel 776 a. C., che rappresenterà l’unico criterio riconosciuto da tutti i Greci per calcolare il tempo. È questo il momento in cui le aristocrazie delle regione – e sempre più nel corso dei secoli dell’intero mondo greco e coloniale – dedicano i più splendidi oggetti della produzione arcaica (in particolare bronzei) per celebrare le vittorie ottenute nelle competizioni panelleniche. I giochi divennero così un preciso veicolo di propaganda, vera e propria vetrina per affermare il proprio prestigio nell’orizzonte politico mediterraneo.




Bisognerà in ogni caso attendere il VI secolo per assistere alla monumentalizzazione del santuario.  Oltre alla realizzazione della prima fase dello stadio, nel 600 circa a. C. risale la costruzione del più antico edificio templare, l’Heraion, dotato di colonne doriche lingee poggianti su uno zoccolo in pietra, con l’alzato ancora in mattoni crudi.  Il vetusto edificio continuò per secoli a essere utilizzato come luogo in cui conservare doni votivi, come la celeberrima “arca di Cipselo”, che lo scrittore Pausania (II secolo) ci descrive come preziosissima cassa in legno, oro e avorio, decorata a sbalzo con scene di complessi cicli mitologici e dedicata dal tiranno di Corinto Cipselo.



Nella cella del tempio si potevano ammirare numerose statue di divinità, oltre alle immagini di culto raffiguranti Zeus e la moglie Era, seduta, per la quale veniva tessuta una sontuosa veste ogni cinque anni da ben sedici donne.


Un eccezionale ritrovamento archeologico avvenuto all’interno del tempio è la statua marmorea di Ermes, con in braccio Dioniso fanciullo, rinvenuta nel punto in cui Pausania l’aveva vista ( e che attribuisce allo scultore Prassitele).


Nel corso del VI secolo, oltre alla costruzione dello stadio, assistiamo al nascere di una serie impressionante di edifici sacri, i “thesauròi” dedicati dalle diverse “poleis” del mondo greco.  Questi sorgevano su una terrazza e, tra gli altri, spiccavano quelli delle ricche colonie del mondo greco d’Occidente (Gela, Metaponto, Sibari, Selinunte, Megera Iblea, Siracusa).



L’altro grande momento che caratterizza l’attività edilizia del santuario corrispose al periodo successivo alla vittoria dei Greci sui Persiani, che ebbe come conseguenza una formidabile concentrazione di dediche e di monumenti votivi, realizzati nel segno della celebrazione della gloria delle “poleis” greche. Alleata ad Atene, di cui adotta l’ordinamento democratico, l’Elide raggiunge in questo momento la supremazia politica nella regione, la cui celebrazione venne affidata alla costruzione del tempio di Zeus (parte I e parte II) in stile dorico, iniziato nel 472 e terminato nel 430 a. C. Di straordinario interesse si rivela la decorazione architettonica dell’edificio, conservata in ottimo stato nel museo locale, mentre la statua di culto è oggi perduta.




 La realizzazione del simulacro di culto si deve a Fidia, i resti della cui officina sono ampiamente conservati nei presi del tempio. Si trattava – come ci narra Pausania – di un colosso criselefantino (in oro e avorio) alto quasi 12 metri, che rappresentava il padre degli dèi seduto su un trono riccamente decorato da scene mitologiche, con una Nike nella mano destra e uno scettro nella sinistra.



Fra i più grandi capolavori dello stile severo – le sculture frontali e le metope che rappresentano le dodici fatiche di Eracle – furono realizzate negli anni 470 – 460 a. C. da un maestro a noi ignoto.




Il frontone principale, quello orientale, raffigura il momento che precede la corsa che avrebbe deciso i destini, umani e insieme politici, di Olimpia: al centro domina la scena Zeus, colui che può decidere l’esito della competizione, le sorti stesse del santuario, la vita intera degli uomini. Alla sua destra, sono il vecchio re Enomao, barbato, e la moglie Sterpe, in atteggiamento angosciato, seguiti da un’ancella in ginocchio, da due indovini e dalla personificazione di uno dei fiumi che bagnano il santuario, il Cladeo. Ma Zeus volgeva il capo (oggi perduto) dalla parte opposta, a sinistra, indicando il vincitore: Pelope, che ha accanto la futura moglie Ippodamia (con il velo nuziale), poi la quadriga con due inservienti, un indovino, la personificazione dell’altro fiume di Olimpia, l’Alfeo.



