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sabato 8 ottobre 2011

Pandino – La reggia di campagna di Regina della Scala


Non c’è dubbio che quello di Pandino sia un castello, e ne abbia tutte le caratteristiche. Tuttavia, più che a funzioni difensive, deve la propria origine al desiderio di Regina della Scala di avere una comoda e fastosa residenza extraurbana che le ricordasse il paesaggio natio in riva all’Adige.

UN ARCHETIPO QUASI IDEALE DEL CASTELLO VISCONTEO – Pandino, costruito tra il 1354 e il 1361, è il modello quasi perfetto, del castello visconteo di pianura: una costruzione quadrata, con quattro torri di uguale forma agli angoli e quattro corpi di fabbrica. Questi delimitano un cortile anch’esso quadrato, contornato da un portico archiacuto al pianterreno e una loggia architravata al primo piano. Uno schema geometricamente perfetto, perfino negli aspetti meno visibili, come l’orientamento delle facciate, rigorosamente secondo i punti cardinali.

 Ma, più che un castello, è una raffinata villa signorile, costruita in questa forma perché all’epoca non se ne sapevano concepire altre. Lo dimostrano le ampie bifore delle facciate, incongrue in un edificio da guerra per chi voglia godere della campagna.

FILO DOPPIO MILANO-VERONA – Tra i Visconti di Milano e gli Scaglieri di Verona esisteva qualcosa di simile a un moderno “asse” politico, militare e culturale che, nonostante le frizioni e talvolta gli scontri tra le due dinastie, le legava a filo doppio. Questo legame venne cementato da vari matrimoni dinastici, in particolare da quello di Regina della Scala con Bernabò Visconti, potentissimo signore di Milano, che per la moglie ebbe immenso affetto e stima, al punto da farne quasi il suo rappresentante nelle terre orientali della signoria. Per lei costruì chiese in città, ristrutturò il suo palazzo milanese, fece erigere vari castelli in campagna e da qui Regina sovrintendeva al suo vasto territorio. Da parte loro i signori di Verona ispirarono la costruzione del proprio castello cittadino all’esempio delle fortificazioni viscontee.

TRASFORMAZIONE DA VLLA A MACCHINA DA GUERRA – Nella seconda metà del Quattrocento gli Sforza, succeduti ai Visconti come duchi di Milano, rimaneggiarono tutto il sistema difensivo dello stato milanese. Nell’ambito di questa riforma, che portò a una ristrutturazione di tutto lo scacchiere difensivo dell’Adda, in contrapposizione alle conquiste veneziane, rafforzarono sia le mura di Pandino sia il castello. A quest’ultimo venne infatti addossati, in corrispondenza dei due ingressi, due bassi ma soliti torrioni dotati di ponte levatoi e di apparato a sporgere. Così in controtendenza rispetto all’evoluzione architettonica e militare che vide molti castelli trasformarsi in villa, Pandino assistette alla trasformazione di un palazzo signorile in struttura militare.

Il castello andò in disuso dopo la caduta della dinastia sforzesca, fino a diventare una residenza rurale. Il governo di Milano nel 1840 dovette addirittura fermare l’avanzata demolizione dovuta al riutilizzo dei materiali da costruzione. Dopo alcuni anni in cui fu adibito a vari usi, il castello è stato riscattato dall’amministrazione comunale nella seconda metà del Novecento e attentamente restaurato, raggiungendo oggi un eccellente grado di conservazione e manutenzione.

RICORDI DI REGINA A MILANO – Regina della Scala non lasciò traccia di se solo nei suoi castelli, ma anche nella toponomastica milanese. Fu lei infatti a far costruire a Milano una chiesa che in onore della sua committente si chiamò Santa Maria della Scala. La chiesa andò con il tempo distrutta; ma sul luogo sorse poi il teatro di corte, che dalla chiesa mediò il proprio nome di Teatro della Scala. In questo modo il ricordo della nobildonna veronese gira tuttora per il mondo a indicare una delle grandi glorie di Milano.