Il frontone occidentale narar il tema delle nozze di Piritoo, re del popolo dei Lapiti, durante le quali i Centauri, ubriachi, tentano di rapire le donne. Figura centrale è Apollo (ancora una volta una divinità che regge le sorti dello scontro; favorevole a Piritoo che, aiutato dall’amico Teseo, riuscirà a scacciare i Centauri dal banchetto). In questa scena si rappresenta la vittoria del mondo civile, della religione olimpica, della ragione e della legge sul mondo ferino e barbarico impersonato dai Centauri, figure a metà strada fra i uomini e animali. Più che trasparente si rivela dunque il messaggio politico alla base della realizzazione di questi straordinari prodotti dell’arte greca.



Il santuario di Olimpia conserva i resti di altri numerosi e importanti edifici. Dopo le ultime realizzazioni del V secolo a. C., gli anni seguenti videro il rifacimento del Pelòpion, recinto poligonale identificabile con l’”heròon”, la tomba di Pelope erotizzato, e l’edificazione di alcune “stoài”,



del Bouleutèrion,


di un gigantesco albergo per gli ospiti del santuario (detto Leonidàion),



 del Metròon (il tempio dedicato a Rea, la madre degli dèi)




e del Philippèion, l’heròon dedicato alla dinastia macedone, Filippo II (dal 338 a. C. nuova padrona della Grecia).


In età ellenistica sorsero una grande palestra e un ginnasio, mentre le testimonianze di età romana si mostrano di grandissimo rilievo. Oltre a cospicui interventi di restauri degli edifici più antichi (il Metròon viene adattato a tempio del culto imperiale), si moltiplicano le residenze private e le terme. In età antonina viene eretto uno spettacolare ninfeo sulla terrazza dei “thesaurò”: il Ninfeo di Erode Attico, voluto da uno dei più celebri e ricchi uomini politici della Grecia imperiale.    



Dopo aver retto all’invasione degli Eruli, nel 267 d. C., il santuario subirà i danni di un terremoto, per venire definitivamente chiuso dall’editto di Teodosio che nel 392 d. C., proibirà la celebrazione dei giochi olimpici, che si terranno per l’ultima volta l’anno seguente.


lunedì 7 febbraio 2011

La statua di Zeus a Olimpia (parte I)

Tutti conoscono i giochi olimpici, ma non molti sanno che la statua del dio in onore del quale si svolgevano nei tempi antichi era anche una delle Sette Meraviglie del Mondo. Olimpia era un luogo sacro: il tempio e l’altare di Zeus, il padre degli dèi, richiamavano pellegrini da ogni angolo del mondo greco e la celebrazione delle gare atletiche costituiva una parte notevole del rituale. Le Olimpiadi furono riprese nel 1896 e vincerle è considerato da molti quasi una vittoria politica, proprio come nell’antica Grecia. Gli atleti si riunivano ad Olimpia da ogni angolo del mondo allora conosciuto, e quella piccola e remota località, nella parte sudoccidentale della Grecia, diveniva centro dell’attenzione mondiale.



I partecipanti dovevano essere tutti di sangue greco, perché originariamente i giochi erano un fatto religioso: i «barbari», i non Greci, non potevano venerare Zeus nel suo santuario né potevano prendere parte ai giochi. Gli araldi si spingevano fino ai piú lontani avamposti della civiltà greca per invitare i giovani a intervenire. Dalla Sicilia e da Cirene, dalla Siria e dall’Egitto, dalla Macedonia e dall’Asia, affluivano ad Olimpia, e durante lo svolgimento delle gare la tradizione imponeva la cessazione di ogni ostilità in atto fra le città greche. La parte meridionale della Grecia è conosciuta col collegarsi con l’istituzione dei giochi olimpici. Nella parte occidentale del Peloponneso, la città di Pisa costituiva un piccolo regno governato, si diceva, dal re Enomao; e nel suo territorio si trovava Olimpia, una fertile area consacrata a Zeus re degli dèi e alla Madre Terra.
Innumerevoli fedeli avevano l’abitudine di recarvisi a pregare per un buon raccolto. Secondo una profezia Enomao sarebbe stato ucciso dal futuro genero, il marito di sua figlia Ippodamia; cosa che lo mise in grande agitazione quando ella fu in età di sposarsi. Il re impose che ogni pretendente alla mano della figlia si misurasse con lui in una corsa con i carri da Olimpia fino al tempio del dio del mare Posidone, a Istmia vicino a Corinto, un’ottantina di miglia a nordest. Al giovane veniva concesso un netto vantaggio, ma l’accordo prevedeva che, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto Ippodamia e il trono di Pisa, se però la vittoria toccava al re, il pretendente doveva morire. Tredici principi si presentarono e tredici furono messi a morte. Finché si fece avanti il giovane Pelope. Alcuni dicono che intervenne Posidone stesso a far schiantare il carro di Enomao, altri narrano che Pelope corruppe l’auriga di lui convincendolo a togliere il cavicchio di una ruota e a sostituirlo con cera. Comunque siano andate le cose, Enomao si schiantò e morí, Pelope sposò Ippodamia e conquistò il trono.


La corsa dei carri, che si teneva ad Olimpia con altre gare, era ritenuta da molti greci una commemorazione della vittoria di Pelope. Secondo altri, fu in realtà Eracle, figlio di Zeus ed eroe di tutti coloro che aspirano ad avere vigore e forza, a fondare i giochi in onore di suo padre. Oggi sappiamo che spesso le gare erano collegate a cerimonie funebri; come una veglia irlandese, servivano a sciogliere l’affanno di chi era in lutto. In Olimpia probabilmente ebbero inizio come rito commemorativo tenuto dai greci della zona attorno alla tomba di Pelope, di colui che aveva goduto del favore degli dèi. La tomba, o meglio il suo cenotafio, era il punto centrale del complesso degli edifici sacri. Col tempo questa sottolineatura scemò: i giochi vennero celebrati sempre piú in onore di Zeus e la parte avuta da Pelope impallidí.
I Greci avevano un concetto molto personale dei loro dèi, tanto che l’intervento divino nelle vicende umane era cosa di ogni giorno. Si riteneva che le divinità risiedessero sulla cima del monte Olimpo, in Tessaglia, a circa 175 miglia da Olimpia. Zeus era il loro sovrano e, come tale, riuniva in sé l’onnipotenza del grande dio della natura con le debolezze di un re mortale, e in piú le qualità di un padre giusto e buono. Da un parte era Zeus Tonante, che brandiva tuoni e fulmini; dall’altra la debolezza per l’altro sesso provocava in sua moglie Era scoppi di furore; e ancora, come dio dell’ospitalità, gli erano dovute offerte durante i banchetti. Olimpia, il cui nome riecheggia quello del monte Olimpo, era la seconda dimora di Zeus e divenne, in seguito alla proclamazione dei giochi, il centro del suo culto per oltre mille anni.
Oggi i boschetti del sacro recinto di Zeus nella fertile vallata del fiume Alfeo, là dove si unisce al Cladeo, sono il ritrovo di pellegrini di un’epoca diversa. Arrivano a frotte i turisti per ammirare i resti di questo luogo grande e sacro. È naturale che gli archeologi abbiano volto tutti i loro sforzi a riscoprire la storia passata del santuario. Fin dal 1829 gruppi di archeologi francesi e tedeschi hanno scoperto un complicato intreccio di monumenti religiosi e di edifici capaci di soddisfare tutte le richieste degli atleti che ogni quattro anni si recavano colà per i giochi. Il ginnasio e lo stadio si affiancano ai templi e agli ex voto eretti in ringraziamento dai vincitori o da chi li patrocinava.