DIFESA PER I SCACCHIERI – I signori di Milano, in particolare i Visconti, estesero il loro dominio su gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Ma il fulcro della loro potenza, il ‘nocciolo’ duro che garantiva la sopravvivenza e il benessere della dinastia, era il territorio compreso tra il Ticino e l’Adda e tra le Alpi e il Po, con al centro Milano. Per renderlo impenetrabile a ogni nemico venne costruita lungo questi confini una nutrita serie di castelli, che costituivano una concatenazione di ‘scacchieri fortificati’ di presidio. Ogni via di approccio a Milano veniva così protetta da una o più fortificazioni, che ‘drenavano’ le eventuali forze nemiche, dando tempo al potere centrale di intervenire. La grande parte di questi castelli, da Bellinzona a Locarno giù sino a Bereguardo, Vigevano, Pavia, Sant’Angelo Lodigiano, Pandino, Trezzo, esiste tuttora. Essi costituiscono un’eccellente testimonianza di un sistema difensivo quasi unico nell’Italia del tempo.   

MUNICIPIO E SCUOLA – Il castello di Pandino, acquistato dal Comune nel 1947, ospita oggi gli uffici comunali, la Biblioteca civica e il convitto della locale Scuola casearia professionale. Destinazioni d’uso che danno nuova vita e funzione alle antiche mura.

Particolarmente interessanti sono affreschi che decorano tuttora, almeno in parte, il portico e la loggia del castello, nonché alcune delle sue sale. Sono basati sul motivo geometrico, tipicamente trecentesco, del quadrilobo, entro il quale sono raffigurati, in posizioni alterne, gli stemmi del biscione visconteo e della scala, in onore degli signori che fecero costruire l’edificio. Ricoperti di intonaco e in parte gravemente ammalo rati nel corso del tempo, sono stati ricuperati da una lunga campagna di restauri.

Originariamente le torri del castello erano più alte delle attuali, e tutto il perimetro dell’edificio era merlato. Con il tempo due, pericolanti, vennero cimate, cioè abbassate, e le coperture rimaneggiate, con la distruzione delle merlature in cima alle cortine.

È curiosa la disposizione dei due ingressi del castello, collocati in posizione antisimmetrica, cioè uno spostato sulla destra dell’edificio e uno sulla sinistra: un accorgimento forse casuale, ma che più probabilmente venne adottato per diminuirne la vulnerabilità in caso di attacco, facendo sì che lo sfondamento di uno di essi non si trasformasse in una trappola per i difensori impegnati dall’altro lato.

giovedì 17 marzo 2011

Torrechiara – La trentesima fortezza di Pier Maria Rossi


L’imponente castello dal 1448 da Pier Maria Rossi, capitano di ventura e signore della regione attorno a Parma. Fu, per la tradizione, la trentesima fortificazione da lui eretta: un regalo d’amore per la sua amante, la bella Bianca Pellegrini.


IL CASTELLO PER ECCELLENZA – Se si dovesse designare un unico esempio di castello feudale italiano, Torrechiara sarebbe con molta probabilità la scelta obbligata. In effetti è, forse, il castello “più castello” che si possa trovare nella penisola, quasi la sublimazione di questa tipologia fortificatoria, giunta al punto più alto e raffinato del suo sviluppo.



ARCHITETTURA D’AMORE – Torrechiara è, rispetto all’epoca e alla zona in cui fu costruito, un castello militarmente ‘arretrato’, eretto cioè ancora secondo criteri medievali, quando già cominciavano a prendere forma le prime rocche, con strutture più solide, adatte a sopportare il fuoco dei canoni. Ma questo castello non era nato per fare la guerra, bensì per costituire la splendida, privilegiata residenza di una bella donna. E, da questo punto di vista, è superbo, quasi unico per collocazione ambientale, architettura, decorazioni.

Il committente, Pier Maria Rossi (1413 – 1482), proveniva da una famiglia aristocratica che possedeva numerose rocche nei dintorni di Parma. Era di professione un condottiero, o capitano di ventura, e godeva all’epoca di alto prestigio. Molte signorie italiane, infatti, non avevano proprie truppe, o ne avevano poche, e si affidavano per la difesa ai servizi di “truppa militare” e di “corpo di sorveglianza” forniti da nobili che si erano specializzati nel procacciamento e nella gestione di formazioni armate.
Pier Maria Rossi, per esempio, lavorava per i duchi di Milano, e condusse per loro parecchie campagne militari. I guadagni di questa attività erano spesso investiti nella costruzione di castelli sulle sue terre, Torrechiara fu uno di questi.