Olimpia non era una città, un agglomerato urbano, ma un centro intorno a cui crescevano edifici adibiti alle necessità di molti pellegrini che vi convenivano per motivi religiosi o per partecipare ai giochi: era una via di mezzo fra la Mecca, il grande centro musulmano, e Wembley, famoso punto d’incontro per lo sport. Come accade ad ogni luogo dove l’attività umana sia intensa, edifici di epoche diverse sorsero anche fuori dalla cerchia iniziale, rispecchiando la crescente ascesa del santuario.
I Greci ritenevano che i giochi fossero cominciati nel 776 a. C., e posero questa data a base del conteggio degli anni, come oggi li contiamo dalla nascita di Cristo; tuttavia gli archeologi odierni hanno scoperto che il culto di Zeus ad Olimpia aveva origini molto piú antiche. Le prime costruzioni erano state di legno e di mattoni di fango, ma con lo sviluppo della civiltà e col deterioramento del materiale primitivo, esse furono sostituite da piú imponenti opere in pietra. La piú splendida fra queste fu il tempio dedicato allo stesso Zeus.
La grande struttura fu elevata tra il 466 e il 456 a. C., l’epoca in cui nuove tecniche e nuove prospettive annunciavano l’età della Grecia classica. L’architetto fu Libone, della vicina città di Elide, che per la costruzione scelse una strana pietra locale, un conglomerato di conchiglie fossili, forse un materiale un po’ modesto per le raffinate modanature architettoniche, ma sublimemente naturale per onorare Zeus, il dio della natura. Lo stile, molto diffuso allora nel sud della Grecia e simile sotto molti aspetti a quello del piú famoso Partenone di Atene, era assai austero, secondo il cosiddetto stile dorico, ma non greve come quello troppo decorato del santuario di Diana a Efeso, un’altra delle Sette Meraviglie.



Il tempio era il sacello del dio, non creato per accogliere una comunità. Il sacrificio, il momento principale del culto collettivo, avveniva presso il grande altare di Zeus, fuori dal tempio. Nel giorno mediano dei giochi olimpici cento buoi venivano abbattuti e bruciati in offerta a Zeus. Le ceneri, miste all’acqua dell’Alfeo, erano poste sull’altare in un ammasso compatto che, secolo dopo secolo, assunse proporzioni enormi. Il tempio fu costruito per proteggere dalle intemperie la statua sacra al culto. Questa, nella parte piú interna del santuario, il sancta sanctorum, suggeriva ai fedeli la presenza dello stesso Zeus; e col passar del tempo Olimpia fu meta di visite per la sua magnificenza e per l’antichità piú che per l’aspetto sacro. Come accade oggi per molte cattedrali, venne ad assumere a poco a poco l’atmosfera di un museo.



Per molti anni, dopo che il nuovo tempio fu terminato, vi si conservò probabilmente un antico e venerato oggetto di culto, un blocco informe di pietra o di legno, tolto a un santuario precedente, piú piccolo; ma il gusto corrente nel V secolo a. C. richiedeva un’immagine molto piú grandiosa. Il consiglio del tempio sembra aver cercato a lungo uno scultore in grado di creare un’opera di sufficiente maestosità per raffigurare l’ideale del re degli dèi; e alla fine si decise di affidare l’arduo compito a Fidia, figlio di Carmide, ateniese.



Fidia aveva già scolpito due poderose statue per l’acropoli della sua città, destinate a rimanere per secoli fra i piú splendidi prodotti della scultura dell’epoca classica. Una è una gigantesca figura della dea Atena, esposta all’aperto, di circa dieci metri d’altezza; si diceva che il suo elmo d’oro poteva essere scorto dai naviganti in alto mare. L’altra era la stupenda statua in oro e avorio dedicata al culto di Atena per il nuovo tempio sull’Acropoli, il Partenone. Su disegno di Fidia furono anche eseguite le sculture architettoniche che decoravano il Partenone all’esterno, e non è escluso che egli stesso vi abbia lavorato come scultore. Molte di esse si trovano ora al British Museum e offrono l’unico esempio superstite della grandezza del genio di Fidia e del suo stile.


Il geografo Strabone, agli inizi del I secolo d. C., scriveva:
La statua, in avorio, è di tale grandezza che, sebbene il tempio sia grandissimo, pare che l’artista abbia tenuto poco conto delle proporzioni. Ha infatti rappresentato il dio seduto, che quasi tocca il soffitto con la testa, tanto da dare l’impressione che se si alza in piedi scoperchia il tempio.
(Strabone, Geografia VIII 3.30).
Secondo il pensiero di Strabone, la statua era troppo grande per inserirsi comodamente nel complesso dell’edificio.
Da una poesia di Callimaco (305-240 a. C.), scritta, però, circa duecento anni dopo, conosciamo approssimativamente le misure del monumento. La grandezza della base può anche essere misurata dallo scavo nel pavimento del tempio: il basamento era largo 6,65 metri, profondo circa 10 e alto piú di 1 metro. La statua vera e propria era alta 13 metri, cioè quanto una casa di tre piani, figura davvero gigantesca, che riempiva la parte occidentale in fondo al tempio e imponeva la sua presenza in tutto il santuario.
Per una dettagliata descrizione di essa possiamo ricorrere a Pausania, uno scrittore greco del II secolo d. C., che visitò il Peloponneso, descrivendo monumenti ed edifici delle città in cui sostava.
Pausania descrive cosí la statua di Zeus:
Sul capo è posata un corona fatta a somiglianza di rami d’olivo. Nella mano destra regge una Vittoria anch’essa d’avorio e d’oro […]. Nella sinistra invece il dio ha uno scettro ornato di ogni genere di metalli, e l’uccello appollaiato sullo scettro è l’aquila. D’oro sono anche i sandali del dio e cosí pure il manto. Sul manto sono istoriate figure di animali e il fiore del giglio. Il trono è variamente ornato d’oro e di gemme nonché di ebano e d’avorio.
(Pausania, Periegesi V 11.1).
Nel 174 d. C. un edificio fuori dal recinto del santuario e sul suo lato occidentale fu indicato a Pausania come la bottega di Fidia, quella dov’era nata la grande statua. Gli scavi compiuti nel 1958 dimostrarono inequivocabilmente che l’informatore di Pausania diceva la verità. Furono trovati due depositi di macerie, veri mucchi di detriti eliminati da quell’edificio, e inoltre attrezzi adatti per scolpire, pezzi di scarti d’avorio, frammenti di vetro e di metallo, e perfino calchi di terracotta usati per i drappeggi. I detriti potevano essere datati circa a poco dopo il 43o a. C. Non vi possono essere dubbi che quel materiale proveniva dalla bottega dove si stava creando una statua «criselefantina», cioè d’oro e d’avorio, e che questa era la statua di Zeus opera di Fidia. A ulteriore conferma, fu anche trovata la base di un bricco rotto, iscritto in chiare lettere greche del V secolo a. C.: «Appartengo a Fidia».
La statua non poté essere completata in questa bottega e poi trasportata nel tempio, sebbene gli archeologi dapprima abbiano immaginato che le cose stessero cosí: il pavimento del laboratorio non ne avrebbe sopportato il peso enorme. Enorme dev’essere stato anche il problema di scomporre e trasportare una struttura cosí complessa. I vari pezzi furono forse studiati e rifiniti nella bottega, poi messi insieme nel tempio. I calchi dimostrano quanto sottili dovessero essere molte delle lamine d’oro; ciò nonostante, fu esercitata una minuziosa cura del particolare, quale caratterizza l’opera di Fidia nel Partenone dell’acropoli d’Atene.
Pausania fu un viaggiatore entusiasta, che divorò con gli occhi i dettagli del capolavoro di Fidia e fedelmente tramandò per noi le sue annotazioni.  Figurine di Vittorie alate, messe schiena contro schiena, decoravano le gambe del trono, e «fanciulli tebani stretti fra gli artigli da sfingi» erano collocati sopra i due braccioli frontali. La sfinge, un mostro con la testa di donna, il corpo di leone e le ali d’aquila, soleva uccidere i giovani tebani incapaci di risolvere l’enigma:
«Qual è la creatura che può avere due, tre, quattro gambe, e piú gambe ha, piú debole è?»
Un esame attento della statua di Zeus riprodotta su una moneta mostra che il braccio del dio era sorretto da una sfinge accucciata, con le ali proprio sotto il gomito di Zeus. Un’idea piú nitida si ha osservando un gruppo statuario, scoperto a Efeso, con un giovane afferrato dalla sfinge proprio come deve averlo scolpito Fidia.
Sotto la sfinge erano raffigurati Apollo e Artemide intenti a sterminare con le frecce Niobe e i suoi figli. Niobe si era vantata di essere piú prolifica di Latona, madre di Artemide e Apollo, e così pagò l’eccesso d’orgoglio.