RUDE E SEVERO GUSCIO ESTERNO DI UN TENERO NIDO D’AMORE – L’elegante fortificazione eretta da Pier Maria Rossi costituisce un “guscio” di sapore guerresco, a protezione di un’elegante, raffinata dimora residenziale. Insomma, un palazzo sotto forma di castello, come era concepibile a quei tempi, quando il rango si mostrava attraverso forme obbligate che dovevano tenere conto della tradizione a esse associata; ma come era anche, tutto sommato, necessario, perché guerre, briganti e cambiamenti di fortuna erano sempre in agguato.


Torrechiara non è solo un castello. È una fortificazione complessa, a più strati, che occupa tutta una collina a dominio della valle del fiume Parma. Il castello vero e proprio, posto sulla cima della collina, è costituito da quattro corpi di fabbrica, che racchiudono un cortile rettangolare. Agli angoli si innalzano quattro grandi torri quadrate, una delle quali ha un possente sopralzo che le conferisce il rango, anche se forse non le funzioni effettive, di mastio dell’intero complesso. Tutto il giro di mura, torri e cortine è munito di apparato a sporgere su lunghi beccatelli in laterizio. Addossato a questo nucleo centrale si trova un secondo, più basso insieme edilizio, formato da due torri racchiudenti uno spalto, la cui parte alta è stata aperta nel corso del Seicento da due ampie logge aperte verso valle, che danno al castello, visto da questa parte, un aspetto cordiale e accogliente e dalle quali si gode un ottimo panorama. Un triplice giro di cortine difensive, appoggiate a fortificazioni minori, corre tutt’intorno, facendo dell’intera collina un sistema fortificato scaglionato in profondità. Dell’insieme fa parte anche un ricetto, un piccolo borgo fortificato che costituisce l’estremità del grande complesso difensivo.


UN INTERNO DORATO – Al centro di questo intricato labirinto di fortificazioni si aprono gli appartamenti residenziali di Pier Maria Rossi e della sua amante Bianca Pellegrini, splendidamente decorati secondo la moda del tempo. Particolarmente elegante è la camera della castellana, la cosiddetta camera d’Oro, tutta decorata, nelle volte come nelle lunette sottostanti, da reziosi affreschi generalmente attribuiti a Benedetto Bembo, pittore allora in grande auge. Gli appartamenti si aprono su un grande cortile di forme ormai rinascimentali, più degno di un palazzo signorile di città che di un castello feudale.



LA FINE DI UN CONDOTTIERO – All’improvviso, nel 1482, Pier Maria Rossi perse l’incarico. Non è mai stato chiaro perché il solido rapporto d’affari con Sforza entrò in crisi: si sa soltanto che il duca di Milano accusò il condottiero di ribellione e assoldò un’altra truppa, spedita rapidamente a conquistare tutti i suoi castelli. Dopo la morte di Pier Maria, anche Torrechiara, il suo castello preferito, fu espugnato e venduto nel 1501 alla famiglia Pallavicino, antica rivale di Rossi e sua concorrente nelle attività militari. Ai Pallavicino si devono i pregevoli affreschi tardomanieristici che ornano il castello.



FORTIFICAZIONE O DECORAZIONE? – Cortine e torri di Torrechiara sono completamente cinte di “apparato a sporgere”, l’insieme di mensole (beccatelli) e buche per il lancio di proiettili (caditoie) tipico delle fortificazioni tardomedievali. Questo sistema, certo utile in guerra, ricorre anche nella torretta sovrastante il mastio, dove, però, la caduta dei proiettili poteva solo danneggiare il tetto della costruzione circostante. Un errore progettuale del pur esperto condottiero, o solo la “spia” che il castello non era concepito a scopo difensivo bensì come lussuosa residenza dell’amante?



IL DONO PIU’ SPLENDIDO, PER SEMPRE – All’età di 15 anni Pier Maria Rossi prese in moglie Atonia Torelli: un matrimonio combinato, non d’amore, dal quale nacquero tuttavia dieci figli. Alla corte milanese il condottiero conobbe poi la bella comasca Bianca Pellegrini e se ne innamorò perdutamente. Fu per lei che eresse il castello di Torrechiara e allesti al suo interno la sontuosa “camera d’Oro. Per quasi vent’anni i due convissero nel castello. I contemporanei ne parlavano come di una coppia sempre innamorata come il primo giorno. Poi, in poco tempo, tutto crollò. Sia la legittima moglie Atonia sia Bianca morirono di peste. Nel 1482, in fuga davanti ai soldati milanesi, Rossi trovò rifugio nel suo castello, dove spirò il primo settembre dello stesso anno. Pare che, facendo appello alle ultime energie, si sia trascinato nella camera d’Oro, per lasciare questo mondo nel ricordo del suo grande amore, fedele al motto, “nunc et semper”, ora e per sempre, fatta tracciare negli affreschi della stanza.