Questa scena era rappresentata sui fianchi del trono. Ne rimane traccia in un vaso a figure rosse proveniente da Baski nella Russia meridionale.Altre imitazioni si riscontrano in numerosi vasi e bassorilievi. Apollo e Artemide erano collocati frontalmente, ai due fianchi del trono, in atto di colpire i figli di Niobe, raffigurati in posizioni contorte d’agonia, secondo i modi correnti del V secolo.

La statua di Zeus a Olimpia (parte II)


La narrazione di Pausania è piena di simili particolari e dimostra come la statua fosse un vero scrigno del repertorio della mitologia greca. Egli notò che a uno dei rilievi decorati tra i due piedi anteriori del trono mancava uno dei fregi scolpiti; nessuno gliene seppe spiegare il motivo. Un’altra figura sul medesimo rilievo, «un ragazzo che si cinge il capo con un nastro, dicono sia il ritratto di Pantarce, un giovinetto di Elide che sarebbe stato l’amante di Fidia, e Pantarce vinse nella lotta fra giovani nell’ottantaseiesima olimpiade» (436 a. C.). L’aver nominato Pantarce ci precisa con una certa esattezza in che tempo Fidia operava ad Olimpia.
Secondo un altro racconto, ricordato dall’autore cristiano Clemente di Alessandria, sul dito di Zeus era graffita la frase «Pantarce è bello», per cui si può pensare che il giovane Pantarce fosse l’amante di Fidia. Ad ogni modo questi collegamenti tra Fidia e Pantarce convalidano le risultanze degli scavi nel laboratorio, e cioè che Fidia lavorò alla statua di Zeus dopo la sua fuga da Atene.
«Sulle altre barre del trono sta la schiera di coloro che con Eracle combatterono contro le Amazzoni», continua Pausania descrivendo la statua. Egli ci narra che in due gruppi si contavano ventinove figure e sottolineava che questi rilievi costituivano una decorazione scultorea davvero eccezionale. La battaglia di Ercole con le Amazzoni era la nona delle dodici fatiche impostegli da Euristeo, re di Argo. Gli era stato comandato di conquistare per la figlia del re la cintura d’oro portata da Ippolita regina delle Amazzoni, una stirpe di donne guerriere che viveva sulle coste del Mar Nero. La battaglia che ne seguí è uno dei temi piú sfruttati dalla pittura e dalla scultura della Grecia arcaica.



Pausania parla anche di quattro colonne, oltre le quattro basi del trono, che fornivano un maggiore sostegno. Queste non appaiono nelle rappresentazioni offerte in miniatura. Zeus tiene il lungo scettro nella mano sinistra. La figura della Vittoria alata, che pure doveva essere di dimensioni non troppo modeste, stava ritta sulla mano destra, e il suo peso gravava sul bracciolo del trono. I piedi del dio posavano su un grosso sgabello sostenuto da due leoni, pure d’oro; e Pausania parla di un’altra scena di Amazzoni, ma questa volta insieme a Teseo, l’eroe di Atene.
La grande base della statua era in marmo eleusino nero e blu, riccamente decorato, con figure d’oro in rilievo, tratte dalle più note leggende della mitologia greca: il dio del sole, Elio, sul suo carro; Zeus e sua moglie Era; Eros che saluta Afrodite, la dea dell’amore, mentre sorge dal mare; la Luna su un cavallo, e molte altre. Lo sfondo scuro della pietra metteva in risalto il movimento delle figure, arrestate per un attimo, secondo un metodo di dar rilievo al colore, usato anche per i fregi dell’Eretteo ad Atene.
Paneno era uno dei pittori piú famosi del suo tempo. Pausania lo indica come fratello di Fidia, Strabone come nipote. Qualunque fosse la loro parentela, la loro collaborazione nelle maggiori opere progettate da Fidia è sicura.
Le pareti divisorie mostravano nove scene, forse una sequenza di riquadri, separate su ciascun lato del trono. La parte posteriore di questo era protetta dal muro dell’edificio. Il tema dei dipinti non era unico, ma molti erano chiaramente scelti per richiamare le sculture sui muri esterni del tempio. Due si riferivano alle sculture dei timpani, ossia gli spazi triangolari tra gli spioventi del tetto e i muri di sostegno. Le nozze di Piritoo, re dei Lapiti nella Tessaglia (Grecia settentrionale), e ritenuto figlio di Zeus, era il soggetto del timpano occidentale. Il re aveva invitato alla festa i Centauri, selvagge reature dei boschi montani, mezzo uomini e mezzo cavalli; ed essi, ubriachi, avevano aggredito le donne e tentato di rapire la sposa di Piritoo; tema usato da Fidia sulle metope, e cioè le lastre scolpite che ornavano l’esterno del Partenone.



Altri affreschi di Paneno narravano di Ippodamia, della quale abbiamo già detto come fosse collegata con la fondazione dei giochi olimpici, e che era celebrata nelle sculture del timpano orientale del tempio. Anche le Fatiche d’Ercole erano illustrate da Paneno in tre affreschi, e pure rappresentate nel fregio scolpito lungo le pareti del tempio. Un’altra delle molte leggende intorno ad Eracle, rappresentata da Paneno vicino al dipinto di Ippodamia, mostrava Eracle che muove in aiuto del semidio Prometeo, punito da Giove per aver trasmesso agli uomini l’uso del fuoco. Prometeo era incatenato alla roccia e un’aquila gli divorava il fegato, che di notte ricresceva per quanto l’aquila poteva divorare di giorno.



Uno dei dipinti piú interessanti di Paneno si riferiva a un avvenimento storico di grande attualità e risonanza: la battaglia di Salamina, presso Atene, del 480 a. C., un evento solo di pochi anni anteriore alla costruzione del tempio di Zeus a Olimpia. Paneno, nella famosa Stoa dipinta nella piazza del mercato di Atene, aveva pure affrescato la battaglia di Maratona, quella in cui nel 490 un piccolo esercito ateniese aveva impedito lo sbarco in territorio greco, a Maratona, all’esercito molto piú grande del re persiano Dario. Come Salamina, anche quella battaglia era considerata la vittoriosa sfida dei Greci contro le genti barbare dell’Est. Le parti dipinte furono l’ultimo tocco alla grande decorazione della statua di Zeus. Sembra che Fidia sia vissuto abbastanza per vedere completata la sua opera, sebbene fosse già sui cinquant’anni quando l’aveva iniziata. Pare che nel 432 a. C. egli fosse tornato ad Atene, e che là morisse assassinato dai suoi avversari politici.
Se è vero quanto si afferma, che l’intera opera fu terminata in cinque anni o pressappoco, dobbiamo ritenere che Fidia fosse circondato da una squadra di scultori, come certamente era avvenuto per le sculture del Partendone ad Atene.
Quando la statua fu terminata, Fidia pregò il dio di manifestare con un segnale se l’opera era di suo gradimento; e subito, dicono, un fulmine cadde nel punto del pavimento dove fino ai miei tempi vi era per copertura un’anfora. Tutto il pavimento davanti alla statua è composto di lastre non bianche, ma nere; però un bordo di marmo pario circonda quello nero per trattenere l’olio di oliva che si fa scorrere lungo la statua.
Cosí conclude Pausania la sua vivace descrizione della statua di Zeus.