MAGNIFICI AFFRESCHI – Il castello non è notevole soltanto come esempio di architettura tardomedievale, sulla soglia del Rinascimento, ma anche per gli affreschi, che ornano le sale residenziali e testimoniano  lo splendore della reggia – fortezza.



La stanza più bella è la camera d’Oro, dipinta da Benedetto Bembo nella seconda metà del Quattrocento. L’affresco del soffitto su stucco dorato celebra simbolicamente la famiglia Rossi e l’amore tra Pier Maria e Bianca, che, dopo aver peregrinato da un castello all’altro, trova, infine, l’amato con cui stara “nunc et semper”, ora e per sempre.



Pier Maria Rossi fu sepolto nella cappella di San Nicomede accanto a Bianca Pellegrini. Si diceva che il capitano fosse stato imbalsamato e messo nella tomba seduto su un trono, sotto al quale doveva essere nascosta una camera del tesoro segreta. Forse fu questa voce ad attirare alcuni ladri profanatori. Di fatto, quando la tomba venne aperta nel 1911, non si trovò nessuna camera segreta, ma neanche le spoglie dei due innamorati.


Alla fine del Cinquecento commissionò a Cesare Baglioni (1550 – 1615) una serie di affreschi decorativi, che raffigurano, in raffinate forme tardomanieristiche, paesaggi di fantasia, figure mitologiche e grottesche.



 TEOREMA DI MATTONI – Contrariamente agli esempi d’Oltralpe, quasi tutti costruiti in pietra, i castelli italiani, in particolare dell’Italia centrosettentrionale, sono nella quasi totalità realizzati in mattoni. Solo nelle aree alpine e nel Sud si utilizzava la pietra come materiale da costruzione. Questo dà ai castelli italiani un’impronta tutta particolare, unica in Europa. A Torrechiara questo tipo di costruzione raggiunge il valore di un vero e proprio “teorema architettonico”, di eccezionale effetto visivo.



L’uso di mattoni, rispetto alla pietra, influisce fortemente anche sulla forma dell’edificio stesso: per esempio, nella costruzione dei beccatelli (le mensole che sostengono il cammino di ronda, lasciando gli spazi per le caditoie), che la realizzazione in mattoni rende molto più lunghi e rastremati delle mensole di pietra usate in Francia o in Inghilterra.

venerdì 4 marzo 2011

Rocca di Soncino – Fortezza dei duchi di Milano


Nel Quattrocento, quando i milanesi cedettero ai veneziani i territori bresciani e bergamaschi, il piccolo centro di Soncino, sulla linea dell’Oglio, divenne il caposaldo più avanzato di Milano. Gli Sforza costruirono allora la celebre rocca, che doveva diventare quasi il simbolo dell’architettura militare sforzesca.



VENTI DI GUERRA CON VENEZIA – Rispetto alle forze della repubblica  di Venezia il ducato di Milano era in netta inferiorità. Gli Sforza cercarono allora di riequilibrare la situazione, esattamente come si fa oggi, ricorrendo alla tecnologia. Nel caso specifico, crearono fortificazioni d’avanguardia che potessero fungere da temibile deterrente per le mire espansionistiche veneziane. Soncino è il prototipo di questo nuovo tipo di edificio militare: una costruzione che incorpora una serie di accorgimenti tali da renderla formidabile, nonostante le sue relativamente piccole dimensioni.



LA ROCCA, UNA NUOVA CREAZIONE RINASCIMENTALE – I castelli medievali, dalle alte mura, con l’alloggio del signore e della sua famiglia all’interno, erano quanto mai inadatti al tipo di guerra che stava diventando d’uso nel secondo Quattrocento, basata sulla potenza di fuoco dei cannoni e sull’uso di truppe professionali. Perciò gli architetti militari, in particolare lombardo – emiliani, studiarono un nuovo tipo di fortificazione sostituivo del castello: la rocca. Questa creazione si configurava come un edificio di uso esclusivamente militare, senza alcuna presenza residenziale, e dall’impianto concepito per fronteggiare le armi da fuoco: spese muraglie, bassi torrioni, imponente rivellino a difesa dell’ingresso, profondi fossati, sistematico impiego dell’apparato a sporgere.



SCUOLA DI GUERRA – Verso il 1460 Francesco Sforza ampliò le difese del borgo. Alla nuova rocca, fatta costruire tra il 1473 e il 1475 da Galeazzo Maria Sforza, lavoravano alcuni tra gli architetti militari più importanti del periodo, come Serafino Gavazzi, Bartolomeo Gadio, Danesio Manieri. Essa fu in un certo senso l’università degli architetti militari del ducato di Milano, una vera e propria “scuola di guerra” che creo le basi per una delle scuole fortificatorie più note e creative del Quattrocento italiano.



UN PO’ DI TERMINOLOGIA … - Quando si sente parlare di “beccatelli” si resta piuttosto sorpresi, perché non è certo un termine comune. Esso però è frequentissimo nel campo dell’architettura fortificata: indica le mensole (di pietra o di mattoni) che fanno sporgere a sbalzo il cammino di ronda, cioè il percorso difensivo sulla parte alta del castello, verso l’esterno. Tra un beccatello e l’altro si aprono delle buche, dette “caditoie”, attraverso le quali si facevano cadere sull’assalitore pietre, sabbia rovente, proiettili di vario genere. L’insieme di beccatelli e caditoie, con il giro di ronda che sostenevano, prendeva il nome di “apparato a sporgere” e, fino a quando comparvero le armi da fuoco, era il sistema di difesa più efficace contro gli assalti nemici a una fortificazione.



IL CAPOLAVORO DELL’ARTE MILITARE SFORZESCA – All’apparenza, la rocca di Soncino si differenzia pochissimo da un castello tradizionale, se non per le sue proporzioni. Raccolta e compatta, ha infatti un’altezza relativamente bassa e murature spesse. In realtà è frutto di un sistematico ripensamento dell’architettura militare consolidata, che ha portato a riprogettare quasi ogni aspetto dell’edificio. Così, per esempio, il cammino di ronda sulla sommità del castello non è interrotto, com’era tradizione, ma fa un giro continuo, passando sotto le torri mediante ampi arconi a tutto sesto: la guarnigione poteva in questo modo correre da un punto all’altro della rocca senza fatica, e il capitano, sistemato nell’unica torre non aperta da arconi, controllava con un unico sguardo tutto lo schieramento difensivo.



 Inoltre, la torre verso la campagna, più esposta, presenta un doppio giro di beccatelli e caditoie ed è anche l’unica rotonda: ciò consentiva una difesa concentrata sull’angolo più esposto. Ancora: la mancanza di ogni struttura residenziale (la rocca era prevista per ospitare solo la guarnigione) riduceva di molto la vulnerabilità del complesso. Soncino era insomma quanto di più perfezionato si potesse avere all’epoca rimanendo nel campo dell’architettura militare convenzionale. Per andare più in là occorreva un completo capovolgimento di concezione, effettuato dai teorici della generazione successiva.



CAPOLAVORO DIFENSIVO – la rocca di Soncino rappresenta al meglio la concezione difensiva della dinastia sforzeca, basata sul tentativo di riammodernare i vecchi castelli, adattandoli alle necessità dell’epoca.
La rocca è difesa da quattro “torri d’angolo”, tre tozze e quadrate, una più snella, circolare, dall’inconsueta sagoma a doppio sporto. Un fossato acqueo tutt’intorno alla cinta di mura rappresentava un ulteriore, non facile, ostacolo per eventuali assalitori.



La torre di nord – ovest, la “capitana” della rocca, ospitava l’alloggio del capitano della guarnigione. Era l’unica chiusa del complesso, e vi si poteva accedere solo attraverso ponti levatoi. In caso di caduta delle difese esterne, poteva fungere da estremo baluardo difensivo.
Oggi la torre nordoccidentale ospita un piccolo museo dove sono esposti anche reperti storici di origine celtica e romana nonché ceramiche medievali. In generale si può affermare che la rocca di Soncino funge (ottimamente) da museo di se stessa, come eccellente illustrazione dell’architettura militare del XV secolo sotto gli Sforza.

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