Dal momento della sua costruzione, essa fu ammirata come il grande capolavoro dell’età d’oro della scultura classica. La sua manutenzione fu affidata ai «brunitori», che si diceva fossero discendenti di Fidia. La strana usanza di cospargerla d’olio d’oliva, riferita da Pausania, forse derivava dalle gravi screpolature che si verificavano nell’avorio, dato il clima umido del santuario: umidità particolarmente forte a metà del II secolo a. C., tanto che a riparare la statua fu chiamato Damofone, scultore di Messene, una città del Peloponneso meridionale. Si dice che egli abbia operato molto abilmente, e può darsi che in quell’occasione siano state collocate sotto il sedile le quattro colonne di cui si è detto, per impedire che crollasse sotto l’enorme peso della figura soprastante.



Circa alla stessa epoca (167 a. C.) il re di Siria Antioco IV dedicò al tempio di Zeus un drappo di lana «tessuta con motivi assiri e tintura fenicia». Forse questa cortina di origine asiatica, abbastanza importante da attrarre i commenti di Pausania, stava appesa dietro la statua. Antioco è lo stesso re che, saccheggiato il tempio di Salomone a Gerusalemme, aveva dato ordine di ribattezzarlo come tempio di Zeus Olimpio. Fra i tesori ch’egli sottrasse al tempio potrebbe esserci stato anche il grande velo che divideva l’interno. Con non molta fantasia si può asserire che proprio quella era la cortina dedicata poi da Antioco al padre dei suoi dèi a Olimpia.
La statua fu sempre motivo di stupore e meraviglia per i fedeli di Zeus. Oltre quattrocentocinquant’anni dopo, l’imperatore romano Caligola (37-41 d. C.), secondo la tradizione dei conquistatori romani nei confronti dei tesori dell’arte greca, si adoperò con ogni mezzo per avere la statua a Roma. Furono spediti operai per escogitare il modo di trasportarla, ma la statua «emise improvvisamente una cosí sonora risata che fece crollare l’impalcatura e scappar via gli uomini». È Svetonio, biografo di Caligola, che si diverte a riferire questo aneddoto sull’odiato imperatore. Ma la statua non poteva restare intatta per l’eternità. Nel 391 d. C. il clero cristiano trionfante persuase l’imperatore Teodosio I a bandire il culto pagano e a ordinare la chiusura dei templi. Furono sospesi i giochi olimpici e il grande santuario di Olimpia cadde nell’abbandono.



La statua, che all’epoca contava piú di ottocento anni, fu alla fine trasportata dal tempio di Olimpia ad ornamento di un palazzo di Costantinopoli. La bottega di Fidia fu trasformata in chiesa cristiana. Il tempio fu seriamente danneggiato da un incendio verso il 425 e nel VI secolo il fiume Alfeo cambiò il suo corso. L’intera area di Olimpia, abbandonata all’incuria, fu distrutta da frane, terremoti e inondazioni. Per piú di mille anni la zona giacque sotto uno spesso strato di sabbia, fango e detriti. L’aver trasportato la statua a Costantinopoli la salvò dal disastro, ma nel 462 un grande incendio divampò a Costantinopoli e distrusse il palazzo che la custodiva. Mentre il tempio di Olimpia si sbriciolava nell’oblio del Peloponneso, la bellissima statua, considerata il piú grande capolavoro della scultura classica, veniva distrutta sulle rive del Bosforo.
Non ne sono rimaste copie per dirci con maggiore abbondanza di particolari qual era il suo aspetto. A Cirene, nella Libia, una copia molto grande era venerata nel locale tempio di Zeus. Ne fu trovata la base durante gli scavi, ma niente di piú. Sembra che gli scultori fossero decisamente restii a copiare il capolavoro di Fidia, anche in piccolo. Siamo già abbastanza fortunati di essere a conoscenza dell’impressione che esso produceva attraverso gli scritti di autori come Pausania. Se la statua fosse rimasta ad Olimpia, anche se spogliata dei suoi materiali preziosi, forse qualche frammento si sarebbe salvato per offrirsi oggi alla nostra ammirazione.

Testo di Martin J. Price

La statua di Zeus a Olimpia (parte I)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...